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XI Libro: OPERE DI LUCE (Ed. Velar 4 dicembre 2015)


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OPERE DI LUCE, EDIZIONI VELAR  IN LIBRERIA CON PREFAZIONE DI STEFANO FOLLI E INTRODUZIONE DI GUILLERMO KARCHER


… dalla guerra di Gaza, al terrorismo di Al Shaabaab a Garissa in Kenya, allo splendore della natura  delle Ande, delle foreste del Perù o del Vietnam, nei colori del Brasile per incontrare la Carne di Cristo, guidati dalla penna di Vania DeLuca vaticanista di Rainews24. Un libro da non perdere e che racconta di 7 opere di luce nate in questi luoghi di miseria e disperazione, ma dove il vangelo è più ascoltato e testimoniato… fino al dono della vita come i 148 giovani di garissa al quale Il libro è dedicato dagli autori

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folli con libro
Ecco il libro appena uscito in libreria nelle mani del nostro Socio di Onore Stefano Folli

ADNKRONOS 15-11-15.CHIESA: GALANTINO PRESENTA LE ‘OPERE DI LUCE’ DELLA FONDAZIONE SANTINA

Le iniziative di solidarietà e volontariato dal Kenya a Gaza e Vietnam nel libro di .Mons. Ginami e Vania De Luca Città del Vaticano, 15 nov. (AdnKronos) 

“Nella Diocesi di Garissa, in Kenya, è iniziata la costruzione di una chiesa in un luogo dove possedere una Bibbia equivale ad avere un arsenale di bombe nell’armadio e dove il Vangelo è un libro molto, ma molto pericoloso”. E’ quanto annuncia monsignor Guillermo Karcher, nella prefazione al libro ‘Opere di Luce’ scritto da monsignor Luigi Ginami con la vaticanista Vania De Luca, dove vengono ricordate e illustrate le iniziative di solidarietà e di volontariato messe in cantiere dalla fondazione Santina, dedicata alla figura di Santina Zucchinelli, di cui Ginami è fondatore e presidente. Il volume sarà presentato il 4 dicembre a Roma, a Palazzo Altieri, da monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, la Conferenza Episcopale italiana, dal direttore di Tv2000 Lucio Brunelli, dall’editorialista di ‘Repubblica’ Stefano Folli e dai due autori. Nel volume compaiono volti e storie vere dalle periferie del mondo: dalla striscia di Gaza a Garissa in Kenya, dal Perù al Brasile, fino al Vietnam, “toccando con mano la Carne di Cristo nei poveri e nei sofferenti”, sottolinea monsignor Ginami. Continua monsignor Karcher a proposito del Kenya: “La scommessa di costruire un luogo di culto cristiano in una terra bagnata dal sangue dei 148 giovani martiri, uccisi per il semplice fatto di essere cristiani, costituisce dunque un seme di speranza, un faro di luce nelle tenebre della disperazione e dello sconforto. Proprio per questo – conclude monsignor Karcher – sono felice che il libro sia dedicato a questi eroici giovani che hanno dato la vita per Gesù”.

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SIR

Tra i cartelli della droga storie di morte e di resurrezione
In Messico, nelle terre dei “cartelli della droga”, don Luigi Ginami ha raccolto storie di morte e resurrezione. Nella colonia di La Laja, dove si muore per niente, c’è una croce blu nel cemento che ricorda un’altra croce con la “C” maiuscola. È lì che una madre l’ha piantata per poter piangere suo figlio trucidato dai narcos. Come la sua, altre famiglie straziate aspettano una parola di speranza da Papa Francesco.La Laja vuol dire “pietra”, e non potrebbe esserci nome più appropriato per descrivere questa colonia in pieno territorio dei narcos, tra i cartelli della droga nello Stato di Guerrero. È in luoghi come questo che si può dare un volto concreto alla sofferenza, alla povertà, alla miseria, alla violenza brandita come arma impropria ma di uso quotidiano. È su queste strade polverose e desolate che camminerà anche Papa Francesco, nei suoi giorni da pellegrino che si appresta a vivere nel ventesimo paese straniero toccati in tre anni di pontificato. “Vi porto nel cuore, ora potrò visitarvi e calpestare quella terra benedetta, tanto amata da Dio e tanto cara alla Vergine Maria”, le parole rivolte ai messicani alla vigilia della partenza. Morte e risurrezione, nel cristianesimo, si incontrano, e nel pontificato di Francesco si fanno “carne” nelle periferie di una Chiesa in uscita.Nel settembre 2014, proprio nello Stato di Guerrero, uno Stato tra i più violenti del Messico, sono stati uccisi 43 ragazzi che avevano rubato un pullman. I loro corpi sono stati ritrovati bruciati da un gruppo di narcotrafficanti.“Papa Francesco parla di periferie umane, ma qui siamo oltre la periferia, qui siamo fuori dai confini dell’umano”, annota don Luigi Ginami nel suo libro, “Opere di luce”, scritto a quattro mani con la giornalista di Rainews Vania De luca, in cui racconta il suo “viaggio di solidarietà”: volti e storie vere dalle periferie del mondo, dalla guerra di Gaza al terrorismo di Al Shabaab a Garissa in Kenya, dallo splendore della natura della Andre alle foreste del Perù o del Vietnam, ai colori del Brasile e del Messico, toccando con la mano la carne di Cristo nei poveri e nei sofferenti. Sullo sfondo c’è la Fondazione intitolata alla madre di don Gigi, Santina Zucchinelli, nata in sua memoria per superare la semplice filantropia della raccolta fondi o della realizzazione di progetti: l’obiettivo è “avviare percorsi di solidarietà e condivisione, anche piccoli, e coinvolgere persone, favorendo incontri, reti di conoscenze e amicizie”, per diventare capaci di “reggere anche lo sguardo dei poveri”, come scrive monsignor Guillermo Karcher, cerimoniere pontificio dell’arcidiocesi di Buenos Aires, nella prefazione del volume.In Messico, i protagonisti sono uomini, donne e bambini travolti dalla storia e in cerca di un riconoscimento della propria dignità.

Nella colonia di La Laja si muore per niente.
I cartelli della droga si sono sostituiti allo Stato e hanno corrotto esercito e polizia. A Retorno de los Amates, una strada buia piena di solitudine, c’è dipinta una Madonnina di Guadalupe in sgargianti colori messicani con la scritta “Paz”, ma di pace non c’è traccia. In mezzo a cartacce, lattine, sacchi di plastica, una madre ha piantato una croce blu di cemento per identificare il luogo dove poter piangere suo figlio. Una croce che rimanda a quella con la “C” maiuscola ma anche alle piaghe di altre vite devastate, quelle con cui Papa Francesco avrà a che fare in questi giorni. Come Rosio, 32 anni, la mamma del piccolo Javier: lavorava in un bar e ha visto qualcosa che non doveva vedere. Da allora la sua sorte è segnata: mentre dormono, Javier e suo papà sentono un giorno tre colpi provenire da sotto casa. Mamma Rocio non tornerà più. “Sono stati particolarmente feroci”, racconta Javier precocemente diventato adulto in una notte che avrà sempre davanti agli occhi: “Il primo colpo nella pancia per generare una terribile sofferenza. Solo dopo una lunga agonia di quindici minuti il secondo o il terzo colpo”. Nora è una bella signora di 42 anni alla quale la vita ha già reso bianchi i capelli. “Non ho mai avuto niente a che vedere con i narcotrafficanti”, ma suo marito ha visto la sua vita cambiare in mezz’ora, quel giorno in cui ha preso a bordo con il suo taxi un ragazzo con uno zaino pesante, carico di droga a sua insaputa. Il ragazzo è stato subito freddato da un sicario uscito da un fuoristrada che ha costretto il taxi ad accostare, lui è sopravvissuto ma è ora un disabile che deve restituire i soldi di un taxi crivellato di colpi mentre la polizia lo ritiene colluso con i cartelli della droga. Faceva il tassista anche il marito di Lisette. Lei ora non riesce neanche più a recitare per intero il “Padre Nostro” e possiede un solo diamante: Carla, che portava in grembo quando suo padre è stato decapitato dai narcos.

Storie di morte e di resurrezione,
quelle raccolte da don Gigi: perché grazie all’adozione i figli di famiglie straziate come quelle descritte possono sperare di avere un futuro. In Messico, dove il Papa sta compiendo il suo viaggio già affidato fin dalla vigilia alla Madonna di Guadalupe, come in India. Nella diocesi di Garissa, è iniziata la costruzione di una chiesa nella terra bagnata dal sangue dei 148 giovani martiri uccisi per il semplice fatto di essere cristiani. “Un seme di speranza, un faro di luce nelle tenebre della disperazione e dello sconforto”, la scommessa vinta. È a questi eroici giovani che il libro è dedicato.

IL QUOTIDIANO IL TEMPO IN DATA 22 FEBBRAIO 2016: CLICCA QUI

emma e sonia

I. TOCCARE GESÙ IN UN CORPO FERITO O  PIAGATO. INTRODUZIONE AL LIBRO OPERE DI LUCE A CURA DI MONS. GUILLERMO KARCHER, CERIMONIERE PONTIFICIO DELLA ARCIDIOCESI DI BUENOS AIRES

Proporre “opere di luce” a un mondo ferito dalle guerre e dall’egoismo, non è che diffondere la cultura dell’incontro e gridare a squarciagola che “Dio è amore” (1 Gv 4,8) e che ci guarda con amore misericordioso, ricordandoci che siamo suoi figli e dobbiamo prenderci cura dei più deboli, senza mai dimenticare che nei poveri si rende visibile la carne di

Opere di lice piatto copertina

Cristo. Protagonisti di questo libro sono proprio i poveri ed i disperati, incontrati da don Gigi Ginami in tante periferie del mondo e dell’esistenza, da Hanoi a Saigon, dal Kenya alle favelas della Bolivia, del Perù o del Brasile. Seppure con le dovute differenze, dovute alla diversità dei contesti e dei paesi, i poveri di tutto il mondo hanno qualcosa in comune tra di loro, e non sono visti come una categoria sociale, ma come una categoria evangelica.

Mons. Guillermo Karcher

Ho avuto un grande privilegio nella mia vita sacerdotale e spirituale, quella di aver avuto come mio Arcivescovo di Buenos Aires Papa Francesco, che mi ha seguito e segue come sacerdote; da Lui ho ricevuto tanti insegnamenti, ma soprattutto quello che il mio Arcivescovo Emerito di Buenos Aires, ora Vescovo di Roma, scrive nella Evangelii Gaudium:  “Nessuno può sentirsi esonerato dalla preoccupazione per i poveri e per la giustizia sociale” (Evangelii Gaudium, n. 201). Poco prima il Papa aveva affermato che “l’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria”, poiché “la peggiore discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale” (EG 200). Lo spirito di questo libro, delle storie che propone, è  coerente con il percorso indicato dall’Evangelii Gaudium.

In diversi passaggi del libro si fa espressamente riferimento alla carne o al volto di Gesù nella carne o nel volto di chi è povero, di chi è malato, di chi soffre… Non sono solo citazioni di passaggio, ma fanno parte della sostanza stessa delle testimonianze proposte, perché come è sottolineato nel capitolo conclusivo “non è né facile né scontato, neanche per i credenti, vedere o toccare Gesù in un corpo ferito o piagato”, eppure questa “è una provocazione forte, che spinge a farsi tante domande”, soprattutto per chi tende a una vita forgiata dallo Spirito Santo e vissuta in mezzo alle sofferenze del popolo di Dio.Lo sa bene Papa Francesco che, quando era Cardinale e mio Arcivescovo di Buenos Aires, nell’omelia del 7 agosto 2009 al Santuario di San Cayetano de Liniers, richiamata nelle conclusioni di questo libro, invitava a vedere Gesù nel volto “dei poveri, degli afflitti e dei malati… dei nostri amati fratelli che ci testimoniano la fede, la pazienza nella sofferenza e la lotta costante per continuare a vivere” (documento di Aparecida della chiesa latino americana, 257).E sappiamo tutti come non sia facile non solo guardare gli occhi dei poveri, ma anche riconosce loro dignità, ponendoli sullo stesso piano di se stessi, o addirittura su un piano più alto. Dalla guerra di Gaza, alle 148 giovani vittime del terrorismo di Al Shaabaab a Garissa in Kenya (ai quali è dedicato spazio in un lungo capitolo), dallo splendore della natura delle Ande, delle foreste del Perù o del Vietnam, ai colori del Brasile, il libro racconta di 7 opere di luce nate in questi luoghi di miseria e disperazione, ma dove il Vangelo è ascoltato e testimoniato e la carne del Cristo sofferente vive e dà vita. Lo scopo della ONLUS “Amici di Santina Zucchinelli” è quella di cercare di essere in qualche modo una via di carità e di conversione, attraverso le sue opere di solidarietà. Tutto questo rende Santina “viva”, scrive il figlio don Gigi, per il quale questa è “una consolazione”. L’Associazione dedicata a questa donna non ha il fine filantropico della raccolta fondi e della realizzazione di progetti, ma invita chi ne è coinvolto a una piccola conversione, mettendosi in gioco in prima persona. Le opere di luce, che altro non sono che i progetti realizzati in varie parti del mondo, sono opere finalizzate a promuovere occasioni di incontro, cercando di creare comunità: così a Novos Alagados, in Brasile, è stata realizzata una cucina in una favela violenta e povera, in Kenya sono nate un’aula scolastica e una cisterna per l’acqua; in mezzo alla guerra di Gaza si è scelto di puntare sull’oratorio della parrocchia cattolica, e nel villaggio peruviano di Conima di restaurare la chiesa, centro della vita non solo religiosa, ma anche sociale del piccolo villaggio sulle rive del lago Titicaca. Nella Diocesi Garissa infine, è iniziata la costruzione di una chiesa in un luogo dove possedere una Bibbia equivale ad avere un arsenale di bombe nell’armadio e dove il Vangelo è un libro molto, ma molto pericoloso. La scommessa di costruire un luogo di culto cristiano in una terra bagnata dal sangue dei 148 giovani martiri uccisi per il semplice fatto di essere cristiani, costituisce infine un seme di speranza, un faro di luce nelle tenebre della disperazione e dello sconforto. Proprio per questo sono felice che il libro sia dedicato a questi eroici giovani che hanno dato la vita per Gesù. E poi ci sono le adozioni a distanza, che puntando sui più piccoli, guardano in qualche modo al futuro. Tutti i racconti dei viaggi narrati da don Gigi in questo libro, che vanno da Gaza al Vietnam, dall’America Latina all’Africa… a Garissa, sono originati non solo dalla volontà di realizzare opere, quanto piuttosto “di avviare percorsi di solidarietà e condivisione, anche piccoli, e di coinvolgere persone, favorendo incontri, reti di conoscenze e amicizie”, promuovendo uno sguardo verso il prossimo che sia “da vicino”, per stabilire delle relazioni in cui “ciascuno guarda ma anche è guardato”, per diventare capaci di “reggere” anche lo sguardo dei poveri. E’ in questo “incrocio di sguardi” che si realizza il miracolo che rende bella la vita. Mi auguro che il libro ci aiuterà a vivere con intensità l’imminente Anno Santo della Misericordia, in cui dobbiamo, per concludere con le parole di Papa Francesco: “lasciarci sorprendere da Dio. Lui non si stanca mai di spalancare la porta del suo cuore per ripetere che ci ama e vuole condividere con noi la sua vita” (Bolla di indizione del Giubileo Straordinario della misericordia Misericordiae Vultus, 25)

Proporre “opere di luce” ad un mondo che sembra essere sommerso nelle tenebre ed alla Chiesa che appare sempre più tormentata dall’opera del diavolo, non è che rispondere all’invito di Gesù ai suoi discepoli: “risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre” (Mt 5,16).

 

II. SORRISO DI LUCE  DI VANIA DE LUCA

PROFILO UMANO E SPIRITUALE DI SANTINA ZUCCHINELLI

La prima cosa che salta agli occhi guardando il logo dell’associazione Amici di Santina Zucchinelli è una macchia rossa proprio al centro, retta da due mani. Sullo sfondo il profilo di Gerusalemme e una chiesa di quella città, Nostra Signora dello Spasimo, appartenente all’Esarcato armeno cattolico, posta alla Quarta Stazione della via Crucis. Ma il centro del logo è quel cuore, simbolo della vita di una donna che ha sofferto e combattuto, ma che secondo le testimonianze di quanti le sono stati a contatto, mai ha cessato di amare, nonostante, diciamolo subito, le avversità della vita. O forse proprio “attraverso” di esse. E’ il cuore di una donna “normale”, una madre, che a un certo punto della sua storia ha dato prova di una forza che si è manifestata dentro una fragilità diventata estrema: il corpo inchiodato a una carrozzina, la parola come prigioniera, che non esce più dalla bocca se non a rari abbozzi, ma il sorriso che rimane dolce, gli occhi in cui brilla una luce, fino alla fine, e una vitalità disarmante, come solo la forza che nasce dalla debolezza sa essere. Donna di fede, Santina, di quella fede genuina ed essenziale delle persone semplici che sembrano possedere il segreto più profondo della radice stessa della fede. La sua vita e la sua testimonianza continuano a dire tante cose, ma una più di tutte: la speranza! Che è una delle tre virtù teologali ma anche quella molla di cui l’umanità tutta ha bisogno: “Non lasciatevi rubare la speranza”, sembra dire il suo sorriso, documentato da tante foto, all’unisono con quell’invito tante volte rilanciato da papa Francesco. Dalla vita di questa donna sono scaturite iniziative di solidarietà in tante parti del mondo, e si sono raccolti tanti amici intorno a un’associazione e a una fondazione voluti da suo figlio, don Gigi Ginami, che quel tesoro ha voluto in qualche modo condividerlo, scoprendo via via, e aiutando a scoprire, un’energia che si moltiplica nel contatto con chi è più bisognoso, cercando e trovando Gesù nel volto e nella carne di poveri. Questo libro rende conto dei primi due anni di vita dell’associazione, ricostruendo però una traccia di luce che parte da lontano, e che da alcuni progetti ed esperienze concrete porta a focalizzare lo sguardo sia su chi le sta realizzando sia soprattutto su chi le ha ispirate: Santina Zucchinelli.

VANIA DE LUCA

I. IL BUIO E LA LUCE
La vita di ogni persona, compresa tra il venire al mondo e l’ultimo respiro, è costellata di tanti fatti, storie, relazioni, incontri… ci sono le scelte e le indecisioni, i dubbi e le certezze, i si e i no, quella dose di caso che nessun colpo di dadi abolirà mai; ci sono le gioie e le disgrazie, le lacrime e i sorrisi, c’è l’amore, dato e ricevuto, c’è il dolore, c’è la personale risposta ai casi della vita. E poi c’è la storia interiore di ogni persona: i pensieri, i sentimenti, i desideri, le convinzioni profonde, la spiritualità, un qualcosa di insondabile, quel mistero che in fondo, oltre il visibile, il noto e il comprensibile, avvolge e accompagna ogni vita. Dover ricostruire a posteriori i tratti salienti di un’ esistenza e di una personalità non è facile, soprattutto trattandosi di una persona che non si è conosciuta direttamente, attingendo a scritti, notizie e testimonianze di altri. Confesso che mi sono sorpresa quando don Gigi Ginami ha chiesto proprio a me la stesura del capitolo introduttivo di questo libro dedicato alle opere di luce della fondazione Santina Zucchinelli, a 10 anni peraltro dal primo libro a lei dedicato. Non era una richiesta come le altre, mi stava affidando quanto gli è di più caro, la memoria di sua madre Santina, il suo carisma, tuttora vivo e operante, e niente affatto estraneo alla sua stessa vocazione sacerdotale. Lei che un figlio sacerdote lo aveva desiderato e “sognato”, come direbbe papa Francesco, prima ancora di concepirlo. Lei che da madre si era trovata a fare anche un po’ da padre, doveva aver imparato a conoscere bene le armi con cui affrontare la vita. Erano le armi di una luce che riusciva a trasmettere a chi le era accanto come un riflesso di quella che aveva illuminato i suoi passi, uno dopo l’altro. Dalle notizie sulla sua vita di cui parlano i precedenti libri a lei dedicati, emerge la sua fiducia anche quando l’orizzonte lontano non era visibile, anche quando la luce era fioca ma sufficiente per un passo soltanto. Le notti di veglia sembrano non passare mai. Così anche quelle della vita, quando il buio si fa sempre più buio e si fa strada la paura che la notte sia eterna. Invece la parte più profonda della notte è proprio quella che arriva prima dell’alba, ma bisogna passarla prima di vedere la luce. Alcuni più che attraversarla sembrano esserne attraversati… “Sentinella, quanto resta della notte?”, è la domanda che a tanti, nei dolori della vita, è capitato di ripetere con il profeta Isaia. Una grande risposta, una buona strada, si trova in RM 13,12: “La notte è avanzata, il giorno è vicino! Buttiamo via le opere delle tenebre e prendiamo le armi della luce”. Più d’una furono le notti di Santina, ma lei non si fece avvolgere dalle tenebre, e seppe combattere con l’ operosità di una luce cercata, invocata e puntualmente ricevuta. Scoprendo che l’alba è vicina proprio quando la notte è avanzata

II. LE ARMI DELLA LUCE
Nel 1963, dopo una malattia lunga e debilitante, muore il marito Egidio, e Santina si ritrova giovane vedova con due figli, Gigi, di non ancora 3 anni, e Carolina, di appena 9 mesi. Dopo non molto tempo muore anche sua madre Alessandra. Ecco la notte… Alla solitudine si accompagna la difficoltà economica. Santina non ha un lavoro, sceglie di non risposarsi, lascia la casa della curia diocesana di Bergamo di cui suo marito era custode e si trasferisce in una piccola mansarda con i due figli. In qualche modo entrano nella sua vita, in cui la dimensione materna rimarrà quella più caratterizzante, i tratti evangelici della povertà, della castità e dell’obbedienza, che per i religiosi e le religiose sono dei voti, ma che lei volle scegliere e vivere da laica di fede profonda. Seppe affrontare circostanze dure con grande dignità, le sue armi furono il silenzio e la preghiera, la contemplazione, la messa e l’eucaristia quotidiane, una fede mariana costante, fatta di fiducia e di confidenza. E’ di molti figli il sentire, non sempre consapevole, che nessuno come la propria madre possa comprendere, accogliere, accompagnare, farsi carico, guidare, intercedere… Questo è vero anche a livello spirituale, nelle espressioni più autentiche della devozione mariana, ma in chi oltre che figlio o figlia, è anche madre, c’è qualcosa in più nei confronti di Maria. Nella devozione mariana delle madri c’è l’intuizione, a volte implicita, che in nessuno come quella Madre possa comprendere a fondo il loro modo di amare, di soffrire e di sentire, in particolare il loro modo “viscerale” di partecipare alla vita e al dolore dei figli, cercando, soprattutto nelle vicende più tristi e amare della vita, una strada che aiuti a conciliare la giustizia e la rettitudine con la compassione e la misericordia. Così come non c’è dolore umano che nella croce di Cristo non possa trovare una strada, non c’è dolore materno che in Maria non possa trovare una sponda. E questo molte madri lo sanno.Confesso ora una seconda sorpresa, quella che mi ha colta in più di un’occasione di fronte al modo che papa Francesco ha di tratteggiare la sensibilità femminile- materna, come chi ben conosce il modo e il ritmo con cui batte il cuore di una madre. Lo sa da figlio (la sua devozione mariana è più che profonda, è radicale) ma lo sa anche da pastore che ha prestato orecchie e cuore all’ ascolto di tante madri e che continua a ricordare che la chiesa è donna e madre, con tutte le conseguenze che da questo possono discendere, perché la chiesa nasce non solo dal costato squarciato di Cristo sulla Croce, ma anche dal cuore trafitto di Maria ai piedi di quella stessa croce. Nel corso delle udienze generali dedicate alla famiglia, papa Francesco ha più volte rimarcato il profilo materno della chiesa. Lo ha fatto anche il 5 agosto 2015, parlando di famiglie ferite, e ricordando che “lo sguardo di maestra” della chiesa “attinge sempre da un cuore di madre; un cuore che, animato dallo Spirito Santo, cerca sempre il bene e la salvezza delle persone”. E’ importante capire come funzionano i cuori delle madri. Certamente non sono tutti uguali, non funzionano tutti allo stesso modo, ma ci sono delle qualità e delle attitudini del sentire materno (si tratti di madri biologiche, si tratti di madri spirituali) che oggi possono offrire quello sguardo che al mondo serve per favorire percorsi di inclusione, di riconciliazione, di cura, di accompagnamento, perfino di guarigione.Ci sono situazioni che nella vita non si scelgono, che si eviterebbero se si potesse, ma se si riesce ad accettarle possono diventare una via feconda e generatrice. Sembra essere stata un po’ così la via di Santina, fino a conoscere la luce che segue la notte profonda, e a scoprire nella sua vita che Dio sa asciugare ogni lacrima. Molti cristiani che hanno conosciuto la notte, pur con il volto rigato dalle lacrime, non hanno smesso di cercare una strada per sentire e per dire che l’ultima parola non può essere della morte. Alcuni l’hanno trovata, altri, invece, sono stati trovati. Santina non si diede per vinta, e con grande forza d’animo accettò lavori umili per sostenere i suoi bambini, ma un’altra notte, dopo molti anni, avrebbe dovuto attraversare. In una lettera al fratello Luigi, che sta per essere ordinato sacerdote, Santina esprime la sua gioia profonda, e chiede preghiere: “ché possa avere tanta serenità e coraggio perché tante volte mi sento proprio mancare”. Ci sarà un altro sacerdote in famiglia, dopo diversi anni. Il giorno più bello della vita di Santina, secondo quanto lui stesso ha raccontato, fu il 21 giugno 1986, quando fu ordinato sacerdote suo figlio Luigi, che così ricorda quel giorno: “era tanto orgogliosa di me e mi guardava con tanta ammirazione”. Tra i due c’è un legame profondo che non è solo una forte relazione madre- figlio, ma anche una relazione spirituale dinamica, così che il sacerdozio di don Gigi sembra accompagnato e nutrito da una presenza materna costante, che anche oltre la morte continua a nutrirsi di un ricordo che è memoria viva.

Copertina Opere di luce

III. LA MATERNALITÀ DELLA CHIESA
Il modo di essere, di sentire, di soffrire, di amare delle donne, in particolare delle madri, non riguarda solo le donne, ma oggi più che mai l’umano, e anche una chiesa e una pastorale incamminati alla ricerca del volto misericordioso di Dio. Ai vescovi brasiliani incontrati nella cattedrale di Rio, durante la Gmg del 2013, papa Francesco chiese, tra l’altro, una “conversione pastorale”, ricordando che “pastorale” non è altra cosa che l’esercizio della maternità della Chiesa: “Essa genera, allatta, fa crescere, corregge, alimenta, conduce per mano… Serve, allora, una Chiesa capace di riscoprire le viscere materne della misericordia”, perché “senza la misericordia c’è poco da fare oggi per inserirsi in un mondo di “feriti”, che hanno bisogno di comprensione, di perdono, di amore”. Poco meno di un anno dopo, aprendo in Vaticano il convegno della diocesi di Roma, il 16 giugno 2014, papa Francesco suggeriva un’altra immagine semplice ed efficace: essere nella Chiesa –diceva- “è essere a casa con mamma, a casa di mamma”. La chiesa era invitata a “diventare madre”, per non ridursi a una “ong ben organizzata con tanti piani pastorali”. Di questi si ha certo bisogno, aggiungeva il papa, ma come “un aiuto alla ‘maternalità’ della Chiesa”, che non cresce “per proselitismo, ma per attrazione materna”, per “tenerezza”. E poi scherzando: «se la Chiesa non è madre diventa una zitella, non è feconda. L’identità della Chiesa è fare figli, cioè evangelizzare, come dice Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi» (“il più potente documento pastorale che sia mai stato scritto”, l’aveva lui stesso definita un anno prima, a giugno del 2013, in un passaggio a braccio, nella basilica vaticana, nell’udienza con la diocesi di Brescia). L’insistenza di papa Francesco sull’identità femminile della chiesa, che di una madre deve avere il linguaggio, la fecondità, la capacità generativa, ma anche la modalità misericordiosa di accompagnare, perdonare e accogliere, fanno di questo un tema importante del suo pontificato, e tutto da sviluppare, non solo in chiave teorica (tornando da Rio il papa disse che “bisogna fare una profonda teologia della donna”) quanto come prassi, come esperienza vissuta, perché se, ancora parole sue, “come Chiesa non sappiamo generare figli qualcosa non funziona”. Sul tema il Papa è tornato anche durante il volo di rientro a Roma dagli Stati Uniti, quando durante la conferenza stampa con i giornalisti ha ribadito che “nella Chiesa sono più importanti le donne che gli uomini, perché la chiesa è donna; è la Chiesa, non il Chiesa; la Chiesa è la sposa di Cristo, e la Madonna è più importante dei Papi, dei vescovi e dei preti”. Ancora una volta una considerazione importante, che richiede no. Solo una riflessione ma un cammino nuovo: “noi siamo un po’ in ritardo nella elaborazione di una teologia della donna. Dobbiamo andare più avanti in quella teologia”. Nell’esperienza delle madri, nel loro modo di desiderare un figlio, di metterlo al mondo e accompagnarne la crescita, di vivere la relazione con più figli, di non arrendersi davanti alle difficoltà perché il bene più grande rimane la vita, può esserci un riflesso del modo di amare di Dio, che ha a che fare con il perdono e con la misericordia.

IV. IL TEMPO DELLA PROVA COME INIZIO DI UNA NUOVA VITA
La vita regala a Santina i nipoti, figli della figlia Carolina, che la ricorderanno come nonna affettuosa, serena, sempre sorridente. Poi, nel 2005, una nuova croce. Il 21 maggio di quell’anno viene accolta come oblata del Monastero di Santa Grata. Firma un atto di consacrazione del suo cuore a Dio, in cui si impegna alla conversione dei suoi costumi e a un impegno di vita secondo lo spirito della Regola di San Benedetto e degli Statuti degli oblati. Dopo pochi giorni, il 4 Giugno, festa del Sacro Cuore, subisce un infarto che segna come l’inizio di una nuova storia di sofferenza, di preghiera, ma anche, incredibilmente, di profonda gioia nel Signore, secondo quanto testimonia chi le è stato vicino. “La prova c’è e c’è per tutti, anche per i migliori”, ha scritto il cardinale Martini nella Presentazione al primo libro su Santina, “Roccia del mio cuore è Dio”, presentando la figura di Giobbe che “non offriva nessun motivo per essere tentato perché era perfetto in tutto”. Concludeva il cardinale che “è dunque necessario prendere coscienza che la prova o tentazione è un fatto fondamentale nella vita”. E gli ultimi anni della vita di questa donna furono probabilmente una prova o una tentazione continua, per lei e per chi le fu accanto. Il 18 luglio del 2005 viene sottoposta a un intervento chirurgico a cuore aperto dopo il quale non sarebbe stata più la stessa. All’operazione seguono centonove giorni in un reparto di terapia intensiva: un tempo lungo per una donna di ottant’anni, che dopo 9 mesi trascorsi in ospedale si trova costretta su una sedia a rotelle e bisognosa di cure e di assistenza. Non è facile mantenere il buon umore dopo aver perso l’autosufficienza e la parola, quando bisogna essere imboccati e lavati. Eppure lei ci riuscì, accettando il suo stato e mostrando la possibilità di una vita degna, anche in condizioni così difficili. Il cardinale Comastri ricorda di averla incontrata nella Basilica di San Giovanni in Laterano il Giovedì Santo del 2011 e di essere rimasto colpito dal suo sorriso: “Non si lasciava mai Santina senza una nuova e profonda pace nel cuore. Il semplice sorriso silenzioso, i due occhi pieni di luce curavano l’animo di chi le si avvicinava. Sembrava che a lei fosse concessa la singolare grazia di vivere la beatitudine del paradiso in un corpo fragile e debole”. Il figlio monsignore la segue, come può, di persona, così come la figlia Carolina, presenza costante nella quotidianità di Santina. La vicinanza dei due figli sarà stata certamente non solo un aiuto ma anche una consolazione per lei. Poi c’è Olinda, la “badante” si direbbe nel linguaggio corrente. In realtà Olinda, citata anche in questo libro, è una donna buona e sensibile, che ha una famiglia con figli sulle Ande peruviane, e che diventa presto una persona di famiglia, tuttora definita “una sorella” da don Ginami. Lui con sua madre gira il mondo: 43 viaggi in sei anni, per un totale di 328 giorni. Alcune delle opere di luce di cui si parla in questo libro hanno un’origine lontana proprio in quei viaggi. Santina non parla, comunica con gli occhi. Che continuano a dire quella serenità e quel coraggio che invocava da giovane nella lettera al fratello sacerdote, ma anche qualcosa di più. La luce di quegli occhi, il sorriso di quel volto, pur nella sofferenza, dicono la resa di un cuore a Dio. Che misteriosamente si fa presente e visibile dentro certe storie e certe esperienze che ad occhi umani sembrerebbero solo drammatiche. E’ lo stesso mistero che rende presente e visibile Dio nella carne sofferente dei poveri, o nello sguardo di certi bambini, che ha qualcosa in comune con quello di certi anziani. Secondo quanto raccontato nei precedenti volumi a lei dedicati la forza che la sorresse questa donna negli ultimi anni era frutto di una forte spiritualità che dava un senso anche alla sofferenza, vissuta con spirito di carità. Nonostante la disabilità partecipava ogni giorno alla messa, e il venerdì alla Via Crucis. Monsignor Ginami ricorda che il suo ultimo gesto cosciente fu il Segno della Croce, che nel corso delle sue giornate era abituata a ripetere con frequenza. C’era poi l’obbedienza, che era per lei una virtù costante, praticata e consigliata: “Obbedire sempre” soleva ripetere a suo figlio anche quando parlare le era diventato difficile. E poi l’altra raccomandazione: “Stare con il Signore”, frase ripetuta negli ultimi anni ben 15 volte, come annota con meticolosa precisione don Gigi, che da quando la mamma manifesta difficoltà nel comunicare annota ogni sua parola. Così il 5 agosto 2006, alle ore 19:00 le domanda: “Mamma perché sei sempre felice?”. E lei: “Perché sto con il Signore”.

Cristo di Garissa

V. INCROCI DI SGUARDI, OLTRE LE PAROLE
Dal 4 dicembre 2012 Santina riposa a Gerusalemme a pochi metri dalla quarta stazione della via Crucis, dove Gesù incrociò lo sguardo di Maria, sua madre. Non è facile entrare nella pienezza dell’incrocio di quei due sguardi. cosa provò Maria guardando gli occhi di Gesù, e cosa provò Lui guardando gli occhi di sua madre? E quale significato ha avuto per l’umanità quell’incrocio di sguardi? A poca distanza di spazio e di tempo da quella morte in croce, nella relazione generativa di quello sguardo c’era un punto di profondità e di altezza in cui il massimo del dolore possibile e il massimo dell’amore possibile si sono toccati fino a coincidere. La scelta di seppellire lì Santina non è stata casuale. Ci sono immagini o incroci di sguardi che dicono più di tante parole. Questo libro ne tratteggia diversi, scoprendo per esempio “nella meraviglia che esprimono gli occhi di una bambina che riceve un regalo inaspettato, lo stesso paradiso che si poteva leggere negli occhi di una madre disabile”. Così come in Africa gli occhi e la dolcezza di un bambino di un anno e mezzo appena, “si sovrappongono al ricordo degli occhi e della dolcezza di Santina”, e il contatto non tanto con la povertà, quanto con i poveri, diventa un contatto diretto con la carne di Cristo. E’ un salto importante questo passaggio dalla povertà ai poveri, ai loro volti, alle loro storie, ai loro nomi, alle loro piaghe, alle loro malattie, alla loro puzza… papa Francesco testimonia con molti gesti e con molte scelte che non ci si può occupare di povertà a tavolino, chiudendo gli occhi davanti ai poveri, ai quali è non solo possibile ma anche doveroso riconoscere innanzitutto la dignità. Questo non si può fare senza sporcarsi le mani, senza chinarsi, senza lasciarsi coinvolgere. Verso i poveri si è in qualche modo debitori, e nel loro vivere non c’è solo indigenza, ma a volte ci sono una sapienza e un’ essenzialità che hanno tanto da insegnare a chi vive nell’opulenza. I poveri, i bisognosi, i sofferenti, sono persone. I progetti di cui si parla in questo volume cercano di guardare non tanto alle opere quanto alle persone, e alle opere solo in quanto finalizzate alle persone. Anche le adozioni a distanza sono pensate per bambini precisi, con un nome, un volto e una storia, non visti come semplici destinatari di progetti. Così le adozioni non si esauriscono nel pagamento annuale di una cifra tutto sommato modesta, ma implicano una conoscenza diretta, una relazione vera, anche se solo via skype, tra le famiglie e i bambini.

DOREEN

VI. LE OPERE DI CARITÀ
Ha scritto il cardinale Comastri, ricordando la storia di Santina, che “quando Dio trafigge il cuore, il cuore delle persone buone, questo diviene santuario della sua presenza”. E’ stata un po’ così, la vita di questa donna, e le opere di carità di cui questo libro dà conto sono in qualche modo il segno di un processo avviato. Esse comportano una conversione e una “compromissione” del figlio don Gigi insieme a quanti via via sono stati coinvolti nell’associazione, che non si limita a raccogliere e distribuire fondi per la realizzazione di progetti, ma chiede di mettersi in gioco in prima persona, cambiando in meglio qualcosa del proprio cuore. Così i racconti dei viaggi narrati in questo libro, da Gaza al Vietnam, dall’America Latina all’Africa, testimoniano la volontà non solo di costruire opere quanto piuttosto di avviare percorsi, anche piccoli, e di coinvolgere persone, favorendo incontri, reti di conoscenze e amicizie. Nei suoi diari di viaggio don Gigi racconta il contesto sociale e culturale in cui sono realizzate le opere di luce, e parla di quanti ne sono destinatari, protagonisti o attori, ma dà anche conto del suo modo di vivere il sacerdozio e la fede, della sua personale vicenda interiore, spesso della sua commozione legata a una memoria di sua madre che non è solo ricordo di un passato finito, ma è memoria viva, segno di una relazione che in forma diversa esiste anche ora che Santina non è più su questa terra. È la memoria tipica dell’esperienza biblica capace di “rendere presente l’evento di Dio che viene ricordato nel passato”, come diceva il vescovo di Bergamo Franco Beschi citato nel volume. Così, ricordando nella prospettiva dell’esperienza biblica, rivivono segni, esperienza e testimonianza, e si scopre che sono, al presente, fecondi. In Perù, ad esempio, quando don Gigi imitando un po’ il costume latinoamericano, si inginocchia e chiede alle ragazze e bambine dell’orfanotrofio di dargli la loro benedizione facendo il segno della croce sulla sua fronte, annota: “Questo gesto me lo faceva sempre Santina: quando partivo da Bergamo per Roma; Mamma mi faceva un segno di croce sulla fronte, sulle labbra e sul cuore”. È in questo senso che la memoria è memoria viva, che ispira, nell’oggi, gesti e comportamenti. La sofferenza di Santina ha aperto a don Gigi gli occhi sulla sofferenza degli altri, al punto che lui stesso è partito con l’intento di asciugare almeno una lacrima di coloro che soffrono nel mondo, ma racconta di avere poi scoperto che le lacrime non sono solo da asciugare ma anche da piangere, e che c’è una fecondità del “versare lacrime per il dolore degli altri o di felicità nello scoprire in ogni angolo del mondo che esiste gente buona” che può incoraggiare “ad essere solo ed esclusivamente sacerdote, lontano dalla carriera e vicino al cuore della povera gente”. Il ricordo, in una chiesetta peruviana, va a Santina “che era nei primi banchi quando celebravo la messa”, e mentre ora “i primi banchi sono predisposti per le autorità” in fondo c’è un vecchio, “l’ultima persona”, un povero, la carne stessa di Cristo, che provoca la commozione, smuovendo qualcosa nell’intimo stesso di chi riesce a sentire quel passaggio che va dagli occhi al cuore e che diventa azione, l’esatto contrario dell’indifferenza. Ci sono molti rovesciamenti di situazione, nelle storie raccontate in questo libro: In un luogo come la favela brasiliana del Kilombo, ad esempio, “dove la sofferenza è inquilina di casa abituale, le orecchie sono più capaci di intendere parole che in Europa sistematicamente ci vietiamo di ascoltare”, e mentre la foto di Santina con la scritta “quando sono debole è allora che sono forte” viene portata all’altare, don Gigi racconta di trattenere a stento le lacrime, pensando a lei, “a quanto mi abbia insegnato nella sua vita e quanto insegni ora a questa povera gente”. Ancora, di fronte alla povertà estrema di una famiglia africana, racconta: “Piango e non mi vergogno di piangere, anzi mi vergogno di non aver pianto fino ad oggi”. Papa Francesco insegna che ci sono realtà della vita che “si vedono solo con gli occhi puliti dalle lacrime”, ma queste sgorgano solo quando certe realtà scuotono il cuore. Ne ha parlato a Manila, all’incontro con i giovani, mettendo da parte il discorso preparato per rispondere a una ragazzina che aveva terminato nel pianto la sua domanda sul dolore dei bambini: “perché Dio permette che i bambini soffrono?”. E perché, si può aggiungere, gli innocenti, perché i deboli e gli inermi….? Perché le guerre, le stragi, le catastrofi…? L’elenco potrebbe essere lungo. Ci sono lacrime versate per il proprio dolore o per quello delle persone care, ma le lacrime di cui solo un cuore “intenerito” diventa capace son quelle versate per il proprio prossimo. Da Lampedusa, nel luglio del 2013, (“chi piange per questi morti?”) fino alla domanda rivolta ai pastori nel mercoledì delle ceneri del 2015 (“Io piango? Il papa piange? I cardinali piangono? I vescovi piangono? I consacrati piangono? I sacerdoti piangono? Il pianto è nelle nostre preghiere?”) nel magistero di papa Francesco la lacrime hanno una grande importanza. Lui stesso l’abbiamo visto commuoversi abbracciando dei martiri, a Sarajevo come, precedentemente, a Tirana. E’ una via di umanizzazione, questa delle lacrime, che segna la qualità di uno sguardo sul mondo. A inizio quaresima 2015 il papa invitava a “chiedere il dono delle lacrime”, così da rendere la preghiera e il cammino di conversione “sempre più autentici e senza ipocrisia”. In fondo il cammino di ogni autentico cristiano implica una costante conversione del cuore anche in relazione alle situazioni e alle circostanze che si vivono.

00 Copertina Opere di Luce

VII. LA VIA DELLA SOLIDARIETÀ
La ONLUS “Amici di Santina Zucchinelli” cerca di essere in qualche modo una via di carità e di conversione. Attraverso le opere di solidarietà da essa promosse Santina “continua ad essere viva”, scrive don Gigi, e questa è “una consolazione”.Negli ultimi anni “la sua vita era paradossalmente uno scarto, era una vita di minorata, ma questa vita tanto scartata dal mondo Santina la viveva con serenità”. E’ una testimonianza preziosa, questa, in una società che continua a produrre scarti di tutto ciò che non serve, che non è efficiente, che non produce, che non consuma. E non scarta solo le cose ma anche le persone, come denuncia papa Francesco, in particolare gli anziani e i bambini. Una cultura, questa dello scarto, che apparentemente garantisce il benessere, anche se di pochi, ma che in realtà fabbrica egoismo, indifferenza e anche tristezza, perché corrode quanto di umano c’è nell’uomo. La perdita della capacità di piangere, di commuoversi, è un segno di aridità non solo spirituale ma anche semplicemente umana. Tra i capitoli che più mi hanno colpita di questo libro c’è quello che ho letto per primo, e che in ordine di tempo è stato scritto più di recente. E’ il capitolo riguardante il decimo viaggio di solidarietà in Perù, fatto a giugno del 2015. Mi ha colpita perché circa dieci giorni dopo il rientro a Roma di don Gigi, partivo per l’America Latina con il volo papale che avrebbe visto papa Francesco in Ecuador Bolivia e Paraguay nel suo nono viaggio apostolico, che avrei seguito per Rainews 24. Noi non abbiamo toccato il Perù, ma il villaggio di Conima (distretto di Puno) dove si trova la parrocchia san Michele Arcangelo in cui la Onlus ha finanziato alcuni lavori di rifacimento, si trova sulle rive dello stesso lago Titicaca che abbiamo sorvolato per raggiungere La Paz, la capitale Boliviana che ha accolto papa Francesco il 7 Luglio. I campesinos di cui parla don Gigi mi hanno ricordato quelli che lì aspettavano il papa -erano tanti-, sorridenti e felici di accogliere un ospite così importante; la fede semplice e genuina di cui lui parla, quella che abbiamo visto in tanti momenti, ma soprattutto alle celebrazioni nei tre paesi latino americani visitati. E poi la povertà, le contraddizioni sociali, le ingiustizie, ma anche la valorizzazione di micro progetti e di testimonianze anche piccole, ma non questo meno significative, segno di una volontà e di possibilità concrete di cambiamento “dal basso”. L’ esempio più significativo l’abbiamo toccato con mano all’incontro con i movimenti popolari a Santa Cruz il 9 luglio, in cui il papa ha proposto un discorso densissimo, vedendo nello spirito che anima questi movimenti l’alternativa possibile all’economia che uccide, alla globalizzazione indifferente, alla distruzione della natura. “Io sono vicino a questa realtà”, ha detto durante la conferenza stampa sul volo di rientro a Roma, “perché è un fenomeno presente in tutto il mondo. Anche in Oriente, nelle Filippine, in India, in Thailandia”. Una realtà significativa, una forza positiva di cambiamento: “Sono movimenti che si organizzano fra loro, non solo per fare una protesta, ma per andare avanti e poter vivere”, li descrive il papa, “e sono movimenti che hanno forza, e questa gente, che sono tanti e tanti, non si sente rappresentata dai sindacati, perché dicono che i sindacati adesso sono una corporazione, non lottano – sto semplificando un po’ – per i diritti dei più poveri”. Cosa c’entri la chiesa con i movimenti popolari lo ha spiegato subito dopo, parlando di dialogo e di una Chiesa che “non può essere indifferente”, che ha “una Dottrina sociale e dialoga con questo movimento, e dialoga bene”, e loro “non sono anarchici”, ma “lavorano, cercano di fare tanti lavori anche con gli scarti, le cose che avanzano; sono lavoratori davvero”. Il dialogo, un dialogo vero, presuppone una capacità di ascolto e una volontà di incontro, altrimenti non è dialogo ma monologo. Proprio alle popolazioni dell’America Latina, in particolare i boliviani, la Onlus di cui ci stiamo occupando ha dedicato un progetto italiano, presso l’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo per combattere il morbo di Chagas, una malattia infettiva che viene trasmessa da alcuni parassiti e può provocare la morte, soprattutto per insufficienza cardiaca e malattie cardiovascolari. Nella provincia bergamasca c’è un’ alta concentrazione di immigrati latino americani, e lo screening sulle mamme portatrici sane del morbo ha già consentito di individuare e curare alcuni bambini che altrimenti avrebbero contratto il morbo con pericolose conseguenze.

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VIII. UNA CHIESA IN USCITA
Le storie e le avventure raccontate in questo libro si presentano come ben in linea con quello stile di una chiesa in uscita incoraggiata da papa Francesco. Così come la sensibilità verso i piccoli, i poveri, le donne…. Di don Gigi colpisce anche una certa audacia, che certo non può essere di tutti, anche se per tutti può essere un esempio. “Ti voglio con me a Gaza”, mi scrisse prima di uno dei suoi ultimi viaggi. Ancora conservo la mia mail di risposta con una sola parola: “scordatelo!”. Ma i modi per essere su una stessa strada possono essere diversi, così come diverse sono le persone che fanno oggi parte dell’associazione Santina Zucchinelli, e la sentono un po’ propria, dando ciascuno il proprio contributo perché possa camminare nel mondo anche attraverso le opere di luce, e scoprendo che quanto si dà è parte minima rispetto a quanto si riceve. Non finiscono qui le storie raccontate in questo libro, che documenta un pezzo di strada che si spera abbia un futuro, segno di come la sofferenza e il dolore possano essere “un buon seme che caduto nel campo della sofferenza e della miseria di altri popoli oggi produce i suoi frutti più squisiti”.

IX I DIECI VOLUMI DEDICATI A SANTINA
La maggior parte delle notizie e delle testimonianze riportate in questo capitolo sono tratte dai precedenti volumi dedicati a Santina Zucchinelli nati dal 4 giugno 2005 al 4 dicembre 2012, giorno della sua morte. In questo lasso di tempo don Gigi ha seguito la pubblicazione di dieci libri diffusi non solo in lingua italiana, voluti sia come uno strumento di riflessione e di approfondimento sul vissuto di sua madre, sia come supporto a un impegno di solidarietà affinché il dolore da lei sofferto si trasformasse in aiuto ad altre persone. Anche questi libri segnano, in qualche modo, le tappe di un percorso al quale questa pubblicazione si lega, e che qui sintetizziamo.Il primo libro si intitolava Roccia del mio cuore è Dio. Oggi, a distanza di dieci anni, don Gigi ricorda innanzitutto l’emozione di consegnarne la prima copia a Santina nell’ospedale di Gussago e le prime fotografie per la promozione dell’opera: “Era la festa della Madonna Immacolata, l’8 dicembre 2005 e la neve cadeva spessa. Mamma era totalmente cambiata dalla malattia, ma i suoi occhi erano pieni di gioia nel vedere il piccolo libro dal colore blu, con al centro una fotografia di quando stava ancora bene. Il libro fu realizzato grazie alla generosità di Domenico Bonifaci proprietario del giornale romano Il Tempo. Si componeva di 141 pagine con una copertina e sovraccoperta molto elegante e fu venduto al prezzo di Euro 12. Il Cardinale Martini ne aveva firmato la presentazione. Era l’augurio di Buon Compleanno a Mamma per i suoi 80 anni. Con grande mia commozione il libro fu esaurito in pochi mesi e fruttò 30.000 Euro, distribuiti in carità alla cardioanestesia e cardiochirurgia degli Ospedali riuniti di Bergamo. Fu il primo gesto di solidarietà, ai quale ne seguirono molti altri”.Nel luglio 2006 ne uscì un’altra Edizione. Alla presentazione di Martini, si aggiunse l’ introduzione di una giornalista, Rula Jebreal. “La scelsi”, spiega ancora don Gigi, “perché era una giovane musulmana e perché una donna era fondamentale nel presentare il dolore di una donna, ed infine perché Rula è una palestinese originaria di Gerusalemme, città dove ora riposano le spoglie mortali di Santina”. L’Introduzione fu firmata il 18 Luglio 2006, in ricordo di quanto era avvenuto l’anno prima, e cioè l’intervento sul cuore di Santina. Il libro aveva una copertina verde con il suo volto sorridente nonostante la disabilità, e sul retro ancora una sua immagine in una strada di Gerusalemme. Si componeva di 159 pagine, vendute a 10 Euro. In breve se ne fecero una seconda edizione e poi una terza, che usci l’anno successivo, nell’aprile 2007. Fu poi la volta di una quarta edizione in lingua inglese, God is the Rock of my Heart che uscì a Los Angeles per la casa editrice Color Depot. Con la precisione che caratterizza appunti e ricordi, don Ginami annota di essere andato a Los Angeles per la pubblicazione il 14 dicembre del 2007. La prefazione era firmata da S.E. Mons. Raphael Minassian, Esarca Armeno Cattolico di Gersualemme, e gli scritti di Martini e Jebreal erano mantenuti. La copertina era azzurra con la chiesa dell’esarcato di Gerusalemme ed il volto sereno e sorridente di Santina. Il volume, di 182 pagine, fu venduto a 10 dollari. Il quinto libro su Santina uscì presso le Edizioni Paoline nel 2008 e fu presentato a Roma il 6 novembre di quell’anno. Con l’editore si concordò un materiale nuovo e approfondito, e si arrivò così alle 396 pagine di La Speranza non delude, titolo ancora tratto da una citazione biblica. In copertina il volto sorridente di Santina sullo sfondo di un tramonto-alba sul mare e in una sezione centrale alcune sue foto a colori, il costo, 17 euro e 50. Nella Prefazione il Cardinale di Hong Kong Joseph Zen regalava il ricordo personale di come anch’Egli aveva seguito l’infermità dell’anziano padre, mentre il cardiochirurgo Paolo Ferrazzi in otto pagine di introduzione raccontava i suoi sentimenti durante l’intervento chirurgico su Santina. Il testo venne presentato ad Assisi il 31 gennaio 2009 e la Compagnia teatrale di Carlo Tedeschi lo trasformò in Musical dal titolo Quattro scintille di luce. Il libro si esaurì presto. La nuova edizione venne presentata con il DVD il 7 ottobre 2009 al lago di Montecolombo, sede della Compagnia teatrale di Carlo Tedeschi e venduto con il DVD a 19 Euro. Era questo il sesto libro su Santina. Nel frattempo dagli Stati Uniti, attraverso Mons. Minassian, trovò accoglienza presso un editore arabo di Beirut e così La Speranza non delude venne stampato in lingua araba in 3.000 esemplari, con Santina sorridente sullo sfondo di un grande e maestoso cedro del Libano. Don Gigi ricorda di essere andato a Beirut per la presentazione il 12 Giugno 2009, e dopo il discreto successo anche in questa occasione, annota: “capisco che la sofferenza parla tutte le lingue. Siamo al settimo libro sul dolore di mia madre”. Contemporaneamente al percorso editoriale libanese, giri promozionali del libro partivano da Los Angeles per Denver, New York e Filadelfia, dove un nuovo editore mostrò il suo interesse: la AMDG Group di Long Branch NJ, che rivide completamente il materiale per una nuova pubblicazione. Nacque così A Heart Poured Out for God con il sottotitolo The Story of Santina Ginami. A Way of the Cross (pagine 165). In copertina Santina abbracciata dal figlio sullo sfondo della Basilica di San Pietro. Ai primi di agosto del 2010 fu presentato a Filadelfia a una grande fiera del libro, mentre a New York si faceva avanti l’idea di una Fondazione Santina Zucchinelli. L’ottavo libro arrivò in una data particolare. Nel 2011 esce in Italia Quando sono debole è allora che sono forte, firmato a Gerusalemme il 21 giugno 2011 in occasione del Venticinquesimo di sacerdozio di don Ginami. E’ questa la terza citazione biblica scelta per presentare la figura di Santina, che in copertina è ritratta a Gerusalemme con in mano la Croce che aveva portato per tutta la Via Crucis e che lei e Olinda avevano regalato a don Gigi per il suo Venticinquesimo anniversario di Sacerdozio. La casa Editrice questa volta fu la Velar. Il libro (302 pagine, venduto a 15 Euro), fu presentato per la prima volta ad Assisi il 2 settembre 2011, nella sala della Conciliazione del Comune. Il decimo libro, dedicato a Maria Carolina Ginami, nel titolo proponeva ancora una volta una citazione biblica: Dio asciugherà ogni lacrima (ed Marna, 365 pagine, venduto a 15 euro), e vedeva la luce a un anno dalla morte di Santina. Il dolore del distacco, scriveva Padre Federico Lombardi nella prefazione, “comincia a lasciare lo spazio per una più pacata e serena memoria nella fede. Uno sguardo retrospettivo che si apre in avanti nella speranza della vita eterna e nell’esperienza viva della comunione dei santi”.Il cammino continua con questo libro che avete tra le mani, e con le opere e le storie di cui narra. Sono storie di vita incontrate nei diversi paesi in cui Associazione e Fondazione lavorano. Sono tutte storie vere, che testimoniano eroismo o disperazione, dolore o speranza. Per la delicatezza di molti casi, con la sola intenzione di proteggere le persone di cui si parla, siano adulti siano i quarantasei bambini delle adozioni a distanza, abbiamo deciso di non rivelare i loro nomi, ma di ricorrere a nomi di fantasia che nulla tolgono alla reale forza delle singole storie.

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