UNDICESIMO VIAGGIO DI SOLIDARIETÀ IN KENYA 5-13 SETTEMBRE 2015
I. INCONTRARE L’AIDS
GRACE MORIRE A SETTE MESI DI AIDS
Il sentiero in terra battuta ci conduce alla capanna di Daniel. Siamo al tramonto del sole di una intensa giornata, la prima che vivo qui interamente in Africa. Una giornata fatta di incontri preparatori al nostro viaggio a Garissa, e di visita alle famiglie dei bambini che abbiamo preso in adozione a distanza. Sta terminando il primo anno e dobbiamo erogare la seconda annualità e dunque con grande passione voglio incontrare per la terza volta questi piccoli.
Inizio a cercare tra l’erba alta fuori dalla capanna… Jimmy e Daniel mi aiutano, gli altri bambini stanno a guardare. Ma dove si trova? Era proprio qui? L’avranno distrutta? Jimmy guarda con attenzione… e finalmente la croce di legno pitturata di bianco appare. Con molta fatica la liberiamo dalle sterpaglie e appare lei, una croce povera ed umile, ma che indica il luogo dove è stata sepolta Grace Neema Kenga nata il 19 agosto del 2013 e morta il 16 marzo 2014. Eh sì… hai letto bene: sono meno di sette mesi di vita. Grace è morta ed il motivo è semplice AIDS.Con lei alcuni mesi dopo morirà anche la mamma dalla quale la bimba aveva ereditato la terribile malattia. Molte volte si va in Africa per vedere il meraviglioso panorama, altre volte per incontrare gli africani e le loro povertà. Forse nessuno va in Africa per pregare sulla tomba di un morto. Se la vita è rivestita di povertà, la morte in Africa e contrassegnata dalla miseria. La tomba è rappresentata da una semplice croce bianca in legno ed il cimitero è invece una immensa sterpaglia verde nella quale la croce si perde, marcisce… come il ricordo di una povera bimba che troppo presto ha perso la sua vita. Mi inginocchio nella sterpaglia e inizio a pregare in silenzio, a venerare quella morte dimenticata ed innocente. Guardo con attenzione la croce, lo scorso anno Jimmy mi aveva raccontato la storia di Grace e del suo fratellino Daniel che ora è accudito dalla sua anziana nonna perché è rimasto orfano di mamma ed il papà, come spesso accade in Africa, è sparito. Ma questa donna anziana anche Lei è sieropositiva. Nel silenzio della preghiera sulla tomba della piccola Grace penso a quanto poco valore abbia la morte in Africa. Una bimba così piccola è anche presto dimenticata e il suo sepolcro è il prato e l’erba alta. Questa morte è nascosta, non si conosce, chi ricorda o prega per la piccola Grace. Sto a lungo in silenzio, in quella piccola morta vedo tutti i morti di AIDS dell’Africa che nessuno ricorda. Voglio rendere onore a questo angelo purissimo e chiedo a Grace dal cielo di proteggermi. I bambini mi vedono in silenzio ed in ginocchio: cosa fa l’uomo bianco che è venuto a trovarci? Anche loro fermano i loro schiamazzi, quasi a rispettare il mio raccoglimento ed il mio silenzio. Pregano, a loro modo riscoprono in quella croce bianca la loro sorellina Grace che troppo presto ha lasciato questa terra meravigliosa, quanto ingrata…Daniel si avvicina e con la sua manina nera mi picchia sulle spalle, poi lentamente mi prende la mano e mi fa alzare, dietro me vi è una anziana donna con gli occhi pieni di lacrime. Il volto ed il suo corpo sono scavati dalla fatica e dalle intemperie, ha la malaria, è sieropositiva ed è denutrita ma nei suoi occhi vi è una luce accecante, con grande determinazione e sacrificio accudisce i cinque bambini che la figlia con la morte ha lasciato a lei. Si avvicina e mi da una carezza sul viso; io mi inginocchio e bacio i suoi vecchi piedi scorticati e sporchi. La donna mi fa cenno di entrare nella capanna e mi consegna nelle mani una piccola bambina appena nata, avrà forse tre mesi. E’ dolcissima… è la più piccola bimba che abbia preso in braccio in Kenya: è un amore, Si chiama Elisabeth! La testolina così piccina che la puoi sorreggere con una mano sola, le piccole labbra che chiedono latte dal seno della madre vicina, il nasino dolcissimo e poi gli occhi pieni di futuro. Prendo in braccio teneramente questo fagottino e poi… chiedo di poter legare Elisabeth, sulla mia schiena, come in Africa fanno le donne con i propri figli. Jimmy sorride e la madre acconsente benevolmente alla mia richiesta. Con molta attenzione mi pongono sulla schiena la piccola bimba. Che forte emozione: sento il suo respiro, i suoi delicati movimenti e la sua piccola guancia appoggiata alla mia schiena. Mi commuovo… Scopro in quei brevi istanti l’incanto delle Vita, il profondo e grande mistero dell’Esistenza in una bimba fragile e povera, che grida con la sua fragilità l’Infinito. Succede così qui in Africa a tre metri la morte e vicino la vita che nasce. Un contrasto pazzesco che impone meditazione e preghiera, che esige una meditazione più adeguata… lascio il villaggio dopo aver baciato tutti i bambini. La notte mentre mi addormento il contrasto riaffiora: morte e vita a confronto nei pressi di una misera capanna: chiedono una spiegazione, esigono risposta ed io non ne trovo che una Lui: Gesù che nascendo e morendo per noi da significato con la sua risurrezione ad una vita che nella sua miseria deve essere accolta come una provocazione nel capire che la Vita vera non è qui, ma è dopo… e che loro, quei poveri ,entreranno prima di noi e che a loro appartiene il Regno di Dio, come è avvenuto per Grace che in quella meravigliosa Vita è entrata il 16 marzo 2013, o per Santina che invece vi è entrata il 4 dicembre 2012. Speriamo anche noi un giorno di entrare in quella Vita a patto di ricordarci di loro, dei poveri e di renderli importanti nella nostra vita così sbadata.
NEKESA ED ALBERT DOVE L’AIDS E’ DI CASA
In Kenya, ho iniziato il giro delle capanne. La prima famiglia povera era quella di Nekesa e del figlio Albert che vivevano in una capanna fino a febbraio. La donna è gravemente malata con AIDS, eppure era tanto felice di vedermi, ci eravamo conosciuti lo scorso febbraio quando ero stato a dormire nella sua squallida capanna di fango. Ritornato in Italia con l’Associazione avevamo deciso che una donna così malata e con un piccolo di 3 anni non poteva continuare a vivere in una capanna di fango. Ora, grazie alla Associazione, Nekesa vive in una casa con pavimento e acqua corrente fuori dalla porta. La miseria è grande manca tutto anche elettricità, ma almeno non è nello squallore della capanna di fango. Si arriva alla piccola casa, di cui Nekesa ed Albert occupano una stanza, attraverso un pezzo di terra che abbiamo affittato insieme alla casa. La povera donna vi coltiva qualche patata ed altri legumi ed ortaggi che contribuiscono alla loro sopravvivenza, ma i vicini invidiosi e cretini essendo una donna sola la maltrattano e la umiliano. Gli uomini sistematicamente calpestano il suo terreno e rovinano i già magri raccolti, la insultano, al umiliano e la provocano in continuazione Come è difficile essere donna in Africa, ed essere donna sola! Una donna sola abbandonata da tre uomini, la cui madre è morta e che vive con AIDS ha un destino molto, molto triste. Guardo Albert che i sorride e mi chiama per nome… E’ contento il piccolo di vedermi, mi riconosce. Io lo prendo in braccio e penso anche al suo triste futuro. Entriamo in casa, Nekesa accende una lampada a petrolio, la riconosco è la stessa che aveva nella capanna di fango. Non vi sono mobili, solo poveri sacchi che contengono alcuni vestiti… nulla di più. La donna febbricitante, mi mostra la sua cena: si tratta di otto pastiglie. Incredibile il Governo di Nairobi passa gratuitamente a questa povera le medicine, ma non si preoccupa minimamente del cibo per questi malati che più di altri necessitano di una corretta e ricca alimentazione. Che contraddizioni malvagie: si tiene in vita una persona con costose medicine… per poi farle morire di fame! Cosa è questo? Misericordia o crudeltà? Il demonio è davvero astuto… E Lei, Nekesa con la sua febbre, con la sua sporcizia, con la sua miseria mi sorride, felice come una bambina per una corona del rosario benedetta da Papa Francesco. Quel regalo l’ho portato a Lei perché in febbraio Nekesa mi aveva regalato una corona del rosario di plastica bianca che era appesa ad una trave di legno nella capanna nella quale avevo dormito in compagnia di ratti, zanzare e fumo di lampada a petrolio. Nekesa è cattolica e con grande venerazione si pone al collo la corona che è in madreperla bianca. Pur nella sua estrema miseria e povertà quella corona del rosario le sta benissimo, conferisce a Lei un alone di eleganza e di rispetto… la fede della povera gente ha un grande potere sul cuore di Dio… La donna mi prende le mani e i dice: “Grazie Padre Gigi di averci pagato l’affitto in questa casa. Noi qui stiamo bene e non possiamo neppure paragonare la nostra vita di prima a quella che viviamo ora. Ci aiuterai ancora il prossimo anno, se sarò ancora in vita?” Inghiotto amaro pensando che probabilmente Nekesa non arriverà al prossimo anno perché denutrita e non sufficientemente curata… La guardo fissa negli occhi e le dico: “Nekesa, non ti preoccupare ti sarò sempre vicino!” Sapete quanto abbiamo pagato per affittare questa stanza per un anno? Euro 120! Il costo di una cane o un gatto in Italia per una settimana. Mi domandavo lasciando Nekesa ma questa donna malata di AIDS avrà diritto di vivere meglio di un cane?
II PELLEGRINAGGIO A GARISSA 9 – 11 SETTEMBRE 2015
VERRÀ L’ORA IN CUI CHIUNQUE VI UCCIDERÀ CREDERÀ DI RENDERE CULTO A DIO (GV 16,2)
INTRODUZIONE
Siamo in Jeep con padre Alex al volante di ritorno a Malindi da Garissa. È difficile scrivere perché le strade sono difficili da percorre, ma più difficile ancora è descrivere il nostro pellegrinaggio a Garissa dove 148 ragazzi cristiani sono morti per il semplice fatto di essere cristiani: uccisi dai terroristi islamici di Al Shabab. Ci guida una frase significativa del Vangelo di Giovanni cap. 16,2 che più o meno dice così “Verranno giorni in cui vi uccideranno e mentre vi uccideranno penseranno di rendere gloria a Dio”. Questa frase ha guidato il nostro viaggio in mezzo a durezze e difficoltà nonché pericoli. È un’ Africa molto diversa da quella di Malindi. È l’Africa della guerra, dei conflitti tribali, una terra quella di Garissa fatta di immigranti somali, di malaria e di povertà; dove i cristiani sono solo una piccola minoranza ed i contrasti contro di loro sono continui, come il recente attentato alla cattedrale cattolica o le voci di un futuro attentato alla scuola primaria cattolica tenuta da sister Evelline. In questa Africa abbiamo viaggiato e con questa gente abbiamo voluto condividere e pregare in giornate sante, fatte di ore in Jeep pieni di polvere, di inconvenienti, senza acqua per lavarci… e con continui controlli da parte dell’esercito che chiede dove vai e cosa fai… Proprio in questa Jeep mentre la camicia ed i pantaloni sono impregnati di polvere e sudore, ed anche l’ iPad si deve pulire ogni cinque minuti, scrivo di getto di questo incontro con la sofferenza e con le ferite. In tasca ho quattro bossoli di proiettili raccolti nel luogo della strage e che riempiono gli occhi di lacrime ogni volta che li sento tintinnare. Padre Alex è alla guida da questa a mattina, il giovane padre Alessandro e Doreen dormono e quindi questa Jeep diventa per me un luogo di riflessione. Garissa assomiglia per alcuni aspetti all’Iraq infuocato, vi erano circa 40 gradi. La nostra meta era l’Università di Garissa: ci siamo fermati in silenzio a pregare proprio nel luogo dove i Martiri sono stati uccisi . Da tempo desideravo arrivare lì e li pregare non per aiutare, ma per essere aiutato a capire, a studiare il perché dell’assurdo e la grande forza di questi giovani nel gridare la loro fede…. I terroristi nel massacro accuratamente sceglievano le vittime. Se sei musulmano vivi, se sei cristiano muori! Segni di proiettili in tutto il campus proiettili nei muri, proiettili nelle inferriate dei cancelli dove i ragazzi erano chiusi come in un mattatoio; dalle scalfitture sulle inferiate di ferro intuisci il senso del colpo esploso e dunque riesci a capire se erano proiettili di Al Shabab o dell’esercito. Un vista raccapricciante da una parte, e dall’altra altra di un potere formidabile. La fede in Gesù non la fermi con un proiettile, anzi le regali una vita forte e robusta proprio morendo per essa. In quel luogo reso santo dai martiri innocenti, mentre i miei occhi si riempiono di lacrime vedo i miei compagni di spedizione assorti in preghiera. E pieni di commozione. La commozione di poter palpare con le mani le pareti e gli edifici bagnati dal sangue di martiri. Sono venuto qui per ricevere forza nella mia vita. Ne conosco 18 vicende su 148, chiamo i ragazzi uno per uno per nome e chiedo a loro di allontanare il male dalla mia vita e di darmi la forza come loro di essere testimone di Gesù. Sicuramente questo viaggio si chiude con una enorme forza interiore che esplode ora qui nella Jeep che viaggia sotto il forte sole e in mezzo alla polvere con il desiderio di scrivere… E vuole regalare, a ciascuno di voi che legge, le prime immature impressioni che verranno organizzate nei prossimi giorni in un diario più esteso e più elaborato.Un nuovo scossone fa tintinnare nella mia tasca i quattro bossoli di proiettili, inghiotto saliva e chiudo queste note con una preghiera: Lydia Akoth, Ayub Njau Kimotho, Isaac Kosgey, Elizabeth Namarome Musinai, Oliver Maina, Ann Ongwae, Victor Mbogo, Amos Wanyonyi, Stella Wamalewa, Salomone Wambui, , Isaia Chebukto, Milton Mamai, Susan Ndula, Peter Ohiambo, James Ochonde, Purity Kawira, Gideon KipKurui e Marion Musenyia pregate per me!Voi 18 ragazzi di cui conosco le storie ed i volti, voi ragazzi buoni e forti che per il nome di Gesù avete dato la vita aiutatemi a regalare ogni giorno tutta la mia vita a Cristo. Gli scossoni mi impediscono di continuare a scrivere… Continuate voi cari amici a pensare cosa possa essere successo a Garissa. Lascio a voi una domanda assurda: ma se uno di questi quattro proiettili i cui bossoli stanno ancora tintinnando nella mia tasca fossero stati destinati a voi? Avreste avuto il coraggio di farli esplodere dicendo che amate Gesù più di ogni cosa? Loro hanno risposto di si ed io penso che con l’aiuto dello spirito santo ciascuno di noi potrebbe fare lo stesso….Coraggio commentate, mentre invio il pezzo a voi su Face Book. Non so quando potrò vedere perché la linea qui non è per niente buona, ma gli altri vedranno il vostro pensiero. Un abbraccio forte don gigi
Viaggio di rientro a Malindi, 11 settembre 2015 ore 11,30
I. L’INTEGRALISMO ISLAMICO NEL DISTRETTO DI GARISSA E LE PERSECUZIONI CONTRO I CRISTIANIDopo esserci introdotti alle tre giornate dedicate alla spedizione a Garissa con un pezzo di diario pubblicato in Face Book, per ben comprendere quelle giornate è bene partire da alcuni dati essenziali che ricostruiscono il quadro di difficoltà e pericolo in cui vivono i cristiani di quella regione. A tal fine ho raccolto in modo ordinato gli attacchi violenti svolti dai terroristi di Al Shabab il cui culmine è costituito dall’efferato massacro di Garissa del 2 aprile 2015. Ecco in sintesi i fatti in un breve calendario redatto allo scopo di mostrare quanto è avvenuto negli scorsi anni in quella terra bagnata dal sangue dei martiri. I fatti che riassumo vanno dal 1° gennaio 2012 al 2 aprile 2015: sono due anni e 3 mesi circa.
CRONOLOGIA ATTACCHI DI AL SHABAB IN KENYA DAL 1 GENNAIO 2012 AL 2 APRILE 2015
-1 Gennaio 2012: cinque persone muoiono in un’esplosione all’interno di un bar di Garissa, dove, nel mese di novembre, una serie di attacchi aveva ucciso cinque persone.
-12 gennaio: sono almeno sei i morti in un attacco contro una stazione di polizia nel nord-est.
-10 marzo: nove persone sono morte in un attentato a Nairobi contro una stazione di bus.
-1 luglio: 18 morti in un attacco contro due chiese di Garissa.
-18 novembre: 9 morti in un attentato su un bus nel quartiere di Eastleigh, a Nairobi, abitato da somali.
-7 dicembre: cinque morti in un attentato nei pressi di una moschea a Eastleigh.
-18 aprile 2013: uomini armati assaltano un albergo, uccidendo sei persone a Garissa. A gennaio un altro attacco contro un albergo a Garissa, aveva provocato quattro morti.
-11 giugno: sei persone, tra le quali molti bambini, sono morte in un attentato nella citta’ di Mandera, nel nord-est.
-21-24 settembre: un attentato nel centro commerciale Westgate di Nairobi provoca almeno 67 morti.
-metà dicembre: 13 morti nel corso di quattro attacchi condotti in cinque giorni, durante la settimana del cinquantesimo anniversario dell’indipendenza.
-4 marzo 2014: attentatori aprono il fuoco in una chiesa evangelica nella periferia di Mombasa, provocando sei morti.
-1 marzo: sono almeno sei le vittime di tre esplosioni quasi simultanee a Eastleigh.
-3 maggio: una bomba lanciata contro un bus a Mombasa provoca quattro morti.
-4 maggio: una serie di esplosioni su due autobus che collegavano il centro di Nairobi alla periferia nord-est, provocano tre morti e 86 feriti.
-16 maggio: un attentato in un mercato di Nairobi causa 10 morti e 90 feriti.
-giugno-luglio: quasi cento persone sono morte nel corso di alcuni raid contro villaggi nei pressi di Lamu.
-22 novembre: gli shabaab freddano i 28 passeggeri non musulmani che viaggiano su un bus nei pressi di Mandera.
-2 dicembre: sono almeno 36 le vittime di un raid avvenuto nella notte in una cava a Mandera.
-2 aprile 2015: un attacco in un campus universitario di Garissa, nell’est, provoca almeno 148 morti e circa 60 feriti
CHI È AL SHABAAB
All’inizio troviamo i conflitti intertribali, quelli che avevano portato al crollo del regime di Siad Barre. Seguono dieci anni di blackout, in cui a nulla serve l’operazione di Stati Uniti e ONU per ripristinare la pace.
Poi, nel 2000, il primo governo transitorio che rimarrà in vita tre anni. E il secondo, nel 2004, appoggiato dagli USA e riconosciuto dalla comunità internazionale. È in questa fase che entrano in scena gli islamisti. Mentre il governo transitorio è in esilio a Nairobi e il nord della Somalia è nelle mani dei vari signori della guerra, nel sud del Paese si fa strada l’Unione delle Corti Islamiche. Finanziata da Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo, e sostenuta militarmente dall’Eritrea, essa prende il controllo di Mogadiscio dal giugno al dicembre 2006.
Il movimento Harakat al-Shabaab al-Mujahidin, più comunemente noto come Al Shabaab (“La Gioventù”), emerge in questo frangente come braccio armato dell’Unione delle Corti Islamiche. La formazione è in prima linea nel contrastare l’avanzata delle forze governative somale e delle truppe etiopi che, con l’appoggio degli Stati Uniti, tentano di sottrarre loro la capitale.
Ma, anche con la liberazione di Mogadiscio il 28 dicembre 2006 e i successivi bombardamenti americani, gli Shabaab continuano a essere ben radicati nelle aree meridionali del Paese e ne prendono progressivamente il controllo.
Con il ritiro delle truppe etiopi nel gennaio 2009, la formazione jihadista – ormai indipendente dall’Unione delle Corti Islamiche e affiliata ad Al Qaeda – pone Mogadiscio sotto costante assedio, e riconquista la roccaforte governativa di Baidoa e la città portuale di Kismayo, strappandola al gruppo islamista rivale Hizbul Islam.
Ma nel 2011 la carestia colpisce il sud della Somalia. Al Shabaab respinge gli aiuti umanitari occidentali e la credibilità dei mujaheddin – che fino a quel momento godevano del pieno sostegno delle popolazioni locali – crolla drasticamente. Nell’ottobre dello stesso anno, con l’ingresso delle truppe keniote nel Paese, viene inferto agli Shabaab il colpo decisivo. Questi, che si erano già ritirati da Mogadiscio due mesi prima, abbandonano, nel corso del 2012, i territori precedentemente occupati. Kismayo – ultima roccaforte islamista, nonché porto strategico che garantiva facili approvvigionamenti – cade nell’ottobre di quell’anno.
Nel frattempo, nell’agosto 2012, dopo oltre vent’anni di conflitti e di vuoto istituzionale, s’insedia a Mogadiscio il primo governo federale somalo. Con una forza militare di circa 7.000 uomini, molti dei quali combattenti stranieri, Al Shabaab non può, tuttavia, considerarsi sconfitto. La sua presenza in molte aree rurali del Paese, da cui vengono coordinate le incessanti azioni di guerriglia contro il nuovo governo di Mogadiscio, costituisce ancora una seria minaccia alla stabilità della Somalia. Obiettivo del gruppo, come si evince da una dichiarazione del giugno 2012, è imporre la sharia in Somalia e nel resto del Corno d’Africa, combattendo contro il governo di Mogadiscio e le due nazioni apostate, Kenya ed Etiopia.
Nel febbraio 2008 il Dipartimento di Stato americano annovera Al Shabaab tra le organizzazioni terroristiche.
II. IL NOSTRO VIAGGIO DA MALINDI A GARISSA
BRIEFING PER PIANIFICARE
Lunedì 7 settembre a Malindi avviene il primo briefing per pianificare il nostro viaggio. Sono giunto dall’Italia per inaugurare a Lango Baya la prima opera di solidarietà della nostra Fondazione Santina, ma nel profondo del cuore ho il prepotente desiderio di andare a Garissa. In Italia tutti hanno sconsigliato ed hanno detto di rimanere nella sicura ed occidentale Malindi. Il motivo di questo viaggio è forte in me: non andare a Garissa per aiutare, ma per farmi aiutare dai giovani 148 martiri a vivere meglio e con più autenticità la fede. Il nostro incontro inizia proprio con le grandi motivazioni del viaggio. La nostra ispirazione è la frase del Vangelo Verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio (Gv 16,2). Questa frase è di prepotente attualità nel territorio in cui vivremo per tre giorni. Al briefing prendono parte Padre Alex, parroco di Lango Baya, Padre Alex viceparroco di Lango Baya e Padre Rolando parroco di Mere e due giovani della nostra Associazione Doreen e Jimmy. Dopo aver esposto le motivazioni forti di tale viaggio che sono quelle della preghiera e della condivisione do la parola a Padre Alex che ha organizzato tutta la difficile spedizione. “Don gigi andare a Garissa è pericolo, lo sappiamo tutti ed oltretutto è molto disagevole. Iniziamo a parlare del pericolo. Qui in Kenya non è possibile andare nel Distretto di Garissa senza scorta dell’esercito. In questo caso dovremmo andare a dichiarare le nostre intenzioni alla polizia, ci farebbero mille domande, ci chiederebbero i passaporti e poi ci darebbero una scorta per tre giorni che dovremmo pagare, ma soprattutto in questo modo diventeremmo un prelibato boccone per terroristi di Al Shabaab e bande di criminali che uccidono per pochi denari. Se vuoi viaggiare così, fai pure, ma io non ti posso essere utile…” Padre Alex sembra conoscere bene il fatto suo e come sempre nei miei viaggi di solidarietà mi affido completamente nelle mani di chi nel posto ci vive. “Padre, dall’inizio, quando abbiamo stabilito con Caterina la possibilità di andare a Garissa ci siamo affidati alla tua competenza ed alla tua saggezza. Ora non voglio affidarmi a uomini dell’esercito corrotti che possono trasformarci in un obiettivo sicuro per i fanatici islamisti di Al Shabaab. Dicci tu come dobbiamo comportarci”. Padre Alex attendeva probabilmente quella risposta e così inizia lentamente a spiegare come avremmo vissuto i viaggio. “Per giungere a Garissa dovremmo fare una sosta per la notte al villaggio di Bura Tana, dove saremo al sicuro nella missione in cui esercita il suo ministero Padre Ernesto. La missione è protetta dall’esercito e i militari sono all’ingresso e fanno la ronda per la sicurezza anche di notte. Da Bura Tana guiderà la spedizione Padre Ernesto che conosce quei luoghi come le sue tasche. Da Malindi a Bura Tana per evitare che l’esercito ci fermi, nei posti di blocco dovete dire che siamo andando al villaggio più vicino il cui nome io vi dirò. Non dite che andiamo a Garissa!” Tutti si sono fatti attenti: Jimmy e Doreen sono più concentrati nel capire cosa ci aspetta, anche io prendo nota sul mio quaderno di viaggio… più rilassati sono invece Padre Alessandro e Padre Rolando che conoscono il percorso. A Bura Tana don gigi non scattare fotografie, sono somali e musulmani e potrebbero reagire sconsideratamente. Quando arriveremo a Garissa invece utilizzeremo l’esercito in città, dalla Cattedrale all’università perché dobbiamo passare alcune zone calde. Arrivati a Garissa chi ci guiderà sarà invece padre Nicolas e Suor Evelline”. Inizio a capire che Padre Alex ha in testa un preciso e meticoloso programma dove ciascuno è specialista della parte in cui vive e del viaggio in cui compete. Mi sembra un programma organico e coerente: non dovremmo aver alcun tipo di problema facendo quello che le persone a capo ci diranno. Padre Alex continua con le sue indicazioni di viaggio che vanno dall’acqua potabile da comperare, al fatto che non ci sono servizi igienici nel viaggio, ecc… “ Dovremo poi prevedere dei cambi alla guida ogni ora.” Ogni ora? Intervengo io… ma dai in Italia guido per otto ore di seguito! Padre Alex e gli atri padri si guardano in modo complice e ridono… “Don gigi qui ti troverai davanti una strada piena di buche sabbia, fango alberi e dopo 45 minuti sarai completamente distrutto, credi a me ed inizia a prendere pratica nel pomeriggio per la guida a sinistra, per l’uso delle marce ridotte e confidenza con il volume del nostro fuoristrada. Va bene? Utilizzate questi due giorni per i preparativi, acquisti di provviste, acqua e… pratica di guida. Ok? Partiremo mercoledì 9 settembre mattina alle ore 7,00: va bene? Ciascuno di noi pone ad Alex le domande, dall’abbigliamento, agli insetti, alla malaria… E vengo a scoprire che Padre Alessandro, Doreen e Padre Ernesto hanno già contratto la malaria. Un buon augurio per la partenza. Concludiamo il nostro incontro con un pranzo in riva all’Oceano Indiano.
IN VIAGGIO VERSO GARISSA
Metto la marcia ridotta per entrare nella buca lunga tre metri, devo considerare che è larga solo due e che quindi il veicolo, se non entro piano, potrebbe rovesciarsi, sono sul lato destro del veicolo e devo mettere le marce con la sinistra, in Kenya si guida così e decido di diventare professionista della guida di Gran Bretagna in un viaggio così incasinato. Ok, mi è andata bene, cavolo: ora sabbia fine come farina… rischio di fermarmi qui, devo rallentare e giocare bene con l’acceleratore, mentre accelero più forte del previsto sollevo un sacco di sabbia che entra nella jeep e che fa scoppiare a ridere i miei compagni sul fuoristrada mentre gli altri amici dell’altra jeep sono già lontani, sulla sconnessa pista. Il calore è forte siamo a 40 gradi e l’aria condizionata sono i finestrini della nostra auto completamente aperta. E’ il mio primo turno di guida e non riesco ad arrivare ai 45 minuti, ma mi fermo a qualche cosa come 28-29 minuti. Da quando ho preso il volante al termine del mio primo turno mi sembrano passate più delle 7 ore di Roma Bergamo. Chi non ha guidato in questa parte di Africa non può capire. Questa Africa non ha niente a che vedere con l’Africa di Malindi o l’Africa dei safari in cui si crede di incontrare disagi, mentre invece si dorme in accampamenti più lussuosi di alberghi a 5 stelle e in cui uno dice di vivere la poesia dell’Africa. Qui di poesia non vi è nulla, ma vi è disagio quello si, tanto… condito con la progressiva paura per la solitudine in cui si piomba. Il paesaggio mi sembra quello infuocato dell’Iraq. La natura cambia… e cambiano le persone: iniziamo a vedere la razza somala che si differenzia profondamente da quella keniota. Diffidenza e contrarietà sono sui volti degli uomini e delle donne che incontriamo, sono pastori che guidano i loro greggi e che appartengono a tribù spesso in lotta tra di loro, che tagliano la gola per un capretto o che si scannano per uno sconfinamento in terre sotto influenza di altre tribù. Da questa configurazione umana nascono bande di predoni senza scrupoli, nascono i pirati che assalgono in mare le navi, i famosi pirati somali e alla cima di questa piramide umana come violenza ed efferatezza ci sta Al Shabaab cellula somala di Al Qaida, che ormai comanda in questa parte di Kenya sfuggito alle autorità di Nairobi. Siamo ormai nel pieno del loro territorio. Oltre le difficoltà della strada ogni mezz’ora incontriamo un posto di blocco. Strisce di ferro chiodate bloccano la strada, padre Alex dice: “Rispondete alla domanda dicendo che stiamo andando al villaggio vicino…” Ci fermano. Militari dal volto scavato, dalla barba incolta, sporchi, in posti di blocco puzzolenti; ispezionano svogliatamente la macchina; ogni volta è lo stesso rito… stessa domanda, stessa occhiata ai passeggeri, stessa perquisizione della jeep, basta una parola sbagliata a scatenare una raffica di nuove domande, una chiamata inquietante al cellulare, un confabulare… per poi lasciarci passare. Questi posti di blocco dell’esercito al posto di rassicurare ci pongono pesanti paure, provocano gli spetri della corruzione presente nei ranghi di militari che sembrano più o meno velatamente chiedere soldi per lasciarci subito passare. Padre Alex è inflessibile, non lascia spiraglio a facili compensi, a costo di prolungare le indagini e le requisitorie. E’ un calvario fatto di strada accidentata, caldo, polvere e posti di blocco… mentre sempre più ci addentriamo in questo inferno di integralismo islamico. Ora, con il passare dei chilometri la paura è quella di incontrare islamisti che ci possano fermare, non necessariamente Al Shabaab, ma bande di somali che odiano i cristiani… infine anche il nome Al Shabaab appare nei nostri discorsi. Affiora prima come una parola, poi diviene frase ed infine discussione sulla jeep. Abbiamo sete, svuotiamo letteralmente le riserve di acqua destinate per quel giorno. Bura Tana è ora abbastanza vicina, nel recinto della missione ci sentiremo più sicuri… In questa regione di confine del Kenya con la Somalia si avvertono sulla pelle i gravi problemi vissuti in Somalia. La carestia che ha colpito il Corno d’Africa tra il 2010 e il 2012, tra le più gravi degli ultimi 25 anni, ha ucciso 260.000 persone e l’emergenza non è ancora rientrata. Povertà, malnutrizione, insalubrità e scarso accesso alle risorse primarie minano la sopravvivenza di metà della popolazione. Nella vicina Somalia, inoltre, si contano tuttora più un milione di sfollati e altrettanti rifugiati nei Paesi limitrofi come conseguenza dei conflitti e delle violenze. Per di più, gli indicatori socio-economici nella vicina Somalia sono i peggiori di tutta la regione (e tra i peggiori al mondo): un bambino su 7 muore prima di aver raggiunto il primo anno di età e oltre 200.000 sono soggetti a malnutrizione; solo il 42% dei bambini è scolarizzato (di cui solo un terzo sono bambine); una donna ogni 18 muore durante il parto e in particolare le donne sono soggette ad abusi, violazioni e violenze sessuali. Mentre la jeep percorre una strada impossibile vedi persone deboli sedute, bambini che sembrano soffrire e tremare: è il volto della malaria che in questa regione colpisce grandi e piccini. Una malattia che ti accompagna tutta la vita regalandoti brividi di febbre a 40 gradi qualche volta durante l’anno… per tutta la tua vita. Questa è la regione in cui vivremo per tre giorni. Tutto questo in una natura che ha comunque la sua bellezza selvaggia: baobab, sequoie, tamerischi, palme e poi scimmie, antilopi, cammelli, pavoni, serpenti… carcasse di animali morti accuratamente spolpati da avvoltoi… puzza infernale di cancrena quando ti avvicini a tali carcasse e polvere, tanta, ma tanta polvere che ti entra nelle mutande, nelle scarpe che attaccandosi al copioso sudore dei capelli diventa una specie di poltiglia che si attecchisce al cuoio cappelluto formando una crosta. La sera occorre molta acqua da un bidone giallo per cercare di pulirti da quella polvere che è vissuta con te tutto il giorno… mentre ti lavi con grandi secchiate di acqua e con un catino, fanno la loro comparsa i ratti, che infastiditi dall’acqua fuggono via, grandi formiche ti entrano nelle ciabatte, procuri un po’ di repellente, dopo esserti lavato, nella segreta speranza di non essere punto dalla zanzara della malaria e… poi il magnifico cielo d’Africa in una notte buia e nera in cui le stelle ti entrano negli occhi e spaccano il cuore per la loro bellezza: la via lattea, le costellazioni, il silenzio interrotto solo dal passo del militare posto a proteggere la missione di Bura Tana… e poi momenti di serena convivialità, come il condividere un semplice pasto fatto di pollo e riso e di una buona spaghettata con vino cileno conservato per qualche grande occasione e aperto per l’arrivo del prete bianco dall’Italia… Questi sono i giorni trascorsi nel viaggio verso Garissa, nel viaggio attraverso questa regione in cui essere cristiani significa essere pronti in ogni istante a dare la vita!
III. L’INCONTRO CON DUE TESTIMONI: IL VESCOVO DI GARISSA ED IL VESCOVO COADIUTORE
Al nostro arrivo a Garissa, una città di 880.000 abitanti e dove solo 8.000 sono i cattolici divisi in sei parrocchie con 17 sacerdoti, una gradita sorpresa ci attendeva: S.E. Mons. Paul Darmanin, Vescovo di Garissa dal 3 febbraio 1984 e S.E. Mons. Joseph Alessandro, Vescovo Coadiutore di sessantacinque anni, ci aspettavano in episcopio e ci invitano a colazione e poi a pranzo, un po’ stupiti della nostra imprevista quanto gradita visita. A Garissa infatti non capita tutti i giorni di veder arrivare degli europei e un sacerdote bianco dall’Italia. I due vescovi sono frati cappuccini di Malta; sono in Kenya da ormai molti anni, ed ora il Vescovo Paul, ormai anziano, si fa aiutare dal più giovane Vescovo Coadiutore che è il Vescovo Joseph, da tutti chiamato Vescovo Joè. La visita all’Università di Garissa non poteva essere meglio preparata che dall’incontro e dal colloquio con loro. Abbiamo raccolto un breve video e ho scritto diverse note su di loro. Ma partiamo da un fatto tanto bello quanto significativo.Questi viaggi di solidarietà in giro per il mondo mi permettono di incontrare autentici sacerdoti testimoni della fede: è avvenuto in Vietnam con un prete imprigionato dal governo perché cristiano, oppure a Gaza con il parroco che vive sotto le bombe della guerra e con la paura delle milizie Qassam, braccio armato di Hamas; o il caso di sacerdoti che testimoniano la fede in Gesù in forme di povertà estrema, come nella foresta di Mazuko in Perù… Qui a Garissa mi è capitato di incontrare invece un vescovo ferito in nome della sua fede: si tratta del Vescovo Joè, di cui parleremo più diffusamente in questo paragrafo senza nulla togliere al Vescovo Paul e alla sua saggezza. Il Vescovo Joè inizia a parlare di una pallottola… La pallottola ha attraversato la portiera, si è infilata nell’anca ed è arrivata all’intestino. «Un’esperienza brutta, ma è stata una grazia. Da quel momento ho più fiducia in Dio. Salgo in macchina e mi affido, mi metto nelle Sue mani…». Lui è passato per la stessa croce toccata ai suoi ragazzi. Ai 148 studenti massacrati all’alba del 2 aprile nel cortile dell’Università. A sparare a lui non erano stati i fanatici di al Shabaab, «i giovani», in arabo, i terroristi che arrivano dalla Somalia e che nel campus hanno separato i cristiani dagli altri per ucciderli. Nel ’94 non c’erano ancora. Altre bande, sempre somale. Ma quando è arrivata la notizia dell’assalto, gli sms, le telefonate dei ragazzi che chiedevano aiuto, monsignor Alessandro ha rivissuto di colpo quel momento. «Abbiamo sentito spari per tutto il giorno, ma nessuno fuori sapeva davvero che cosa stesse succedendo». Ci racconta: «Noi abbiamo cercato di andare subito nell’ospedale dove avevano portato i feriti, ma era isolato. Ci abbiamo riprovato il giorno dopo. Ci hanno detto che avevano trasferito tutti in un campo militare». I superstiti, e le vittime. Come Ayub, che si era alzato presto per andare a pregare e nell’ultimo messaggio a casa scriveva «non ci resta che Dio». O Milton, che amava il gospel e voleva diventare insegnante di lingue. Oppure Laban, che è morto affrontando i terroristi a mani nude per difendere gli amici. E tanti altri. Erano fuorisede, il Vescovo li conosceva poco. «Solo alcuni, di vista. A volte venivano a messa in cattedrale. Un mese prima ero stato io da loro: l’Università non è lontana da qui». A quella messa erano una settantina. «Dopo ne ho incontrato qualcuno. Parlavano delle aspettative, del futuro. Mi avevano presentato la loro organizzazione studentesca: il presidente, il tesoriere, i responsabili… Era tutto centrato sulla vita cristiana. Mi avevano dato l’idea di gente molto attiva, che si prendeva delle responsabilità lì dove era». La strage è arrivata il Giovedì Santo. Il giorno dopo, per la Via Crucis, monsignor Alessandro ci racconta che i fedeli erano in pochi, davanti ad una tazza di caffè, durante la colazione il Vescovo Joè continua a raccontare: «Anche alla Veglia di Pasqua: abbiamo dovuto iniziarla alle tre del pomeriggio, per motivi di sicurezza, ma la Chiesa era quasi vuota». A Pasqua, però, no. C’erano i battesimi. «Ventotto bambini. La Cattedrale era di nuovo piena. È stato un momento di incoraggiamento per tutti. Anche per me. Io abito qui, nello stesso compound: per me non era difficile arrivare. Ma molte di quelle famiglie sono venute a piedi, da lontano, passando attraverso gli sbarramenti, la polizia… La paura. Hanno mostrato che la fede, per loro, ha un valore grande». Quale? «Dà coraggio e li mantiene insieme come comunità. I cristiani a Garissa sono in minoranza: la maggior parte sono musulmani e somali. E i cattolici sono pochi: ottomila in tutta la Diocesi. Appartenere alla Chiesa è una cosa decisiva per loro». Adesso mentre noi arriviamo a Garissa, la paura morde, più di prima. «Molti cristiani sono in città per lavoro, non sono di lì. Sono insegnanti, medici, impiegati statali… Qualcuno sta pensando di andarsene, di tornare in zone più sicure». Ma il rischio, da queste parti, esiste da anni non solo ora che noi abbiamo affrontato questo viaggio. «A Natale, 800 chilometri più a nord, ci sono stati altri due massacri. Uno su un bus: hanno fatto scendere la gente e separato musulmani e cristiani, come all’Università. “Chi sa un verso del Corano può andare, gli altri no”. Ne hanno uccisi 27». Dieci giorni dopo, l’attacco a una cava di pietre. «Stessa scena. E 38 morti. Ma nell’ultimo anno ci sono stati tanti fatti, grandi e piccoli: spari, a volte addirittura granate sulle strade. Ogni tanto si sente “ne hanno ucciso uno”, o “hanno ferito altri tre”». Cristiani? «I bersagli sono sempre i non musulmani». E i musulmani di Garissa che fanno? Che dicono? «Quasi tutti condannano questi fatti. Al mattino del Sabato Santo sono venuti due imam. Uno era il capo del Consiglio supremo islamico di lì. Ci hanno portato solidarietà e chiedevano scusa per quello che è successo». Ma lei, eccellenza, ha paura? «No. Cerco di essere prudente: non esco la sera, sto attento se c’è qualcuno che mi segue… Quando parcheggio, provo sempre a farlo dove c’è qualche poliziotto o i vigilantes di banche e uffici. Ma paura, no. Mi affido al Signore. Lo faccio molto di più, da quando mi è capitata l’aggressione». È successo anni fa, appunto. Ha voluto dire mesi di convalescenza e il rientro forzato in Europa, prima di poter tornare in Kenya, a Garissa, dove è Vescovo dal 2012. «Ma neanche allora provavo risentimento. Ora, prima di viaggiare, chiedo al Signore di proteggermi più nell’anima che nel corpo». In che senso? «Se uno si trova in una situazione simile, se ti chiedono se sei cristiano o no, bisogna avere il coraggio di testimoniare la fede anche a costo di perdere la vita. Ecco, io chiedo quella forza». E nel suo popolo vede lo stesso impeto? «Sì. Don gigi, lo vedo da come vivono. Anche nelle cose piccole. Negli ambienti musulmani, per esempio, non è facile portare la croce o la corona del rosario al collo. Loro lo fanno. È segno che la fede è più importante della vita». Parla anche di altri segni, monsignor Alessandro. «Fatti che ci danno speranza. Facciamo iniziative che cercano di coinvolgere i giovani e le donne, di qualsiasi religione. Abbiamo cinque scuole primarie, nella Diocesi, e sono aperte anche ai musulmani. I bambini dove lavora Sister Evelline – che vi accompagnerà all’Università – crescono insieme, studiano insieme, giocano insieme. Siamo convinti che se riescono ad essere così vicini dall’inizio, il futuro sarà meno ostile». E succede? «A volte sì. Tempo fa, per esempio, nel territorio di una parrocchia c’era un conflitto tra due clan: uno musulmano, l’altro misto». Non erano questioni di religione, ma alla fine ci si divide anche per quello. «Le donne lo hanno saputo. Si sono riunite insieme, cristiane e musulmane. Sono andate dal Governatore e gli hanno detto: “Noi stiamo qui nel suo ufficio finché non chiama i nostri mariti per mettere pace”. Questa mossa ha evitato uno scontro. Ma l’amicizia tra loro era nata in un gruppo parrocchiale». Pochi giorni dopo il massacro, monsignor Alessandro era a Roma, lo avevo incontrato in occasione della visita ad limina con gli altri Vescovi kenyoti. Sono curioso, la nostra colazione sta per finire e allora chiedo: che cosa vi ha detto il Papa? «Ha toccato due punti decisivi. Anzitutto, il perdono: dobbiamo perdonare, ovvero essere umili e dare a Dio il tempo di lavorare. Poi, la nostra responsabilità di pastori: non possiamo sederci e guardare, senza provare a fare nulla. Altrimenti saremo responsabili del nostro silenzio. Ha aggiunto anche che prega per noi e ci abbraccia». Ma i suoi fedeli che cosa chiedono a noi, occidentali? «Di ricordarli nelle preghiere. E di continuare ad aiutarli con la nostra presenza e il messaggio del Vangelo. Gesù ci ha detto che “verrà un tempo in cui sarete perseguitati e uccisi e quelli che vi uccidono crederanno di dare onore a Dio”. Lo ha detto Lui. Ma ha detto anche che sarà con noi per sempre. Questo ci riempie di coraggio. E poi, lasciamo al Signore le sue strade. A volte sono sconosciute, ma siamo sicuri che portano al bene».
IV. IL LUOGO DEL MASSACRO: L’UNIVERSITA’ DI GARISSA
Scortati dall’esercito e con Padre Nicolas come guida, insieme a suor Evelline, la suora che lavora nella parrocchia e nella scuola della Cattedrale cattolica, la nostra spedizione giunge alle porte dell’Università. Immediatamente riconosco la grande scritta verde che recita Garissa University con il grande logo dell’istituto accademico. Quella scritta era diventata tristemente famosa nel mese di aprile e vederla dal vivo creava nel mio cuore forte emozione. Finalmente ci siamo, dopo tanta fatica e pericoli, eccoci qui. Quasi miracolosamente otteniamo il permesso di entrare, Padre Nicolas, il sacerdote che era cappellano dei pochi cattolici dell’università non ne era per niente sicuro. Nella sua testa avremmo dovuto concludere il nostro viaggio ai cancelli dell’università. I nostri fuoristrada vengono scrupolosamente osservati e controllati, poi è il turno dei documenti e finalmente ci permettono di entrare. Lentamente i nostri veicoli giungono alla piazza vicino al rettorato. Scendiamo. Il mio primo gesto è quello di baciare la terra, quel gesto lo avevo fatto con Olinda e Santina giungendo in Terra Santa. Nella mia mente forte era il ricordo di quell’antico bacio dato alla terra, ed ora davo un bacio nuovo ad una terra bagnata dal sangue di 148 ragazzi, dai 18 ai 23 anni, uccisi orribilmente proprio in quel luogo. Ci siamo don gigi, guardo negli occhi i compagni di spedizione che sembrano avvertire in me la solennità del momento. Ci portano dal vice-rettore che ci accoglie con gentilezza e mi chiede di firmare il registro delle visite all’università. Mentre mostro emozione, mi accorgo che anche sul volto di suor Evelline e di Padre Nicolas vi è più che emozione: i loro occhi sono lucidi. “Padre, mi dice la suora, è anche per noi la prima volta che entriamo in questo luogo dal giorno del massacro. E’ una forte emozione, noi conoscevamo bene tanti di quei ragazzi e abbiamo seguito la loro morte attraverso i loro telefonini ed i loro sms”. Accarezzo lentamente il volto della suora e dico a lei: “Grazie di essere qui con me oggi e grazie per la tua testimonianza!” Scattiamo alcune fotografie con i rappresentanti dell’Università e poi ci affidano all’esercito: ci è concessa la visita all’università, ma sotto scorta. Uno dei militari è un cattolico convinto, a lui regalo una medaglietta dell’Arcangelo Michele che pone in bella vista sulla sua divisa verde. Ha così inizio il momento più intenso del viaggio fatto di incontro con i luoghi e gli occhi fanno da padroni, ma anche le mani toccano e le orecchie ascoltano… occhi, mani, orecchie: tutti i sensi sono tesi ed attivi per rubare a quella terra santa ogni sensazione ed ogni manifestazione della tragedia che si è compiuta in nome di Gesù. Iniziamo la visita dalle aule scolastiche dove sono stati uccisi una ventina di ragazzi: fori di proiettili contro il muro dappertutto, segni di granate sui pavimenti, residui di sangue non completamente puliti… metto il dito nei fori causati dai proiettili nei muri e mi sembra di porre il dito nelle ferite di una terra che ha accolto il sangue innocente e che ha ascoltato il grido di 148 ragazzi cristiani uccisi per la loro fede. “Monsignore i terroristi sono entrati alle 5 del mattino dall’ingresso principale dal quale anche voi siete passati. In queste aule stavano studenti che sono stati immediatamente uccisi se si dichiaravano cristiani. Poi è stata la volta della sala di preghiera…” Così parla padre Nicolas mentre vediamo i luoghi dello sterminio. Mentre i luoghi passano davanti a noi come un film al rallentatore, gli occhi guardano, le mani toccano e le orecchie odono, il cuore sembra esplodermi nel petto e allora anche le lacrime fanno la comparsa sul mio viso, prima furtivamente, poi senza vergogna… ma i miei compagni di viaggio sono nella mia stessa situazione. Piange Doreen che vestita di una Tshirt bianca con il logo della nostra Associazione continua a pulire i suoi grandi occhi neri lucidi di lacrime. Padre Ernesto è commosso, Padre Alessandro ha per me un prezioso regalo un bossolo vuoto esploso. Prendo tra le mani quel bossolo vuoto e un formidabile potere emana il toccare quel pezzo di metallo, poi me ne danno un altro e poi un altro ancora: nelle mie mani sono quattro! Forse quello è il momento più commovente della visita. Quei proiettili con molta probabilità hanno ucciso quei poveri studenti. Quei bossoli scatenano in me la sensazione di attraversare il tempo e di mettermi in contatto con quei magnifici ragazzi. Ragazzi semplici e buoni che hanno dato la loro vita per il nome di Gesù.
QUATTRO BOSSOLI, QUATTRO TESTIMONIANZE
Il primo proiettile si lega alla testimonianza di Padre Nicolas riguardo a Lydia Akoth. Mentre camminiamo Padre Nicolas inizia a raccontare la storia che mi fa rabbrividire: “Forse quel proiettile don Gigi ha ucciso la nostra cara Lydia. La sua mamma Christine mi ha raccontato la vicenda di quel giorno… Ascolta attentamente perché uscendo da qui tu possa raccontare la sua storia”. Inizio a scrivere in modo disordinato quanto il cappellano mi racconta nell’aera dell’università. “Alle ore 6.54 di giovedì 2 aprile 2015 la Signora Christine Obondi ha ricevuto un SMS da sua figlia, studente del secondo anno dell’Università di Garissa. Il messaggio diceva che uomini armati avevano attaccato il College ed avevano iniziato ad uccidere la gente. Prima che Lydia venisse uccisa sono passate sette ore. Lidia verso le otto del mattino richiama la mamma dicendo che si trovava nascosta in una camera nel dormitorio delle ragazze con altre cinque studentesse. Vedi don gigi siamo ora proprio davanti al dormitorio delle ragazze… e provo profonda commozione a vederlo per la prima volta dopo che la ragazza cristiana è stata ammazzata con le sue amiche”. Vedo Nicolas inghiottire amaro, Doreen offre a lui un fazzolettino di carta. Il giovane prete con la voce rotta dalla commozione continua a raccontare: “Dalle undici a mezzogiorno Lidya ha chiamato entrambi i genitori padre e madre dicendo di essere al sicuro, ma terrorizzata perché sentiva spari all’interno del dormitorio. Alle 12,45 la mamma cerca di chiamare la figlia, ma il telefono suona a vuoto; allora Christine scrive alla figlia un messaggio, chiedendo notizie. Lydia risponde dicendo di non telefonare perché gli uomini armati sono vicini alla loro stanza. Alle 13,30 il papà di Lidia chiama la figlia e la sente urlare che sta per essere uccisa: “Papà le nostre vite sono in balia di Al Shabaab, non chiamarmi di nuovo, ciao”… Prima che potesse finire, uno dei terroristi strappa di mano a lei il telefono e dice al padre che quella era l’ultima volta che parlava con sua figlia… poi lo sparo”. Guardo il bossolo del proiettile nella mia mano, grossi lacrimoni mi scendono dagli occhi. Bacio quel pezzo di metallo e prego intensamente per i genitori di quella ragazza martire e prego Lidya che dia a me il coraggio di essere cristiano come lo è stata lei anche a costo della vita. Accompagnati dalla vicenda di Lidya percorriamo i giardini dell’università e ritorniamo vicino ai due dormitori, quello delle ragazze e quello dei ragazzi. Mentre i soldati ci scortano, vedo affisso al muro esterno un foglio dove vi è scritto Catholic Students Association, in centro vi è il logo dell’università. E’ un foglio vuoto, mai riempito da eventuali orari, luoghi e temi di incontro. Ma anche il potere di quel foglio è formidabile. In una terra musulmana, in una università musulmana quello è l’unico segno di presenza cristiana e cattolica. Senza pensare mi avvicino al muro esterno e stacco quel pezzo di carta sporco e consumato. Esso dichiara che in quel mondo islamico vi è qualche audace persona che si dice cristiana. Ricordo che il Card. Van Thuan in Vietnam durante la sua reclusione ebbe tra le mani fortuitamente un pezzo di carta che avvolgeva il pesce a lui portato come cibo, era una pagina de L’Osservatore romano. Il Presule lo lavò con devozione e lo conservo come reliquia che lo legava alla Chiesa di Roma. Tolgo lentamente dal muro quel foglio e con venerazione lo bacio Catholic Student Association. Qui: a Garissa dove per questo pezzo di carta 148 studenti hanno regalato la vita a Gesù. Con grande onore lo metto in tasca, è la carta di identità di questi 148 martiri e contiene per me una grande ispirazione. I militari mi lasciano fare…
Suor Evelline è vicina a me, ha appena finito di scattare una fotografia. “Caro don gigi ho ascoltato con commozione la prima vicenda legata alla testimonianza di Lidya. Ma forse il secondo dei quattro proiettili che hai in mano potrebbe aver ucciso un ragazzo dolcissimo che ho conosciuto. Si chiamava Ayub Njau Kimotho, 21 anni, ed era studente in Business administration. Anche lui dormiva in questo dormitorio dal quale hai staccato il tuo prezioso foglio. Ayub ha sentito subito gli spari dei terroristi la mattina del 2 aprile nel campus universitario. Si era alzato, come ogni mattina, per recarsi nell’aula usata per le preghiere. Era molto religioso e pregava sempre con i compagni prima dell’inizio delle lezioni. Abyub in quel giorno ha iniziato a scrivere la sua tragedia al fratello Daniel, nascosto nella stanza di un compagno. L’ultimo messaggio ricevuto da Daniel sul telefonino recitava: «Non ci resta che affidarci a Dio». Poi più niente. «Ho capito che qualcosa era andato storto, perché non rispondeva più», mi ha dichiarato in lacrime il fratello! Era un giorno molto triste per noi Padre, dalla parrocchia abbiamo seguito con i nostri telefonini tante di queste storie…” Raccolgo nel bloc notes le preziose parole di Sister Evelline. Mentre visitiamo l’università raccolgo queste preziose testimonianze, fatte di SMS, di telefonate; penso che questi fatti potrebbero essere raccolti in alcune pagine alle quali si potrebbe dare il nome di Atti dei Martiri di Garissa. E per la loro potenza e forza non starebbero male accanto alle pagine degli Atti dei martiri dell’antica Chiesa delle persecuzioni. Il campus universitario è ancora deserto. L’università è ancora chiusa nessuno vuole più venire a studiare od ad insegnare qui, le indagini complicate sulla dinamica dell’attentato non sono ancora completamente concluse, ma forte è il desiderio di riaprire, ristrutturare e ridare speranza. Queste sono le parole di Padre Nicolas al quale regalo una croce di legno di ulivo che ho portato da Gerusalemme. Padre Nicolas la riceve con un bacio e mi promette che alla riapertura dell’Università la utilizzerà durante i momenti di preghiera con gli studenti cristiani. Sembra felice di quel gesto e di quell’atto di condivisione. Nicolas ha bisogno di non sentirsi solo nell’affrontare una vita difficile ed esigente di Garissa.
“Don Gigi, mi dice forse quei bossoli acquistano oggi il fascino ed il potere di far rivivere le storie dei giovani che abbiamo conosciuto. Penso con commozione che questo proiettile, ne prende dalle mie mani il terzo, potrebbe essere stato esploso contro un ragazzo di nome Isacc. Isaac Kosgey, don gigi è stato tra i primi che i terroristi islamici hanno assassinato. Studente di Economia, gli esami stavano andando bene. Era di buon umore, mi ricordava il fratello Stephen, l’ultima persona con cui Isaac, alle tre di notte, ha parlato prima di essere ucciso. Era un ragazzo normalissimo, come tutti i ragazzi in Europa e nel mondo, appassionato di musica e calcio. «Mi aveva parlato delle minacce al campus, di messaggi scritti in arabo. Ma era tranquillo, ottimista come al solito», mi diceva ancora il fratello, che ha riconosciuto Isaac all’obitorio, freddato con un colpo alla testa”. Mentre Padre Nicolas parla, ostinata in me si fa la domanda del perché. Perché una morte senza senso, in un ragazzo così giovane…pieno di gioia e di voglia di vivere? Il nostro pellegrinaggio all’ interno del Campus sta giungendo al suo culmine. I fanatici islamisti di Al Shabaab dopo aver ammazzato ragazzi nelle aule, corrono come dei demoni ai dormitori e spingono a forza i ragazzi ad uscire e li fanno entrare nel cortile di un fabbricato dal nome Elgon B, un grande dormitorio su tre piani. All’interno di questo cortile, chiusi a chiave dentro i cancelli, più di 90 giovani sono stati massacrati. I miliziani di Al Shabaab erano appostati al terzo piano per impedire all’esercito di entrare. Prima di essere uccisi tutti e quattro gli islamisti, giunsero le nove di sera e l’attacco aveva avuto inizio alle ore 5 del mattino, come abbiamo sentito. Non è possibile entrare nel cortile ancora sotto sequestro, ma i segni della violenza sono formidabili, le mura dell’edificio sono ridotte a un colabrodo dal fuoco dell’esercito, sui cancelli si individua la direzione dei proiettili da come le inferiate sono divelte: divelte verso l’interno… proiettili esplosi dall’esercito; inferiate divelte verso l’esterno: proiettili esplosi dai terroristi.
Siamo davanti a Elgon B, mi vengono in mente le immagini dei corpi dei ragazzi ammassati sul pavimento; foto che fece il giro del mondo. E’ suor Evelline a parlare prima del silenzio e della preghiera. “Forse questo quarto proiettile ci può raccontare la storia di un altra splendida ragazza dal viso dolcissimo e di nome Elizabeth. Forse la storia di Elisabeth bene ci può introdurre alla nostra preghiera”. La suora inizia citando una frase profetica del terrorista che ha ucciso la ragazza cristiana; il demonio nella sua lucida intelligenza sa interpretare la realtà più autentica che ha nome Dio. Proprio un uomo di Al Shabaab disse di Elisabeth «Ora sta con il suo Dio». Continua suor Evelline: “Questo si è sentito rispondere da una voce maschile Fred Kaskon Musinai, dopo aver provato ripetutamente a chiamare la figlia, Elizabeth Namarome Musinai, 20 anni, al secondo anno di Lingue. Ma il Dio dell’odio e della morte del jihadista che ha risposto beffardo al padre, non è lo stesso in cui credeva Elizabeth. Don gigi, era stata lei a chiamare la famiglia per prima, disperata: «Stanno sparando dappertutto, non so se riuscirò a sopravvivere. Di’ alla mamma di pregare». Poi i terroristi le hanno preso il telefono e hanno fatto ai genitori un’assurda richiesta: contattate il presidente Uhuru Kenyatta e ditegli di ritirare tutte le truppe dalla Somalia. Quando la famiglia ha chiamato di nuovo, un terrorista ha risposto cinico: «Vi avevamo dato due minuti per la risposta, ascolta, ora vostra figlia è morta». Ma i terroristi avevano ragione: ora Elizabeth è con Dio don gigi”.
SILENZIO E PREGHIERA A ELGON B
Dopo aver ascoltato questa forte testimonianza, tutti sentiamo la necessità forte del silenzio. Il silenzio è la strada attraverso la quale far scendere nel nostro cuore quanto la vista, l’udito ed il tatto ci hanno regalato a diretto contatto con questo luogo di massacro. Mi siedo stanco e provato… direi disgustato. Provo nausea, il desiderio di scappare ed il desiderio contrapposto di non andare più via. Troppe atrocità si ammassano nel cervello: ripenso ai quattro ragazzi di nome Lidya, Ayub, Isaac ed Elisabeth, che con le loro storie mi rendono presenti gli altri 144 ragazzi morti nello stesso modo. Penso alla loro paura, alla loro angoscia, al loro terrore prima di morire, ma penso anche alla loro fede, alla loro preghiera, al loro raccomandarsi a Dio. Penso poi al momento della loro tragica morte: guardo i quattro proiettili che nel silenzio assordante mi esplodono con un fragoroso rumore nel cuore, immagino le urla, le lacrime e… il sangue: sangue dappertutto, tanto sangue che imbratta mura, pavimenti, vetri… Penso al dolore dei parenti, alla loro angoscia, alle loro lacrime; mi sovviene il ricordo dei sopravvissuti e dei loro traumi per sempre, penso ai quattro fanatici assatanati troppo tardi schiantati dall’esercito, penso agli uomini dell’esercito che tentano di liberare quelle innocenti creature. Si crea in me un vortice di pensieri, un ciclone di immagini e nell’occhio di questo ciclone come una luce forte nel mio cuore appare la frase del Vangelo: Verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio (Gv 16,2). L’ora per Garissa è arrivata: era il 2 aprile 2015 dalle cinque alle ventuno: ben diciannove ore. Quando questa ora arriverà in Europa? In Italia? A Roma? A Bergamo? E in quell’ora cosa farò io? Ma se uno di questi quattro proiettili i cui bossoli stanno ancora tintinnando nella mia tasca fossero stati destinati a me? Avrei avuto il coraggio di farlo esplodere dicendo che amo Gesù più di ogni cosa? Loro hanno risposto di si ed io penso che con l’aiuto dello Spirito Santo ciascuno di noi potrebbe fare lo stesso… Da quella intesa preghiera e da quel silenzio assordate a Elgon B, nel campus universitario di Garissa, ho imparato che la fede non la uccidi con un proiettile, ma le dai vita morendo per essa. La vicenda di Santina aveva riscritto nella mia vita negli anni scorsi che quando sono debole è allora che sono forte, qui a Garissa il sangue dei 148 martiri me lo conferma con splendide testimonianze di fede. Il tempo della preghiera e del silenzio sta terminando, mi inginocchio e do un bacio sonoro a quel sacro pavimento, le impronte della saliva delle mie labbra rimangono sul pavimento polveroso e le mie labbra sono tutte sporche di terra. Suor Evelline mi fa gesto di pulire, non pulisco con il fazzoletto, con la lingua minuziosamente raccolgo la polvere e la inghiotto, una profonda dolcezza mi entra nel palato e passa al cuore. Usciamo da Garissa con un grande tesoro e nel pomeriggio celebriamo la Messa per coloro che ci perseguitano. Il Vangelo della Messa mi sorprende, non lo ha scelto appositamente padre Alex, e la sorpresa è grande, esso recita così: “A voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l´altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica.” (Lc 6,27-36). Ma come è possibile Gesù, il tuo Vangelo oggi diventa ancora una volta attuale. Come è possibile amare questi terroristi, come è possibile amare gente che ci uccide, gente che massacra giovani innocenti? Gesù ma tu non hai ascoltato le loro grida, le loro telefonate, i loro tragici SMS? Gesù come puoi non aver ascoltato vicende come quelle di Susan, che così scriveva nei suoi ultimi messaggi sms ai suoi cari: “Stanno vendendo verso di noi. Tutti nel settore di Nancy sono stati uccisi. Per favore prega per noi. Stanno arrivando, noi siamo i prossimi. Come è la situazione fuori? L’esercito non è ancora qui. Per favore dite a loro che noi stiamo per essere uccisi, dite a loro per favore di venire in nostro soccorso. Se non ti dovessi più vedere, ricordati solo che ti amo e che sempre ti amerò. Ciao e prega per noi… Io sono con Milly… che Dio ci aiuti”. Gesù dove eri tu in quel momento? Stringo forte quei quattro bossoli e il pezzo di carta degli studenti cattolici e mi vengono in mente i tuoi ultimi messaggi sulla croce: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” E nonostante tutto il tuo grido forte e deciso che dalla croce diceva: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno!” Io oso scommettere con te Gesù che nel momento in cui quei colpi esplodevano contro di loro o le loro teste venivano tagliate, quei ragazzi buoni e forti nel colpo esploso o nella lama del coltello che tagliava hanno visto un lampo, hanno sentito forte, forte la tua voce che diceva loro solo una cosa: “Oggi sarai con me in Paradiso”. Credo Gesù che quei ragazzi ora son con te, che quei ragazzi buoni e dolci sono martiri; non vi è bisogno che il Papa o la Chiesa li canonizzi: tu li hai canonizzati ancora in vita, negli ultimi istanti della loro vita, come era successo al buon ladrone. Forse proprio loro, ora, dal cielo hanno guidato la mia mano a scrivere gli atti di questi santi martiri del secolo XXI. Mi rivolgo a voi ragazzi martiri di Garissa, ora: “Pregate per me, insegnatemi la vostra coerenza e la vostra forza, perché anche io come voi sappia testimoniare Gesù con il dono della vita”.
CONCLUSIONE. UNA NUOVA CHIESA NELLA DIOCESI DI GARISSA
Non potevamo lasciare la Diocesi di Garissa senza prendere un impegno serio e concreto nei confronti di questa terra imbevuta di sangue. L’occasione ce la fornisce Padre Ernesto, il missionario guatemalteco che vive la sua missione sacerdotale nel difficile contesto di Bura Tana, dove siamo stati suoi ospiti per due notti. La sera prima di giungere a Garissa, il Padre mi aveva portato a celebrare Messa in un villaggio dove non esiste la Cappella. Nel ritorno in jeep, Ernesto mi mostra un pezzo di terra che la missione ha comperato per costruire una scuola, ma con il segreto intento di edificare una chiesa. Partendo da Garissa nel lungo viaggio di ritorno a Bura Tana salgo sulla sua jeep rossa e iniziamo a parlare dei bisogno della missione… Inizio un discorso: “Caro Padre Ernesto cosa ne pensi se Fondazione Santina ti desse una mano nella edificazione della tua Cappella?” Ernesto mi guarda con gioia e meraviglia”. “Monsenor es una gracia de Dios!” “Io penso di portare al direttivo della Associazione e poi al Consiglio di Amministrazione della Fondazione il tuo progetto. Per favore questa sera scrivi una lettera, la porterò volentieri in Italia. Penso che sarebbe bello che questa chiesetta che sorgerà in un territorio tanto difficile e contrario a noi cristiani potesse contenere la memoria dei 148 giovani martiri il cui esempio oggi abbiamo conosciuto nell’Università. Sei d’accordo?” Il giovane sacerdote che non sa molto di teologia e Bibbia, ma che con quattro martellate è capace di riparare una jeep in mezzo al deserto e con le mani sporche di olio di motore si asciuga la fronte sotto il sole cocente. Padre Ernesto che forse non dedica molto tempo alla lettura e all’aggiornamento, ma che sa perfettamente come funzione un generatore, una pompa d’acqua o come si scavano le fondamenta e si costruisce un muro… Lui sorride contento! Forse i 148 ragazzi martiri hanno operato per lui oggi il loro primo miracolo. Mentre Padre Ernesto parla provo ammirazione per lui, con il suo vestito povero ma pulito, con i suoi sandali impolverati, con nel suo corpo i segni di un altro martirio che sono la presenza in una terra infida e crudele, una presenza per la quale ha pagato con la malattia della malaria a soli 34 anni, con un incidente stradale male curato, la cui cicatrice è ben evidente sulla sua fronte. Con una presenza in un villaggio sperduto dove la parola ospedale non esiste, dove muori per una stupida appendicite, ma dove nel suo piccolo dispensario della missione regna ordine e pulizia anche se sovrana signora è la povertà. Mi sento stupido, ridicolo e anche falso misurandomi con lui. Io con le mie paure, con la mia cultura ed i miei libri, con le mie lingue, con tutte le incrostazioni che il nostro comodo mondo offre. Lui sacerdote buono e semplice davvero ha l’odore delle pecore che segue con amore infinito, svegliandosi alle 3,00 della mattina per giungere alle 4,30 a dire messa in una capanna con 15 persone. Lui prete che viene dal Guatemala per servire la povertà e la miseria condividendo malaria, disagio e pericolo. Chiedo a Lui il suo segreto e chiedo di scrivermelo sul mio Vangelo… Un po’ perplesso il Padre guarda il mio libro pieno di scarabocchi e nella lingua greca. E secco mi risponde: “Mi prendi in giro? Cosa vuoi che capisca io di questa lingua? Non posso scegliere nulla, non capisco…!” Cambio domanda più semplice e più diretta: “Ernesto quale è la frase del Vangelo che più ti piace?” Gli occhi si illuminano: ”Ah volevi sapere questo? Bastava dirlo subito!” A me piace questa frase che dice la Madonna all’Arcangelo Gabriele: “Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola!” (Lc 1,38). “Bene, Padre Ernesto, scrivi vicino a questa frase, qui su questa mia vecchia e usata Bibbia un tuo commento e la tua firma”. In silenzio, con le mani ancora sporche del grasso del motore, asciugandosi nuovamente la fronte madida di sudore il Padre scrive: “La vertadera respuesta del ciervo de Dios” P. Ernesto, Bura Tana 11.9.15. Guardo il Padre e nelle lettere che compongono la frase preziosa che porto in Italia come il suo più grande regalo vedo: malaria, cicatrice, paura, povertà, disagio, mani sporche e unte, solitudine, incomprensione, stanchezza, ma tutte insieme queste lettere che compongono la sua frase hanno un risultato sorprendente che parla di amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé. Quell’uomo buono forse non ricorda che San Paolo nella lettera ai Galati al versetto 5,22 chiama quanto vive Padre Ernesto frutti dello spirito. Non è importante, non conta sapere come me, o come noi colti ed eruditi, i frutti dello spirito in Galati 5,22. Qui a Bura Tana, ma anche in Italia ed in ogni luogo in cui vivi tu che leggi, conta un’altra cosa: vivere come Padre Ernesto, essere credibili con le nostre opere e attraverso di essere mostrare la nostra fede. Se questo libro che hai tra le mani ti spingesse a vivere così, anche queste pagine che hai in mano e che puoi concretamente toccare, si trasformerebbero in opera di luce, quella nuova opera di luce che il libro mio e di Vania non racconta, proprio perché tu sei chiamato a scriverlo con l’inchiostro della tua vita. E’ difficile e duro e ogni lettera del tuo scritto sarà privazione e sacrificio, ma la frase che scriverai ti darà la pace che le opere di luce sanno dare: in Brasile, come in Perù, Gaza, Vietnam, nell’Ospedale di Bergamo, a Malindi e qui a Bura Tana in Kenya dove una chiesa sorgerà in mezzo all’islamismo più feroce con il nostro contributo economico, ma affidato alle sicure mani di un missionario, Padre Ernesto, che febbricitante per la malaria, con le mani sporche e piene di tagli e con la sua cicatrice in testa impasterà quei mattoni con il suo sudore della fronte e con la sua caparbietà e forza difenderà la sua chiesa solo per predicare Gesù crocifisso e risorto, e questa Opera di Luce, ne siamo sicuri accederà un enorme faro di luce, pace, bontà e mitezza in mezzo ad una terra in cui regna il buio più cupo dell’islamismo idemoniato. Io sono sicuro che ce la farà e che, da quello che capisco, Padre Ernesto è ben protetto perché vicino ha una Mamma forte e dolcissima, che più di duemila anni fa ha pronunciato questa frase: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che tu hai detto!” Ernesto la ricorda bene quella frase, anche se non in greco e la vive nascosto in Dio. Ti diciamo una cosa padrecito… “Ti ammiriamo e ti vogliamo bene: coraggio non sei solo. Ti siamo vicini”
APPENDICI
I. PEREGRINACION A GARISSA, KENYA. FR ALEJANDRO UMUL CHOPOX FMM
Fue un Jueves Santo cuando se dio la masacre en la Universidad de Garissa, Kenya como resultado 148 estudiantes jovenes perdieron la vida y con ellos fueron eliminado sus suenos, y la esperanza de la familia de ver el exito de estos jovenes. Fue una noticia aterradora y a la vez triste, sin la capacidad de hacer algo inmediato.
El dia siguiente era Viernes Santo y antes de iniciar el Via Crucis en mi mision hice una breve reflexion con la gente y les dije que ese Via Crucis se lo dedicabamos a los asesinados en la Universidad. Hicimos un recorrido de 3 horas para culminar con el oficio de la adoracion a la Cruz. Este pequeno signo que hicimos en mi mission fue una expression de amor y solidaridad con enstos jovenes y su familia. A pesar de que tenemos una mission en la Diosesis de Garissa ho habia tenido la oportunidad de visitar Garissa desde entonces. Cuando Padre Ginami me comento de la idea de ir a Garissa en calidad de peregrinacion y visitar la Universidad para rezar en ese lugar, empece a buscar todos los medios necesarios para que ese viaje se realizara. Una de las preocupaciones de padre Ginami era la seguridad ya que es un territorio completamente musulmana y es donde han habido mas ataques rerroristas de parte del Al Shabaab. Yo estoy un poco familiarizado con el territorio pues he viajado muchas veces a ese lugar incluso en transporte publico. El dia llego y emprendimos el viaje, a pesar de que ya habia viajado varias veces a ese lugar, esta vez es diferente, es una peregrinacion en honra a los masacrados por su fe. Eso para mi implicaba un reto como misionero y a la vez un honor pero al mismo tiempo una gracia que Dios consede para purificarse y tambien para orar por las almas de quienes fueron acesinado. All llegar al pundo del hecho mi Corazon empezo a palpitar fuertemente y mas al ver los hollos en la pared que las moniciones dejaron tambien tuve una sensacion de resentimiento y enojo por los que hicieron todo esta maldad. Luego me acorde de las palabras de Jesus el “amar a los enemigos y orar por los que los persiguen”, entendi que mi presencia en ese lugar como misionero debia ser diferente entonce fue que invite a los que estaban con nosotros, incuso los militares que nos acompanaban a rezar un Padre Nuestro y un Ave Maria y fue asi que mi Corazon empezo a sentir paz. Finalmente tuvimos la oportunidad de estar en silencio un momento y fue donde con todo mi Corazon pedi a Dios que perdonara a los que cometienro la maldad pero sobre todo que su Corazon cambiara de un Corazon de odio a uno de amor. Finalmete almorzamos con los Obispos de Garissa y luego iniciamos el viaje de retorno a Bura Tana, nuestra mision en la Diosesis de Garissa. Antes de salir tuvimos problemas con uno de nuestro vehiculo, pero lo logramos reparar, esta situacion es muy comun aqui en nuestras misiones. Hicimos el recorrido de noche, pero no hay duda que Dios nos protegia a lo largo del camino. Fue realmente una peregrinacion eriquecedora donde aprendi que es importante seguir proclamando a cuatro vientos y a todo pulmon el mensaje del evagelio que es un mensaje de Amor, de perdon de misericordia pero que es importante no quedarse siego ni pasivo ante los sufrimietos de otros y luchar para que la paz y la justicia prevalizca siempre. Regrese con mas fuerza y optimismo a hace mejor la mission que se me ha encomendado, de entregarme de lleno aunque hayan sufrimientos y limitaciones, pero saber aceptarla con alegria sabiendo que estamos hacienda la voluntad de Dio.
IT WAS SOOO SAD… & EMOTIONAL MOMENT BY DOREEN OLAYO
It was a long awaited journey if i may say. With lot’s of tension & worry, not knowing if we’ll be back safe & sound. This was due to terror attack that happened in Garissa University, some few months ago & the threats of people that it was not secure. We started our journey very early morning of 9th Sep. 2015, at around 7.00am, with a word of prayer from Fr. Gigi. We were 4 people in total; Fr. Gigi, Fr. Alex, Fr.Alessandro & i.after leaving Malindi, we took the road to Garissa which was very bad & had lot’s of potholes & very dusty. we also saw different types of very beautiful animals & birds. We met with heads of beautiful, tall, big, Camels along the way. It took us almost 6 hours to get to Bura-Tana. We had to make a stop-over at Bura-Tana Dioceses of Garissa for sleep-over. We met with Fr. Ernesto , a very humble, welcoming & cheerful guy. He took us to his house. That evening we went to the church fellowship community mass at the nearby village. After the mass was over, on our way back, we were told & shown some of the projects that they wanted to do. One of them being to build a church for that community, because they were using someones house as a church. Fr. Gigi offered to support them with that in memory of our beloved Santina Foundation. We spent a night at Bura-Tana Dioceses & the next morning, we wake-up & started our journey to Garissa. This time around, we were 5 people; Fr. Gigi, Fr. Alex, Fr. Alessandro, Fr. Ernesto & i. From Bura-Tana to Garissa we took around 3 &1/2 hours, the roads were all the same. We were able to see River Tana along the way. These areas are semi desert & most people are pastrolist firmers. People are scarcely populated. On arrival to Garissa Town, there was prohibition of photo taking, so some of us had to behave on taking pictures. We went to the Catholic Diocese of Garissa Church, where we were warmly welcome. We had the meeting with the 2 Bishops & Fr. Nicolas of that place. The agender of the meeting was to brief us on what exactly happened?, how it happened? & how they were taking it? We were told the University closed-up emediately the attack happened because the student were so afraid to go back. most of the students who servived were taken to various Universities to continue with their learning. we were also told that most of the students came from very poor backgrounds & that they needed help & support from wellwishers. The insident affected them so badly. The one that lost their lives were taken back by their families for burial. Most of the congregations were University students & now they are having shortage of people in the church. After the meeting, we were accompanied by Fr. Nicolas & Sister Evaline to Garissa University, which was few kilometer from the church. On our arrival at the entrance of the University gate, there was a very tight security. We spent quite some time there before we were let in. As we were allowed to get in the compound, we were led by the Police escort to the Head Office, where we met with the Deputy Head because the Head Principal was not there, he was out. Inside the University they were Policemen allover the place. After our meeting & introducing ourself, The Deputy Principal ordered the Police to take us around the University compound,especialy the Hostel that most students were killed. We were able to see the Hostel. They told us that it happened very early in the morning when the students were in their morning prayers. The most targeted were christians students & few muslims that were killed by bad luck.We were told that the attackers told them it was not time for prayer. Around 148 students lost their lives. We were also shown the path over the wall where other students who managed to escape used to save their lives. It was sooo sad… & emotional moment. Just imagining how those students suffered in the hands of those terrorists, made me shade tears…..
We were able to have 15 minutes each one of us, a moment of silent prayer.Then after, we had fellowship prayer as we held hands together with the Police that were with us. Fr.Gigi offered to support 2 of the serviver students of Garissa University Lilian & Eunice with their education. We came back from the University back to the Diocese & before we left to Bura-Tana, Fr.Gigi held a mass & the reading was from the book of Luka 6:27-38. LOVE YOUR ENEMIES & you’l receive blessing from God. We went back to Bura-Tana that evening from the Catholic Dioceses of Garissa for sleep-over so that we can start our journey back to Malindi the next morning. Our journey which was anticipated to be worse, turned out to be very beautiful & adventurous, especialy to me. We give God all the glory for His faithfulness to us & making this journey of a success.If you trust in God, He will never diserpoint you. He’l defend you in every stuetion & give you refuge & victory, so that His name to be glorified. Be strong be courageous all you who hope in the Lord. Lot’s of thanks also goes to all our beloved Priests that accompaned us on this wonderful journey, all the way from Malindi to Garissa & back. God bless you all & keep- up with the same spirity, for the glory of God. Our journey was unbelievable… we were able to come back to Malindi on Friday 11th September 2015.
III. INAUGURAZIONE AULA SCOLASTICA NELLA MISSIONE DI LANGO BAYA NELLA DIOCESI DI MALINDI 8 SETTEMBRE 2015
Certamente il Pellegrinaggio a Garissa è stato molto impegnativo ed era uno degli obiettivi principali del mio viaggio in Kenya. Tutto questo non toglie valore ad un altro momento importante dell’intensa settimana ed è l’inaugurazione della prima opera di solidarietà della nostra neonata Fondazione Santina. In tutti i precedenti dieci viaggi compiuti con la nostra Associazione in giro per il mondo avevamo sempre realizzato opere di solidarietà con il logo associativo, mai con quello della Fondazione. Abbiamo così realizzato una cucina a Salvador de Bahia in Brasile, la costruzione di una prima aula scolastica a Lango Baya, la ristrutturazione dell’oratorio parrocchiale nella Striscia di Gaza, l’ambulatorio per la cura del morbo di Chagas a Bergamo, l’inaugurazione del pavimento della chiesa di Conima in Perù… Questa volta l’inaugurazione era della prima opera con il logo della nostra nuova Fondazione Santina Devo spendere una breve parola sulla nascita di questa Fondazione e sulle date che ben stabiliscono passaggi importanti. Alla fine dello scorso anno a Roma in data 9 dicembre 2015 ci assicurano che una grossa banca ha donato il capitale sufficiente per costituire una Fondazione ed è proprio durante il mio viaggio di Perù di dicembre 2014 che, mentre, firmo il compromesso per iniziare i lavori di restauro della chiesa di Conima, quasi a incoraggiamento, mi giunge un sms con il grosso accredito sul conto della Associazione. Vedo in tutto questo un incentivo a continuare in questo senso. Alcuni mesi dopo, grazie all’aiuto dello studio commercialista dell’amico Luigi Pacini prepariamo le carte per costituire la Fondazione. Con molta precisione e scrupolo disponiamo le carte e stabiliamo con il notaio Trombetta per il 5 marzo 2015 la data di costituzione. Davanti alla Bibbia, al Crocifisso ed alla maglietta stracciata di un bimbo del Kenya firmiamo la nascita della Fondazione Santina. Intraprendiamo così il cammino per il riconoscimento di persona giuridica della nostra Fondazione, questo costa tempo e attesa, mentre la Prefettura compie le dovute indagini e accertamenti. Ancora con sorpresa: mi trovo in Perù ed è una data molto significativa per me è la festa di S. Gregorio Barbarigo, mio patrono, e al Machu Picchu mi giunge un SMS di Pacini che mi dice del riconoscimento della Fondazione. Anche in questa nuova coincidenza trovo davvero un forte incoraggiamento del Signore a continuare sulla strada della carità. Un terzo momento ancora carico di significato avviene a Gerusalemme lo scorso 14 agosto, vigilia della Madonna Assunta. Mi trovo a pregare alla tomba di Santina e preso un po’ dallo sconforto dico a Lei “Santina, ma forse mi sto sbagliano? Forse sto percorrendo la strada di un esaltato? E’ vero siamo più di cento gli iscritti alla Associazione ed è anche nata la nuova Fondazione a te dedicata. Le opere di bene si vedono, ma sto facendo bene? Forse mi sto confondendo, forse percorro strade azzardate di carità: chi mi darà tutti i soldi che ci occorrono per fare del bene?” Pensieri come questi mi giravano nel cervello… Proprio durante quella mia preghiera alla Quarta Stazione della Via Crucis nella Città Santa di Gerusalemme, dove mamma è sepolta, un nuovo SMS mi giunge dicendo che la nostra Fondazione ora era dotata dello status di ONLUS. La commozione quella sera, vigilia della Solennità della Madonna Assunta in cielo fu davvero forte. Ed allora, dopo aver dato vita alla Fondazione il 5 marzo 2015, dopo aver ricevuto il riconoscimento di persona giuridica il 18 giugno 2015 e ottenuto lo Status di ONLUS il 14 agosto 2015, mancava la realizzazione concreta della prima opera della nostra Fondazione. Tale realizzazione è avvenuta a Lango Baya l’8 settembre 2015 festa della natività di Maria. Molte di queste quattro date portano un grande valore simbolico e dicono un riferimento a Maria e questo mi sembra un grande auspicio per quanto concerne la vita della nostra Fondazione. Padre Alessandro con la sua concretezza e con la sua bravura ha permesso a noi di potere inaugurare l’aula scolastica che porta il logo di Fondazione Santina. La missione di Lango Baya era già nota alla nostra Associazione, che nel mese di febbraio aveva inaugurato una prima aula scolastica. Entrando nel recinto della missione subito si possono notare, a destra della chiesa, la costruzione di alcune aule scolastiche: due di esse portano il nome di Santina. Per questa inaugurazione non vi erano molte persone dell’Italia come per la prima volta, il clima era più modesto, ma anche più familiare. S.E. Mons. Emmanuel Barbara giunge alla Missione per presiedere l’Eucaristia e per benedire l’aula. E’ davvero un caro amico e per la seconda volta volentieri è presente alla inaugurazione. Ci eravamo visti a Roma, in occasione della visita ad limina ed era bello incontrarci nuovamente per inaugurare l’aula scolastica. Dopo aver fatto colazione insieme ha inizio la Santa Messa, Mons. Barbara celebra in suffragio di Santina… i bambini animano la messa con delle belle danze africane. Ho portato per loro, come anche era avvenuto a Conima in Perù, duecento medagliette dell’arcangelo Michele che regalo a loro. Quanto sono belli i bimbi africani, si avvicinano timidi, ti rubano dalle mani le medagliette e poi sorridono felici dopo aver catturato la loro piccola preda. La Messa si svolge nel clima della serenità e della gioia per i grandi benefici che Dio ha per noi riservato. Al termine della Messa il responsabile del Consiglio Parrocchiale prende la parola per un saluto di ringraziamento al quale rispondo con grande piacere. In effetti l’aula scolastica è costata meno della precedente perché la gente del luogo aveva contribuito con loro offerte ad iniziare l’opera e dall’Italia siamo stati molto felici di intervenire finanziariamente su di un progetto che era tanto voluto dalla gente. Dopo la solenne celebrazione ci portiamo tutti davanti all’aula scolastica. Il Vescovo di Malindi legge una preghiera davanti a tutti i bambini. Poi il momento si fa solenne, pur nella semplicità del luogo e su invito di Mons. Barbara mi avvicino e con lui taglio il nastro inaugurale di colore giallo. Dopo aver tagliato il nastro nel nome della Santa Trinità, Padre Alessandro mi da la chiave del lucchetto della porta, con visibile commozione apro con un po’ di impaccio la porta di ferro ed il Vescovo entra per la benedizione con l’acqua benedetta. Sono momenti di grande conforto e di grande emozione, mi ricordo quando lo scorso anno a maggio 2014 mi trovavo in Brasile per benedire la cucina nella Favela di Salvador de Bahia, in un anno questa è la sesta opera di solidarietà inaugurata nel nome di Santina… Penso davvero che il suo lungo e aspro dolore stia oggi portando grandi frutti. Mentre Mons. Barbara benedice, la preghiera nel mio cuore è quella che tale inaugurazione sia la prima di una lunga serie di opere fatte nel nome di Fondazione Santina. Padre Alessandro, Padre Rolando e Padre Alex mi stanno aspettando con il Vescovo per una foto di gruppo con i bambini della scuola e l’intero Consiglio Parrocchiale. Anche le foto sono importanti per poter testimoniare il nostro impegno in Italia e nel mondo. Il Vescovo di Malindi deve proseguire per un’altra missione e quindi mi saluta cordialmente, mentre noi andiamo a pranzo ospiti da Padre Alessandro per festeggiare la nuova opera di Fondazione Santina. Il cuore è pieno di gioia e penso anche alla felicità di tutti coloro che pongono le loro disponibilità di tempo e di amore per dare vita a opere che sono davvero un aiuto per questi poveri che Papa Francesco ci fa chiamare Carne di Cristo. Il pomeriggio visitiamo altre parti della estesa missione per poi fare ritorno in serata a Malindi con la felicità e la pace di chi ha concluso qualcosa di buono per gli altri.


