Viaggi di Solidarietà

DIARIO DEL DECIMO VIAGGIO DI SOLIDARIETA’ PERU’ 14-25 GIUGNO


“Non temere il tempo, nulla è eterno. Non temere le ferite, ti rendono più forte. Non temere il pianto, ti lava l’anima. Non temere le sfide, ti rendono più agile. Non temere di sbagliare, ti rende più saggio e non temere la solitudine, Dio sta sempre con te”
Papa Francesco

I. INTRODUZIONE: JENNI ANGELA
Oggi 18 giugno 2015, Sono in viaggio da Juliaca a Cusco e nelle sei ore di viaggio voglio mettere ordine in alcune vicende vissute in questo decimo viaggio di solidarietà in Perù. Ecco la prima piccola storia che intendo raccontare. Una piccola storia che nasconde un forte dolore….
Mercoledì mattina, 17 giugno, dopo la messa celebrata al collegio San Roman per tutti gli studenti, entro in chiesa per un momento di preghiera. Sono a Juliaca sull’altipiano delle Ande a 3800 metri. Mi inginocchio a pregare davanti alla statua del Signore di Giustizia. Alle mie spalle entra una giovane donna campesina dal tratto sporco e trascurato. Si inginocchia e inizia a piangere. Mi volto verso di Lei e poi mi avvicino. Come ti chiami? Jenni Angela. Mi risponde in pianto. Con le dita asciugo le sue lacrime e poi a voce bassa chiedo: possiamo pregare insieme il Padre nostro? La ragazza vestita con gli abiti tipici del Perù fa un cenno positivo. Prendo la sua mano e lentamente iniziamo la preghiera… Terminata la nostra orazione rimaniamo un momento in silenzio. Io ho paura di parlare per non rovinare il momento forte di preghiera al Signore di Giustizia. Padre, inizia Angela, mi è successo un fatto tanto drammatico che non riesco neppure a raccontare con facilità. Io avevo una figlia di soli 14 anni che si era innamorata di un ragazzo al quale voleva molto bene. Mia figlia aveva una amica molto cara che era gelosa di questa relazione. Alcuni giorni fa quella ragazza ha ammazzato mia figlia è ha gettato il suo corpo nel fiume che scorre vicino alla casa dove noi viviamo. Forse addirittura è stata aiutata dal ragazzo di cui mia figlia era innamorata. Che terribile storia padre! Come si può giustificare? Come si può accettare? È un male grave e profondo che mi strappa il cuore… Rimango molto colpito da questa storia orribile, una delle tante storie di miseria e povertà che qui in Perù ho incontrato. Decido di non dire parole vane e stupide. Rispondo solo asciugando le sue lacrime e dicendo con molto affetto. Angela, non ti preoccupare Dio asciugherà ogni tua lacrima abbi solo fede. Dono ad Angela una medaglietta con l’arcangelo Michele che mi ritrovo in tasca. Recitiamo insieme una preghiera e poi le do un bacio sulla fronte sporca…. lentamente esco di chiesa con questo pensiero: non avrei mai pensato che il titolo dell’ultimo libro dedicato a Santina nell’anno 2013 DIO ASCIUGHERÀ OGNI LACRIMA divenisse per me un invito e profezia ad asciugare lacrime a tante persone che il nostro impegno di solidarietà come associazione amici di Santina Zucchinelli mi ha fatto incontrare, oggi qui in Perù a Juliaca sul volto di Angela o nel pomeriggio sul volto di una ragazza di nome Luz, ma anche in questi anni sul volto dei sofferenti in Vietnam, Kenya, Striscia di Gaza e Brasile. Quando scrivevo quel libro pensavo che Dio avrebbe asciugato ogni mia lacrima, mai avrei pensato che avrebbe chiesto a me di asciugare lacrime nel mondo. Questa è la più bella consolazione che ho dalla morte di Santina, cercare di asciugare almeno una lacrima sul volto delle persone che incontro e che Dio pone sulla mia strada.

II. L’INCONTRO CON IL COLLEGIO FRANCESCANO SAN ROMAN DI JULIACA E CON UNIVERSIDAD ANDINA NÉSTOR CÁCERES VELÁSQUEZ
Il fitto calendario di impegni aveva previsto l’incontro con due importati istituti di educazione e cultura di Juliaca, la città definita perla dell’altipiano. I motivi sono che Jofran studia al Collegio francescano e che Josmell è tecnico di laboratorio nell’Università andina. In entrambi i luoghi mi hanno invitato per la celebrazione della Santa Messa. Devo dire che in ognuna delle due scuole l’attenzione riservatami è stata tanto speciale. Soprattutto al collegio cattolico del Collegio San Roman, dove con Padre Joselo ho stretto una forte amicizia ed un vivo legame di cordialità.

Mercoledì 17 giugno, la mattina mi sono recato alla scuola di Jofran e, come a dicembre, ho celebrato l’Eucaristia per migliaia di studenti. Da Roma avevo portato al collegio il regalo di una statua della Madonna benedetta da Papa Francesco che è stata molto gradita, ed alla fine della cerimonia ho voluto benedire gli studenti ed i professori con la sacra immagine. In seguito nel grande cortile, dove erano radunati tutti i ragazzi ed i professori, sono passato con acqua benedetta… ed ho dato il via a benedizioni con acqua santa che mi accompagneranno per tutta la settimana ed in tutti i luoghi dove mi troverò.
Dopo la Messa viene il momento dell’incontro con la classe di Jofran e ci scambiamo tutti i nostri nomi su face book e tweeter. I ragazzi sono felici! Dopo di loro è la volta della comunità docente dei professori con i quali mi fermo in amabile conversazione per circa venti minuti. In seguito una conferenza stampa e poi al Comune di Juliaca per salutare la municipalità. Anche nella municipalità una accoglienza calorosa, con fotografie e con diverse autorità presenti. Da qui poi al Coliseum per una benedizione e poi la bontà di padre Joselo ci propone la visita alla casa dei padri francescani, un buon panino imbottito ed una bevanda rinfrescante. Padre Joselo si spinge oltre nella sua squisita ospitalità ed organizza per me un pulmino per poter vedere un importante luogo archeologico vicino a Juliaca di nome Sillustani di epoca preincaica. Il paesaggio è incredibile ed è reso ancor più fantastico dalle luci del mezzogiorno che colorano la campagna di colori vivissimi e ci permettono di scattare delle foto suggestive. La visione del Lago Umayo ci regala fantastiche emozioni e ci lascia estatici a riflettere che questa vista, da sola, vale forse  il viaggio fino a questo lontano e meraviglioso paese. La giornata del 17 giugno non è ancora finita. Il nostro autista Persi ci porterà a Puno dove dobbiamo partecipare al teatro preparato dalle ragazze dell’orfanotrofio di Taller Miranda e la sera tardi ci attende padre Walter a casa per vedere i dettagli della festa dei domenica 21 giugno. Ogni giornata del viaggio sarà così… piena di tanti appuntamenti ed incontri che fanno molto bene al cuore.
Viaggiare in questo modo, non significa incontrare arte o natura, ma la vita quotidiana e le persone vive con le loro, miserie e povertà, ma soprattutto con le loro grandi ricchezze interiori. Ritorno a casa da questi viaggi sempre con una più profonda maturità interiore generata dall’incontro, dalla riflessione e dalla condivisione.

– Lunedì 22 giugno ha luogo l’incontro con l’Università andina dove il mio amico Josmell ha trovato lavoro come tecnico di laboratorio. Con grande scrupolo Josmell ha predisposto ogni cosa: ha proposto l’iniziativa al Rettore ed agli studenti della facoltà di ingegneria delle telecomunicazioni ed ha chiamato un piccolo coro per i canti. Il risultato è che alla Messa delle ore 11,30 vi era la presenza di un centinaio di studenti e un folto numero di professori e del corpo docente. Durante l’omelia parlo del massacro degli studenti di Garissa in Kenya avvenuto lo scorso giovedì santo e sulla necessità di non vergognarsi di essere cristiani, come hanno fatto i 147 studenti massacrati dalla follia islamica. I ragazzi rimangono impressionati ed ascoltano con molta attenzione la mia predica. Dopo la Messa mi fermo amabilmente con il Professor Lizarraga Armaza, che è il Decano della facoltà dove Josmell lavora e studia. Il professore mi parla molto bene di Josmell ed anche Hernan ed Olinda si mostrano molto orgogliosi di avere un figlio così.
Terminato il nostro incontro alla caffetteria dell’Università ci prendiamo un frullato di mango squisito e con il dolce in bocca chiudiamo la nostra visita all’università e torniamo in combi al nostro amato bario di Villa san Roma.

III. PUNO: L’INCONTRO CON LE DIECI RAGAZZE DEL NOSTRO PROGRAMMA DI ADOZIONE A DISTANZA
Uno dei principali motivi di questo decimo viaggio di solidarietà era l’incontro con le dieci ragazze, che nel gennaio scorso, sono entrate nel nostro programma di adozione a distanza che si concluderà nell’anno 2017.
Le dieci ragazze che fanno parte di un gruppo più grande di circa 30, sono ospiti nel Tailler Miranda dalle suore Figlie della Carità di San Vincenzo de Paoli. Nel viaggio precedente avevamo già descritto chi erano. Mi ero preparato a questo bellissimo incontro con loro già attraverso skype in una serata nella settimana precedente la mia partenza.
Arrivato in Perù l’incontro con loro è stato tra i primi appuntamenti: martedì 16 giugno 2015, nel pomeriggio. Il nostro bellissimo incontro poi è continuato anche mercoledì 17 giugno, nel pomeriggio, con una bella festa organizzata da tutto l’orfanotrofio. Sono stati momenti forti in cui abbiamo pregato: ho infatti celebrato per loro la Messa il martedì pomeriggio, ed ho ascoltato alcune confessioni la sera di mercoledì, come pure la preghiera finale, dopo il teatro e i loro bellissimi biglietti scritti con tanto amore che ho portato in Italia in una grande raccolta.
Per alcuni aspetti mi sembrava di vivere la stessa esperienza vissuta con i dieci bambini del Kenya. Anche per loro avevamo acquistato 10 magliette con il nostro logo ricamato ed anche con loro abbiamo passato momenti bellissimi di condivisione. Devo dire che nel nostro programma Heyde ha lasciato l’istituto ed il suo posto lo ha preso Maria Belen, un’altra ragazza simpaticissima alla quale subito tutti si sono affezionati in Italia.
Sicuramente la bella esperienza che la nostra Associazione vive nelle adozioni a distanza, ben colorisce le nostre attività con i colori della vita e della attenzione alle singole storie di vita.
Maria Carolina una volta mi diceva: “E’ particolarmente bello questo modo di aiutare ed di far solidarietà, perché in questo modo veniamo a contatto con reali e profonde storie di vita vissuta che altrimenti non potremmo conoscere!” Ha profondamente ragione: dal Perù, al Brasile, al Kenya, in Vietnam e Gaza le 46 storie che raccontiamo, pur coperte da nomi di fantasia, raccontano storie vere e di grande impatto. Come le storie di queste ragazze che hanno alle spalle terribili vicende familiari e sociali che sarebbero difficilmente raccontabili fuori da questo contesto di solidarietà!” Il più bel ricordo di loro, sono i loro occhi, le brevi chiacchierate che ho potuto svolgere con loro, le fotografie e i loro biglietti colorati, sono in totale 23 biglietti, riportarli tutti è impossibile, ma sicuramente ognuno di essi racconta una storia.
Come quello di Ana Luz che mi augura buon viaggio da Puno a Roma, mi racconta di essere appassionata del Basketball. Ana Luz si sente di svolgere un po’ il compito della mamma per la propria famiglia, vuole diventare una lavoratrice professionale e così sostenere i proprio cari ed aiutare la propria mamma Dora, che ho avuto la fortuna di conoscere con Skype.
Jennifer mi scrive una lettera confidenziale nella quale racconta la sua commozione durante la celebrazione della Messa e di come abbia nostalgia di sua mamma, e mi mette una sua piccola foto per ricordare chi sia Jennifer.
Anche Dayana scrive un biglietto di ringraziamento che riguarda me e tutte le persone che hanno voluto aiutare la ragazzina. E infine l’augurio di accompagnarmi con un gran sorriso e che una stella illumini sempre il mio cammino.
Gina mi mette una bellissima fotografia sorridente con alcuni auguri: gioia, carità e fede, preghiera ed onestà. Grazie Gina! E conclude la lettera:Non si dimentichi che le voglio tanto bene!” Ecco la bella letterina: “ Don gigi che Dio ti benedica che la pace sia sempre con te e che tu sia simbolo di amore perché dove vi è la Carità, li vi è il Signore e che Gesù illumini il tuo cammino. Tu sei stato un buon amico, continua ad essere così e che la Vergine Maria ti protegga e Dio ti benedica”.
La ragazza più grande di nome Jessica, mi scrive una commovente letterina nella quale mi dice che mi vuole tanto bene e poi formula un augurio che mi lascia perplesso: “ Che nella vita ti manchi tutto, tranne che Dio!” E’ una frase dura, ma di grande forza spirituale. Su questa frase dovrò passare molti giorni prima di assimilarla bene, ed anche oggi rimane ancora forte per me. Quanto i piccoli ci insegnano. Forse queste ragazze che vendono da storie di disperazione… hanno davvero perso tutto tranne che Dio.
Maria Belen prova a scrivere in italiano, probabilmente in una traduzione di google, ma che molto apprezzo. Lei ha sostituito una delle dieci ragazze che ha lasciato l’orfanotrofio di Taller Miranda. La sua letterina fa riferimento alla festa del padre, che in Perù si celebrava proprio nel giorno della mia visita alla comunità. Sono molto contento che la ragazza mi consideri un po’ come un papà. In effetti qui la gente chiama noi sacerdoti padre. E mi sento davvero di esserlo per loro e per i 46 ragazzi e bambini che nel mondo abbiamo adottato a distanza. Scrive Maria Belen: “In questo giorno del padre ricevi da ciascuna di noi un abbraccio e un bacio… e  ti prometto di prendermi cura di me stessa e di andare aventi, come ci hai insegnato!”
E’ poi il turno di Lourdes, una delle tre sorelle figlie di Dora, che mi dedica una bellissima poesia e disegna una chitarra con scritto il mio nome, il testo è molto bello e mi ha commosso: “In riva al lago della mia vita una mattina sei passato, io pensavo tante cose, io sognavo, mi sentivo inutile, mi chiedevo cosa faccio qui. Mi hai detto: Lourdes sorridi, ti chiedo di imparare a perdonare i tuoi nemici… io l’ho fatto ed ora sorrido, come mi hai insegnato ho capito che dare è più che ricevere, che non vi è amore senza sofferenza, senza lotta, senza servire e che devo amare dimenticando… grazie di tutto e non dimenticarti che ti voglio tanto bene.”
Un altro biglietto molto carino è stato scritto dalla nostra Marisol. Nel suo biglietto trovo questo bel pensiero “qui al Taller Miranda noi la consideriamo nostro padre e ringraziamo Dio di averci dato la vita; che Dio la illumini sul suo cammino e che possa realizzare tutte le sue opere”.
Infine abbiamo il nono biglietto di Sonia. Anche Lei ringrazia per la visita nella cittadina di Puno sul lago, dove vi è l’orfanotrofio. Sonia dice che da grande vuole svolgere un lavoro professionale e per questo si sta preparando seriamente con lo studio. Mi chiede di ricordarmi sempre di Lei e che tutte qui a Puno mi vogliono tanto bene.
La piccola Maria di soli 6 anni, non ha scritto nessun biglietto, ma mi ha dato un grandissimo bacio, povera piccina!
Seguono poi i biglietti di tutte le altre ragazzine del Collegio che non posso riprodurre, ma che mi hanno riempito il cuore di pace e di allegria. Sono biglietti colorati, disegnati e semplici che danno grande forza al cuore. Uno solo voglio citare perché è veramente bello per il suo contenuto  e me lo ha scritto Shaily, questa ragazza ha saputo da Suor Maria e dalle altre suore che come Associazione aiutiamo anche l’Africa. La bambina nel suo cartoncino giallo mi scrive allora: “Ti prego Padre non dimenticarti dell’Africa ed aiuta questo Continente, perché sono più poveri di noi!” Questa ragazzina non chiede un aiuto legittimo per se: non ha famiglia, non ha nessuna sicurezza finanziaria da parenti è sola in un orfanotrofio ed ha coraggio di pregare per gli altri: che grande esempio!
Provo ammirazione per Lei e ricevo da questi piccoli un’altra forte lezione di vita che non posso trascurare di ricevere nel cuore e nella mente: Santina chi avrebbe pensato che alla tua morte il tuo esempio avrebbe continuato ad aiutarmi e che la tua grande sofferenza facesse scaturire tutti questi aiuti alla mia vita spirituale? Scrivo ogni riga di questa meravigliosa avventura spirituale per non dimenticare e per ringraziare Dio di darmi queste opportunità.
I dieci giorni in Perù hanno un programma molto fitto e quindi purtroppo non abbiamo il tempo di stare e già ritornare per la seconda volta è stata una concessione sul programma che abbiamo fatto volentieri perché abbiamo visto come le ragazze aspettavano questo.
Dopo la festa e la squisita torta viene il momento dei saluti. E’ per me un momento denso di grande forza spirituale. Imitando un po’ il costume latinoamericano, mi inginocchio e chiedo a tutte le ragazze e bambine di darmi la loro benedizione facendo il segno della croce sulla mia fronte. Questo gesto me lo faceva sempre Santina: quando partivo da Bergamo per Roma; Mamma mi faceva un segno di croce sulla fronte, sulle labbra e sul cuore. Chiedo a tutte le ragazze di farmi un segno di croce sulla fronte. Le bambine risultano un po’ impacciate. Io mi inginocchio e loro, una per una, passano davanti a me: fanno il segno di croce sulla mia fronte e poi formulano un augurio, regalandomi un bacio. Sono per me momenti forti che custodisco gelosamente nel mio cuore e che riporto a Roma. Mi sento bene in mezzo a loro, mi sento voluto bene e la loro semplice preghiera di benedizione mi sembra che piaccia tanto anche a Dio, che di sicuro gradisce le preghiere dei più piccoli. Ancora una volta la commozione mi sale dal cuore agli occhi e le lacrime di gioia scendono dia miei occhi. All’inizio di questo reportage dicevo che il mio ultimo libro Dio asciugherà ogni lacrima doveva divenire realtà nell’asciugare almeno una lacrima di coloro che soffrono nel mondo; ma posso dire anche il contrario questa avventura con Santina mi deve aiutare anche a versare lacrime per il dolore degli altri o di felicità nello scoprire in ogni angolo del mondo che esiste gente buona che mi incoraggia ad essere solo ed esclusivamente sacerdote, lontano dalla carriera e vicino al cuore della povera gente: grazie ragazze di Puno, per avermi insegnato con il vostro esempio tutto questo… non vi dimenticherò e pregherò per voi anche da lontano e voi non dimenticatevi di pregare per me.

IV. INAUGURAZIONE CHIESA PARROCCHIALE S.MICHELE ARCANGELO DI CONIMA (DISTRETTO DI PUNO)
In 29 anni di sacerdozio, sono tre i giorni più belli di anniversario. Chiaramente la data della mia ordinazione sacerdotale il 21 giugno 1986, giorno onomastico di San Luigi Gonzaga: a Bergamo Santina aveva preparato una festa meravigliosa, banda, corteo per le strade di città alta, coro e tante tante persone invitate alla festa. Una giornata memorabile per la mia vita spirituale, oggi ancora ho molto chiara quella data ed ogni secondo di festa. Penso sia stato anche il giorno più bello nella vita di mia madre, era tanto orgogliosa di me e mi guardava con tanta ammirazione. Una festa meravigliosa che riempiva il cuore e la mente… ricordi incancellabili che mi hanno aiutato nei momenti difficili e nei momenti tristi durante i quali sempre ho pensato a quella giornata.
La seconda data di anniversario particolarmente bella e piena di emozioni è stata la data del mio venticinquesimo di Messa. La festa non era così solenne, ma il luogo e le persone avevano un forte significato. Il 21 giugno 2011 eravamo a Gerusalemme con mamma inferma. Ho celebrato quel bellissimo anniversario nella Basilica del Santo Sepolcro: Mamma ha ricevuto l’Unzione dei Malati, la buona Olinda ha ricevuto il sacramento della Confermazione e dopo la Comunione io ho rinnovato nelle mani del Vescovo Ausiliare di Gerusalemme i voti offerti al Signore 25 anni prima. Ricordo ancora bene l’emozione della festa con sole 20 persone sul terrazzo di casa a Gerusalemme, nella Città Santa dove oggi Santina riposa in pace. Di quella data conservo ancora gelosamente il libretto sul quale ho scritto una preghiera che spesso ripeto e con la quale consacro al Signore il mio cuore. Ricordo i confetti della Cresima di Olinda distribuiti in bei sacchettini sul terrazzo di casa, ricordo infine il magico tramonto su Gerusalemme con l’arcobaleno cadente sulla Basilica del Santo Sepolcro. Una delle fotografie più belle con mamma è proprio quella di quel meraviglioso ed incantevole tramonto…
La terza data dei 29 anni del mio essere sacerdote è proprio il 21 giugno 2015. Penso la ricorderò per tutta la mia vita, come le altre due e con la stessa emozione. Non so cosa sia successo, ma io vedo in questo la presenza forte e sicura della mia Santina che dal cielo ha messo insieme una festa dai colori indimenticabili, dalle musiche andine di grande fascino, dalle cascate di fiori incredibili. Mai nella mia vita era accaduto una cosa del genere. Il mese prima mi trovavo in Vietnam ed una cosa simile avevo visto accadere a Mons. Leopoldo Girelli, Nunzio Apostolico. La mia vita di ufficio è molto lontana per sua costituzione da queste feste. Io penso che sia accaduto un miracolo voluto e preparato da mia madre per dare forza coraggio e determinazione al mio sacerdozio ormai stagionato e per confermare altresì i propositi delle nostre Associazione e Fondazione.
L’occasione è stata data dalla conclusione dei lavori di rifacimento del pavimento della chiesa parrocchiale san Michele Arcangelo di Conima. L’Associazione Amici di Santina Zucchinelli ONLUS aveva accolto la proposta del parroco che con zelo si era messo a gennaio all’opera per rifare i pavimenti bisognosi, ridipingere le mura della chiesa e riposizionare un nuovo altare. Negli scorsi mesi in videoconferenza da Roma con il Perù don Walter aveva rassicurato il direttivo che i lavori erano conclusi e che si attendeva a giorni la targa commemorativa dedicata alla nostra Associazione. Il parroco in quella videoconferenza con skype mi chiede: “Monsignore, quando viene ad inaugurare la nuova chiesa?” …rifletto alcuni istanti e rispondo: “Mi piacerebbe inaugurare la chiesa il 21 giugno 2015, cosa ne dici?” Più che il giorno della settimana pensavo all’anniversario. Padre Walter guarda il calendario e dice: “Benissimo è una domenica, si può fare!” Santina… è una prima coincidenza o sei stata tu a far cadere questo anniversario proprio in giorno di domenica? Piccole emozioni che passano nel cuore e che fanno bene. Mi metto a cercare biglietti aerei e trovo comode le date 14-25 giugno 2015.
Dietro alla buona riuscita della meravigliosa festa ci sono due persone che hanno fatto tanto e che voglio con il cuore ringraziare: una è – come abbiamo accennato – il Parroco don Walter Uscamayta e l’altra è la nostra cara Olinda che nel nascondimento ha sollecitato, organizzato e coordinato la festa con due bande di Conima che hanno eseguito antiche musiche andine dal grande fascino, le scolaresche che hanno predisposto le porte piene di fiori… Il sindaco da parte sua ha mosso tutta la municipalità ed ha preparato un pranzo squisito a base di trota del Lago Titicaca. Insomma una festa che in tutta la sua magia mi faceva ritornare a 30 anni fa. Suoni, colori, gente, un sole meraviglioso e tanti, ma tanti fiori… una festa per il cuore!
Conima si trova ad un’altezza di 3815 metri e sorge sulle rive del Lago Titicaca, che dalla piazza principale si può vedere, è il lago più alto mondo e ritenuto sacro dagli Incas; gli abitanti del paesino non sono molti: più o meno sono 900 persone. Un piccolo centro agricolo nel quale la vita dei campi si alterna con quella dei pescatori di trote. Il clima a quest’altezza è molto secco ed i raggi solari sono formidabili nella loro forza. Domenica 21 giugno 2015 il sole splende forte su Juliaca e Conima e il cielo è di un blu intenso: come è bello il cielo dell’Altipiano andino sia di giorno che di notte, quando la mancanza di elettricità permette nel profondo buio di gustare il forte chiarore delle stelle, sono momenti magici che chiudi nel cuore e riporti in Italia per farli uscire piano piano, in ufficio, a casa, negli incontri e servono a colorire le pallide giornate fatte di monotonia.
Olinda mi ha raccomandato di portare assolutamente dall’Italia la veste talare filettata con la fascia paonazza. Con un po’ di reticenza la accontento e nei miei bagagli un posto speciale è riservato a tale vestito per le cerimonie importanti.
Verso le 9,30 bussano alla porta della casa di Olinda ed Hernan che si trova nel barrio di Villa S. Roman a Juliaca: è Padre Walter che con il suo bel fuoristrada è venuto a prenderci. Olinda mi offre una caldo caffè italiano; Josmell ed Hernan indossano il vestito scuro con cravatta, la Signora ha un bel vestito nero in giacca e pantaloni. Saliamo in macchina ed andiamo a prendere Padre Joselo, il Direttore del Collegio S. Roman a Juliaca, un caro amico che ho volentieri invitato alla festa. Sono circa due ore la strada tra Juliaca e Conima, la strada scorre veloce con la spericolata guida di Padre Walter. Il suo cellulare e quello di Olinda continuano a suonare: la gente del Paese attende e si sono radunati ben sei sindaci della Provincia di Moho, con il Governatore. Inizio a capire che mi sta aspettando una grande festa… dalle conversazioni telefoniche capisco che la gente mi sta attendendo all’ingresso del Paese. L’emozione cresce con l’avvicinarsi alla bella Conima.
Ci siamo, ecco il primo arco di fiori preparato dai campesinos. Siamo a tre chilometri dal villaggio. La macchina rallenta e un bellissimo nuovo arco fiorito con un grande cartello di benvenuto mi attende. Scendo dalla macchina e mi trovo immerso in un capogiro di festa che fa battere forte il cuore. Cinque sacerdoti, sei sindaci, il Governatore della Provincia mi abbracciano ed i campesinos iniziano a far piovere su di me una cascata di fiori incredibile. Sento forte la presenza di Santina, quasi un angelo protettore vicino a me. La gente è emozionata dalla mia talare filettata con la fascia viola… lentamente iniziamo il cammino verso la chiesa e qui succede un’altra meraviglia, dalle vie del piccolo paese, dalle piccole contrade, dalle porticine delle case andine escono donne, bambini, campesinos nei loro tradizionali vestiti e mi pongono al collo corone di fiori rossi… il mio collo sente crescere il peso e all’ingresso della chiesa saranno ben 7 le meravigliose corone di fiori che avrò al collo. Capisco che questa festa non è per me, ma per il sacerdozio che rappresento per questa povera gente, per il fatto che vengo dal Vaticano: un monsignore venuto da Roma! Sono molto riconoscenti e continuano a dire gracias monsenor! La piazzetta al centro del paese e piena di gente, in lontananza si vede il lago Titicaca, che infonde una grande pace. La semplicità e la povertà della gente, la tranquillità del grande lago sacro mi danno tanta, ma tanta gioia: sono commosso. Vicino a me non mi sono accorto che anche al collo dei sacerdoti, dei sindaci e di Olinda la gente ha messo corone di fiori. I fiori continuano a cadere come coriandoli… da Juli sono venute anche le suore di Madre Teresa di Calcutta per la festa. I bambini felici mi corrono incontro, le mamme presentano i più piccoli in braccio per la benedizione. Piano piano giungiamo ai locali della canonica dove ci dirigiamo per vestire i sacri paramenti. Padre Walter è felice di come si stia svolgendo la cerimonia preparata meticolosamente. Infondo l’incenso nel turibolo ed inizia la processione, la gente tira petali di fiori con sorrisi, applausi ed occhi lucidi; guardo in alto e le lacrime mi scendono dagli occhi. Sopra la porta di ingresso alla chiesa restaurata vi è un grande cartello con la scritta: Bienvenido Monsenor tu pueblo te quiere! Che in italiano significa: Benvenuto Monsignore il tuo popolo ti ama. Il bel cartello realizzato con lettere cubitali si trova sopra un arco di fiori che i contadini hanno abilmente intrecciato. Dall’interno della chiesa giungono le note del canto iniziale: gli strumenti sono quelli tradizionali dell’antica musica andina degli incas che creano un’atmosfera unica e irripetibile! Un gruppo di diverse donne sta suonando i flauti di pan, qui chiamati Antaras,. Mi colpisce come siano capaci di suonare in grande sintonia generando una cascata magica di suoni sui quali il coro esegue il canto iniziale.
La chiesa di San Michele Arcangelo è completamente rinnovata: il pavimento in maiolica è molto piacevole, le pareti ridipinte danno un senso di pulizia e di semplicità. La gente è contenta di mostrarmi la sua chiesa, anzi la nostra chiesa ristrutturata, anche io sono pieno di felicità. Il clima è freddo in questo inverno peruviano, siamo infatti nell’altro emisfero ed il 21 giugno è il solstizio di inverno, ma i raggi del sole a quota metri 3815, scaldano la chiesa e la rendono confortevole, nei giorni seguenti salirò un passo situato a 4350 metri, per poi scendere poi nella foresta e nella giungla della regione Mater Dei.
All’inizio della celebrazione eucaristica prende la parola il sindaco di Moho che è la capitale della provincia in cui è situata la bella Conima e che si trova a 16 chilometri di distanza. A nome di tutta la provincia mi saluta festante e mi da un certificato con la cittadinanza onoraria, un piatto in argento porta i motivi di tale decisione delle provincia.
La solenne Messa si svolge in una grande gioia: canti, preghiere: che grande dono di Dio! Ringrazio Gesù nel mio cuore per la bella esperienza spirituale e per il grande conforto di aver restaurato questa chiesa con l’aiuto della nostra Associazione Amici di Santina Zucchinelli ONLUS. E’ incredibile Santina continua a guidare con coraggio e forza il mio sacerdozio e mi prepara sorprese così belle e grandi lontano dall’Italia, in una parte del mondo così diversa, ma con persone così buone e semplici. Mentre distribuisco la Santa Comunione penso a Santina, mi viene in mente che era nei primi banchi quando celebravo la messa; ora i primi banchi sono predisposti per le autorità: sindaco, governatori, professori e tra di loro vedo elegantemente vestita Olinda e inghiottendo amaro dico: “Dove sei mia adorata Santina? Ora non ci sei più… sento tanto, anche se nascondo bene, la tua mancanza! Alzo gli occhi per distribuire la Santa Comunione è l’ultima persona. Guardo bene e mi commuovo: è un vecchio che fa fatica a camminare con la pelle tutta rugosa, è malato, fragile, sporco e vestito male con due scarpe da tennis rotte, una giacca rammentata, puzza. Nel cuore mi viene di ricordare Santina e… quell’incredibile uomo che si chiama Papa Francesco. … I poveri sono la carne di Gesù! E’ un nuovo scherzo di Santina? Eccola qui Santina, anzi ecco qui qualcuno che è meglio di Santina e di Papa Francesco, questo povero è la carne di Gesù! L’emozione e l’intuizione prende la meglio sul ragionamento pacato e logico, nel cuore vi è un esplosione di sentimenti: io lo devo dire che questo uomo è la carne di Gesù! Consegno la pisside al sacerdote che mi assiste, vado a prendere il vecchietto povero, malato e puzzolente e lo pongo in mezzo alla chiesa. Si fa immediatamente silenzio. La gente si meraviglia: cosa succede al Monsignore di Roma? Inizio lentamente a parlare: “Ascoltatemi bene! Oggi avete ricevuto Gesù Eucaristia, ma Lui è presente tra di noi anche in un altro modo concreto e tangibile. Questo povero che fatica a sentire ed a parlare: Lui è la carne di Gesù! Capite questo? Lui mi rivela Gesù. Ogni povero, ogni malato, ogni disprezzato e scartato, ci dice il bravo Papa Francesco, è la presenza di Dio tra di noi: è la autentica carne di Gesù, questa carne la posso toccare, la posso palpare: tocco i suoi capelli, i suoi bellissimi e stanchi occhi, i suoi capelli corti, la sua barba ispida: Lui è Gesù, ed il Papa ce lo insegna. Il Papa è il Vicario di Cristo, ma Lui è la carne di Gesù e lo dobbiamo venerare, dobbiamo amare. Guardo negli occhi la folla in chiesa completamente ammutolita e nel profondo silenzio mi inginocchio con molta devozione e lentamente pongo le mie labbra sulle sporche e rotte scarpe da ginnastica e dò un sonoro bacio al piede di sinistra ed al piede di destra dell’anziano. Poi guardo negli occhi il vecchio. I suoi occhi sono bellissimi, sono bagnati di lacrime e risplendono nella luce della giornata di sole. Lo abbraccio teneramente, sento i singhiozzi timidi del suo pianto, gli carezzo le ispide guance, di nuovo lo abbraccio con tutta la tenerezza possibile e consegno a lui – sulla sua testa – un ultimo bacio prima di farlo accomodare tra le autorità, che senza indugio fanno posto alla nostra carne di Gesù.
A dire il vero questo è stato il momento più bello di tutta la giornata, anche se altri momenti mi hanno fatto piangere lacrime di gioia ed hanno provocato in me grande commozione, come il momento in cui Padre Walter ed Olinda hanno scoperto la targa dedicata alla Associazione ed io ho dato un bacio al bianco marmo che trova posto nella parte sinistra all’entrata della chiesa si san Michele Arcangelo… Oppure altro momento di grande onore è stato il presiedere l’alzabandiera nella piazza di Conima, per giungere allo scambio dei doni tra i quali la bellissima Madonna di Loreto, regalo del Cardinale Comastri alla chiesa di Conima o le duecento medagliette distribuite a tutte le autorità ed organizzatori della stupenda festa. Molto avrei ancora da raccontare di quella giornata che si è iscritta nel mio cuore, come il pranzo offerto dal Sindaco nei locali del nuovo Municipio che ho avuto l’onore di benedire dopo il pranzo, i doni ricevuti…
Ma di quel giorno meraviglioso, nella preghiera della sera, a conclusione della giornata, ricordo gli occhi stanchi e pieni di luce di quel vecchio, malato e povero, i petali di fiori, le note magiche delle musiche peruviane … e il cartello scritto entratomi nel mio cuore Benvenuto Monsignore il tuo popolo ti ama.
Fa bene anche a noi sacerdoti sentirci amati, e sentirci amati da gente e semplice e buona che con il suo esempio rafforza in me la convinzione che essere Sacerdote è la vocazione più bella e sublime che un uomo possa vivere. E questa consapevolezza me l’ha insegnata la dolce Santina, che dal cielo continua a seguirmi e io continuo a dire che essere prete è la cosa più bella che possa accadere ad un uomo, ed il pianto timido di quell’anziano me lo conferma, e se Lui me lo conferma, posso stare tranquillo perché Lui è la carne di Gesù. L’ho imparato da Papa Francesco.

V. LA VITA NEL BARRIO DI VILLA SAN ROMAN A JULIACA
Quando giungo a Juliaca nel Barrio di Villa San Roman, mi sembra di essere in una seconda casa, un po’ come quando torno in Città Alta a Bergamo. Olinda ha vissuto con me e Santina per 6 anni ed è diventata una persona di famiglia, ma con Lei anche il suo sposo Hernan ed i suoi tre figli Josmell, Cynthia e Jofran. Olinda è per me come una seconda sorella e nella sua casa mi trovo a mio completo agio. La signora peruviana ha lavorato duro per ben 10 anni lontana da casa per costruire una graziosa abitazione a tre piani. Poi con molta determinazione, che viene forse dal carattere degli abitanti dell’altopiano delle Ande, ha deciso di ritornare a Juliaca. Il ritornare a vivere a Villa San Roman non è stato semplice, dopo dieci anni di vita in Italia e in viaggio per il mondo. Ma Olinda ha letto nel profondo del suo cuore ed ha deciso di dare spazio proprio al suo cuore e di tornare per essere vicina ai suoi cari ed in special modo a Jofran che vive il periodo dell’adolescenza e che aveva lasciato quando aveva solo 5 anni, poverino
Le difficoltà ci sono ma Olinda e la sua famiglia le affronta tutte, una per una, con molto coraggio e determinazione e ne riesce vincitrice. I soldi nella vita non sono tutto. Si può costruire una vita piena di soldi, ma vuota di persone. Invecchiare lontani da casa in Italia significa andare incontro a depressione e fallimenti. La vita in emigrazione è ingrata e la propria famiglia lontana si disfa e gli affetti più cari si appannano e poi tramontano. Non è il caso di Olinda che ho trovato rinata piena di gioia e di salute nel seguire la propria casa e gli affetti più sacri dei figli, del marito, dei numerosi fratelli e sorelle…
Dalla mia finestra scorgo una steppa dagli ampi orizzonti, piccoli greggi di 8-10 pecore brucano gli arbusti. L’altezza è quella dei 3850 metri e siamo d’inverno. Non ci sono riscaldamenti e la notte mi devo coprire con pesanti e bellissime coperte di alpaca che proteggono dal freddo pungente. Dormo con le tende aperte e i miei occhi incontrano l’immensità del cielo nero. Spenta la luce, dal mio cuscino osservo il cielo: un ricamo di meravigliose stelle, il rumore è solo quello del vento che ti culla e ti invita al riposo. L’atmosfera rarefatta a quell’altezza i primi giorni ti infonde una incredibile spossatezza, bevo un mate di coca caldo e mi addormento con un sonno profondo e ristoratore. La mattina invece è un trionfo di luce, dalla parte della mia camera sorge il sole e i suoi raggi infuocati riscaldano la casa tramortita dal freddo notturno e il quartiere comincia a rivivere. Le donne e gli uomini a turno raggiungono le latrine comuni e io ringrazio Dio che nella casa di Hernan ed Olinda non solo vi è il bagno, ma anche la doccia, la cui acqua, scaldata dal pannello solare diviene calda attorno alle 10. Lentamente nei tubi l’acqua ghiacciata si disgela e ricomincia a scendere. L’acqua non è potabile, raggiungo Hernan in cucina, Olinda e Josmell sono nel cortiletto: lei sta lavando la mia camicia bianca e Josmell sta pulendo per terra. La donna rientra e pone sul tavolo un bricco di alluminio a pressione nel quale è stata fatta bollire l’acqua e che mi versa nella tazza, la donna ha preparato un mate di coca e della buona frutta mi attende. In Perù vi è una quantità e qualità di frutta squisita: granadiglia, mango, banane, mandarini…e poi in casa di Olinda vi è una grande varietà di tisane: all’anice, alla coca, al rosmarino, la cia, alloro, menta, malva… ognuna di esse ha una particolare proprietà terapeutica: rilassante, digerente, tonificante… e poi sono al sicuro perché si mangia all’italiana e i piatti che a me più piacciono: risotto con i funghi, pastasciutta, scaloppine al limone. Solo che non vi è tempo per questi pranzi perché ogni giorno il programma è denso di impegni e appuntamenti. Siamo appena arrivati da Cusco e questa sera vi sarà la messa nel barrio. Papa Francesco mi ha dato una piccola Madonnina di Lujan da porre nella cappella del quartiere.
Il sole è forte, metto il cappello ed esco con Hernan per visitare il Barrio. Chiuso il bel portoncino rosso della casa di Olinda la vita è completamente diversa. Si respira povertà ed anche miseria. Ma la gente… mostra subito un cuore grande: la Tienda della Aida è all’angolo di casa, poi vi è il negozio di Paula, vicino alla cappellina Anna Maria vende un pasto caldo. La gente si conosce e si saluta per le strade sconnesse. Non vi è elettricità, non vi è asfalto ed anche la sicurezza non è al massimo. Ogni casa ha un cane che, al passaggio di qualche pedone o di qualche combi (pullmini per trasporto urbano) inizia ad abbaiare. Poi vi sono i cani selvatici che si muovo in branchi sporchi e maleodoranti. Donne anziane camminano a piedi nudi e i bambini giocano felici al forte sole, protetti da un cappellino. Vedendo la miseria di questo quartiere senti forte un fascino, quello di condividere difficoltà e gioia.
La sera celebro la messa; una delle più belle messe del mio soggiorno sull’altipiano andino. Vi sarà forse un centinaio di persone, ma che fede e che devozione! Prometto loro di visitare le famiglie e così dopo la Messa si compone una piccola processione: i bambini più piccoli mi danno la mano, uno me lo prendo sulle spalle, casa per casa la gente si dà il turno a portare la Madonnina arrivata da Roma! Ecco la casa di Sara Beltran Delgado che ha 84 anni ed è inferma: vive in una piccola stanza, senza servizi igienici; passiamo poi alla casa di Domingo Mamani Huanca: un anziano che porta un puzzolente catetere e che è visibilmente febbricitante… no so quanto tempo rimane a lui da vivere; vi è poi la bella famiglia di Rolando Davado Alvarez. E così di seguito, piano, piano le vie del quartiere povero ricevono la benedizione di Dio. La gente chiede di benedire le baracche e le case con acqua, letteralmente una cascata, una doccia di acqua: i bambini ridono, gli anziani abbassano il capo umilmente per essere benedetti e il mio cuore si riempie di tanta, tanta gioia: questo è essere sacerdote, questo è quello che Papa Francesco vuole! Se abitassi tra questa povera gente quanto bene potrei fare. Occhi lucidi di commozione, storie di povertà violenza, droga, alcool e prostituzione… tutto si mischia nella povertà, una povertà che comunque lascia trasparire un forte senso di ospitalità, di accoglienza e di generosità. Ho ricevuto più io quella sera, di quel poco che ho dato. Erano quasi le 22,30 quando dalle spalle toglievo il piccolino, che scoppiava a piangere perché voleva continuare la sua bella passeggiata… mi congedavo da lui e da  tutti i bambini con un bacio sonoro ed una stretta di mano ed abbraccio per tutte le persone che avevano con me pregato per le strade di Villa San Roman. Aperta la porta di casa mi attendeva sorridente Padre Walter di Conima, era venuto per preparare la cerimonia di inaugurazione. Una breve sciacquata alla faccia ed alle mani impolverate e mi rimetto al lavoro con Hernan, Olinda e Padre Walter e il suo viceparroco per disporre bene la cerimonia della domenica seguente.
Nel cuore le immagini bellissime di quei poveri, di quei malati ed anziani con i loro grandi occhi pieni di bontà, ed ora, mentre scrivo tanta, tanta nostalgia di quella gente, di quella cameretta ordinata e pulita nella casa di Olinda e di quel cielo immenso dove le stelle e la luna sono le autentiche regine della notte… il vento soffia, Juliaca è chiamata la città del vento per la sua particolare collocazione, il gelo è tornato a raffreddare le case, l’ultimo sorso di un caldo mate di coca, appoggio la testa sul cuscino e, mentre recito le preghiere della notte, mi ricordo dei poveri che non hanno bagno, che non hanno pesanti coperte come le mie, che non sono riscaldati da un caldo mate e che non hanno nessuno e vivono nello sporco e nella solitudine: prego per loro, una lacrima bagna il guanciale, ma nel cuore una grande pace, quella di aver pregato, di aver confortato e condiviso con loro una giornata intesa e piena di incontri.
Ringrazio Dio e Santina di avermi aperto il cuore qui a Juliaca verso i poveri e gli esclusi: prometto a me stesso di non dimenticarmi di loro e di assumere uno stile di vita più sobrio ed austero. Oggi i malati, gli anziani ed i poveri sono stati i miei maestri. Guardo le stelle nel cielo buio dell’altipiano andino e ringrazio anche per Hernan, Olinda, Josmell e Jofran che mi hanno accolto in casa come uno di famiglia.

VI. DUE SACERDOTI EROICI NELLA FORESTA DI MAZUKO: L’INCANTO DELLA GIUNGLA E L’INFERNO DELLE MINIERE, DELLA DROGA E DELLA TRATTA DI ESSERI UMANI
Siamo partiti da Villa San Roman (Juliaca ) alle ore 16,30 di lunedì 22 giugno 2015. Nel bel fuoristrada di padre Walter viaggiamo in tre: il parroco, io ed Olinda. Per alcuni aspetti mi pare di ritornare ai tempi d’oro in cui viaggiavamo nella Toyota Rav 4 con la dolce Santina. In quegli anni felici, seppur nel dolore fisico di mia madre, mai avrei pensato di viaggiare nuovamente con Olinda, ma queste volta nell’incantevole natura del Perù. Questa escursione nel Distretto di Madre de Dios avrà due caratteristiche che tra loro si contrappongo: da una parte la gioia offerta da una natura lussureggiante piena di animali come scimmie, colorati arara, farfalle… e dall’altra la forte miseria nella quale prospera una grave criminalità organizzata attorno alle miniere di oro, alla produzione della cocaina ed allo sfruttamento dei minori. In questa situazione terribile vivono due sacerdoti che abbiamo voluto incontrare in questo decimo viaggio di solidarietà. Questo paragrafo lo divideremo in due parti. Nella prima parte parleremo della connotazione che più mi sta a cuore ed è questa miseria profonda che genera delinquenza, nella seconda parte faremo una breve descrizione della meravigliosa natura della foresta di Mazuko.
Il viaggio non è breve da Juliaca, che si trova nel Dipartimento di Puno sull’altipiano delle Ande dobbiamo scendere nella selva del Dipartimento Madre de Dios. Per far questo il nostro fuoristrada deve percorrere panorami incantati dell’Altipiano con alcune montagne, dove secondo la tradizione inca vivono gli apus, gli dei, che si profilano all’orizzonte definendo paesaggi difficilmente visibili in Europa, la strada è asfaltata e molto curata, piano, piano il fuoristrada sale fino ad Azangaro, San Anton Macusani a 4350 metri, ci rendiamo conto dell’altezza perché il motore del fuoristrada respira male: a questa altezza l’ossigeno è davvero scarso, anche io lo avverto venendo da Roma, che sorge sul livello del mare.
Attraversato il passo la strada scende gradatamente e piano, piano la natura cambia e si trasforma radicalmente, mentre la strada costeggia due lussureggianti riserve naturali: alla nostra sinistra Amarakaeri ed alla sinistra della strada interoceanica la riserva di Tambopata, incontriamo i centri di Ollachea e San Gaban; dopo il ponte sul fiume Inambari si giunge a Mazuko: sembra di essere giunti in un altro mondo. Il verde diventa più intenso gli alberi si fanno sempre più fitti fino a divenire un grande nodo di foglie tra di loro aggrovigliate: sono verdi e grandi magnolie, sono alberi di diverse qualità che si infittiscono tra di loro fino a divenire un autentico polmone verde dove abitano animali bellissimi: la pantera, il giaguaro, la scimmia, i pappagalli, le farfalle, formiche giganti. Neppure in Africa avevo visto una natura così splendida… Il tempo passa e le ore trascorrono serene. Lentamente la fatica ha il sopravvento su Padre Walter che sta tornando alla propria casa, dove vive la sorella… Facciamo alcune necessarie soste e poi verso le 22,30 il nostro fuoristrada si ferma alla parrocchia di Mazuko, dove vivono due splendidi sacerdoti che in una estrema povertà mettono in pratica quanto Papa Francesco ci suggerisce e cercano di incontrare gli ultimi e gli esclusi di questa foresta e giungla peruviana. Non riuscirei a vivere come loro neppure una settimana. La loro casa è povera e modesta, direi anche trascurata. Padre Michelangelo è il parroco e poi vi è un sacerdote giovane appena ordinato, nel mese di marzo, e si chiama Padre Allain. La parrocchia dipende dal Vicariato Apostolico di Puerto Maldonado. Anche il Vescovo della zona vive in grande povertà. I due sacerdoti nel nostro colloquio notturno ci diranno che ricevono solo cento euro al mese a testa per il cibo, hanno una vecchia jeep dell’anno 1970: vuol dire una macchina che ha 46 anni! La comunicazione è difficile in mezzo alla foresta. Il loro esempio mi incuriosisce e provo un senso di venerazione per questi eroici sacerdoti. Ci offrono del mate di coca e un pezzo di pane, tutto quello che la canonica possiede… siamo tutti molto stanchi e mi mostrano la mia stanza. Il clima è denso di umidità, non può essere che così nella selva. La stanza risente di questa umidità: le pareti sono scrostate, il pavimento è umidissimo, il mio giaciglio non è in ottime condizioni e quelle che dovrebbero essere lenzuola, non sono certo fresche di bucato. Decido di dormire vestito: è tardi e la mattina presto dovremo uscire per visitare la foresta, navigare il grande fiume Inambari, che da il nome anche alla regione e andare a pranzo nella giungla dalla sorella di Padre Walter, per poi ritornare a Juliaca per la sera; mi attende infatti il volo di rientro a Roma, via Lima.
La mattina alle ore 5 Padre Walter ci viene a prendere e ci porta a Mazuko a far colazione alle Tienda della sorella. La colazione sembra squisita: si tratta di una fondina piena di brodo di gallina, con spaghetti e sopra una grande coscia di pollo bollito… Il livello di igiene di questo Paese non è quello italiano e Olinda mi fa segno di stare attento, ma non posso neppure rifiutare. Inizio così ad assaggiare gli spaghetti e fino a questo punto nessun problema. Inizio a prendere un cucchiaio di brodo, e qui le cose cambiano. Quel brodo è così denso di olio da non capire se è brodo od olio, scivola in bocca… in più vi è una quantità enorme di aglio e l’acqua in cui è stato cucinato non so se sia davvero pulitissima, seppur bollita. A fatica trangugio la cucchiaiata, cambio alimento e mi dirigo sul pollo. Ma cado “dalla padella alla brace”, non riesco neppure a ingoiare quella carne intrisa di aglio e olio. Nella coscia di pollo rimane il segno del mio morso… e con un sorriso allontano il piatto prendendo un mandarino che mi sembra invece sicuro al cento per cento: lo sbuccio lentamente, ma mentre lo sbuccio Padre Michelangelo mi dice: “Monsignore possiamo mangiare noi il suo piatto?” Mentre mi dice questa cosa, guarda compiaciuto Padre Alain che potrà mangiare un secondo piatto. Quella domanda mi incenerisce dentro… non riesco a parlare e con un segno della testa acconsento. I due sacerdoti felici si dividono la coscia di pollo a morsi, contenti di poter mangiare bene per una giornata. Sacerdoti affamati in Italia non esistono. Gli occhi mi si riempiono di lacrime, provo grande e salutare vergogna e nella mia mente mi ricordo il bimbo di nome Albert che in Africa raccoglieva le bricioline di pane e se le metteva in bocca, al posto di scuoterle per terra come facciamo noi che viviamo nell’abbondanza. Due sacerdoti poveri ed affamati sono il quadro più bello che riporto in Italia dalla regione di Madre de Dios in Perù. Non li potrò facilmente dimenticare: questi insegnamenti sono meglio di cento giorni di mese ignaziano. Sono sacerdoti poveri, affamati, trascurati, con problemi ai denti, sono sacerdoti non molto colti, che non sanno nulla della Curia Romana… questi poveri sacerdoti consumano nell’autenticità di una sequela di Cristo la loro misera vita dando conforto ai disperati di questa regione.
Questi sacerdoti si dedicano completamente alla loro gente, vanno a cercare i più disperati che vivono sequestrati dai padroni delle miniere o coloro che raffinano la droga nel cuore della foresta… oppure le povere ragazze vittime del commercio di persone ai fini di prostituzione. Sono due uomini credibili, sono due uomini che hanno costruito con il cemento della miseria in cui vivono una forte autenticità, una autenticità che si impasta con la preghiera semplice e la celebrazione dei sacramenti.

I. L’INFERNO: LE MINIERE DI ORO CLANDESTINE, LA PRODUZIONE DI COCAINA ED IL TRAFFICO DI MINORI PER PROSTITUZIONE
Nasce nel mio cuore forte il desiderio di tornare a incontrarli. Durante la meravigliosa giornata a contatto con la natura trovo in barca sul fiume Inambari il tempo per raccogliere da Padre Michelangelo e da Padre Alain le confidenze della loro vita pastorale. Chi sono le persone che loro incontrano e che vivono nella regione.
Padre Michelangelo inizia a parlare, nella barca tra le onde del fiume: “Vedi don gigi sulle rive di questo grande fiume quegli uomini e donne che setacciano l’acqua… stanno cercando le pepite di oro.” Guardo con attenzione e sulla riva effettivamente vi è un gruppo di persone che lavora con grande forza… Padre Alain continua il discorso di Padre Michelangelo: “ Don gigi, in questa zona dei fiumi Iñabari (che fu chiamato dagli spagnoli Rio Magno), lo Huepetue e il Pukiri, furono scoperte, a partire dal 1970, delle discrete quantità d’oro, mischiate alla sabbia delle rive fluviali, infatti vedi quei poveracci che setacciano proprio la riva… In poco tempo i villaggi si riempirono di coloni in cerca di fortuna. Avamposti come Colorado, Mazuko e Laberinto fino ad allora abitati da qualche decina di persone s’ingrossarono all’inverosimile, non solo di disperati cercatori d’oro ma anche di commercianti avidi e senza scrupoli. Siccome l’oro si trova primariamente in sedimenti d’argilla o sabbia a volte situati a tre metri di profondità, è necessario scavare per poi filtrare il materiale in reti finissime che non lasciano passare la polvere d’oro. Viene quindi aggiunto del mercurio liquido che serve da collante per aggregare le varie particelle d’oro. L’ultimo procedimento è la fusione: il mercurio si scioglie e finalmente è possibile vedere piccole pepite d’oro. Il mercurio, che finisce nei fiumi, è un potente veleno che uccide i pesci e sterilizza le acque e l’humus delle rive fluviali. L’estrazione dell’oro con processi artigianali è pertanto pericolosa per l’ambiente naturale in quanto con l’eliminazione dell’humus è sempre più difficile la crescita di nuovi alberi. Nell’intera conca del Madre de Dios si estraggono circa 8 tonnellate d’oro all’anno: un’enorme ricchezza di cui però non si beneficia la popolazione. La maggioranza dei lavoratori proviene da zone poverissime del Perú, aree rurali dei dipartimenti di Puno o Arequipa. Alcuni di loro pensano di rifarsi una vita lavorando come cercatori d’oro nella selva e di diventare ricchi in poco tempo. La realtà è ben diversa. Vengono assoldati da “caporali” che li pagano salari bassissimi per 12-14 ore di duro lavoro al giorno. L’oro viene venduto nei villaggi a circa 75-80 soles al grammo e quindi rivenduto a traders di Cuzco o Juliaca.” Interrompo Padre Alain e chiedo: “Voi incontrate questa gente disperata?” La nostra piccola barca sta navigando il bellissimo fiume e le onde che si infrangono contro la nostra imbarcazione chiedono ai due sacerdoti di alzare la voce. Continua Padre Michelangelo: “ Vedi don gigi il problema delle miniere e dei disperati che vi lavorano e di coloro che li sfruttano è solo la terza parte della popolazione che vive nella completa miseria qui. Devi sapere che vi è la grande industria della raffineria della cocaina in alcuni ambienti della foresta impenetrabili e ben nascosti, conoscere quei luoghi significa ancare in contro a morte certa. Ma non ti voglio parlare di questa seconda categoria legata al narcotraffico di cocaina. In questa regione vi è una piaga sommersa quanto angosciante che è la tratta di minori per la prostituzione. Ascolta bene quello che ti dico: In questa meravigliosa foresta dai contrasti formidabili tra bellezza della natura e crudeltà della vita in miseria e disperazione le miniere illegali nella regione amazzonica di Madre de Dios sono il paradiso dei trafficanti di schiave. Don gigi ti posso assicurare che più di 30.000 minatori con un grammo d’oro in tasca garantiscono un mercato più succulento di quello dell’estrazione e la vendita stessa del prezioso metallo, che si illumina per poco nelle contaminate e miserabili miniere. Huepetuhe, Laberinto o Delta 1 sono solo alcune delle decine di miniere illegali che si trovano nella zona e che si possono raggiungere in barca o attraverso sentieri nella giungla. Tutte i campi minerari hanno in comune le costruzioni di legno e plastica, le strade fangose e le decine di bordelli.
Solo nel Delta 1 ci sono 100 prostitute, registrare della Asociación Huarayo, una organizzazione che si occupa di salvare le ragazze vittime della tratta. Delle ragazze sfruttate sessualmente nei campi, 3 su 5 sono minorenni.
Nelle operazioni contro la tratta delle donne che sono state fatte nei campi minerari negli ultimi due anni, 62 bambine sono state salvate e ospitate nel rifugio per adolescenti vittime di sfruttamento sessuale che Huarayo possiede nella zona di Mazuko, all’ingresso della zona delle miniere d’oro. Ognuna delle vittime ha la sua storia, ma tutte hanno in comune l’inganno, il rapimento, il debito e le minacce, l’abuso fisico nei campi, la gravidanza e le malattie sessualmente trasmissibili. Ti voglio raccontare la storia di Alicia (nome di fantasia ndr). Conosco una ragazzina di nome Alicia che ha 13 anni e fu liberata in una operazione di polizia nel Delta 1. Faceva la quarta elementare nella città andina di Cusco quando fu catturata dai trafficanti grazie ad un annuncio di lavoro su un giornale. Fu presa in una via del centro. “E’ per un ristorante mi disse la signora”, mi raccontava Alicia. “Ti pagherò bene ma devi venire oggi”. La donna, in realtà proprietaria di un bordello, offrì ad Alicia 400 soles (circa 100 euro), molto più dei 60 soles al mese che Alicia guadagnava come domestica. “Devo dirlo prima a mia madre però” – “A Puerto Maldonado ( la capitale di Madre de Dios) ci sono radio e telefono. Puoi farlo da qui”. “Poi la signora mi diede 50 soles e mi disse di comprarmi ciò che volevo. Io non sapevo cosa fare e la donna chiamò un signore che mi ha spaventato”, continua Alicia. “Verrà a lavorare con noi, accompagnala a prendere le sue cose. Non ti preoccupare con le altre ragazze ti abituerai subito”. Quella sera stessa Alicia usci per Madre de Dios con le altre ragazze. “Se ti chiedono dove stai andando, di’ che vai a trovare tuo padre. Di’ che hai 18 anni e se ti chiedono i documenti di’ che li hai persi”. “La mattina dopo, come in un sogno, ero già in montagna”. Non arrivò mai a Puerto Maldonado. La sua destinazione fu un bordello di una miniera d’oro in mezzo alla giungla a 180 km dalla città più vicina”. E terribile quanto mi dici, rispondo attonito. Ma padre Walter continua nella sua triste descrizione: “La maggior parte delle ragazze mi raccontano di essere state portate a Madre de Dios nascoste su camion che passavano senza problemi i posti di blocco della polizia. Sulle strade ci sono controlli per prevenire il contrabbando, ma nessuno chiede i documenti di viaggio ad un adolescente, anche se la normativa è molto chiara al riguardo. Una volta nei campi, le ragazze che si rifiutano sono costrette a prostituirsi per pagare le spese di viaggio, abbigliamento e alloggio, diventando schiave del debito. Se vogliono mangiare, devono accettare “el pase”, cioè la vendita della loro verginità. Altre vengono ingannate da persone attorno a loro o sono minacciate. O accettano o la loro famiglia ne pagherà le conseguenze. Salvarle dalle miniere d’oro è una missione difficile. Molte delle operazioni di polizia eseguite contro la tratta di esseri umani non riescono perché i criminali ricevono le soffiate e fuggono con i bambini nella giungla prima dell’arrivo della polizia. Le ragazze che sono state salvate ricevono un sostegno giuridico e psicologico nell’ostello del Huarayo nel villaggio di Mazuko, dove rimangono fino a quando riescono a contattare i loro parenti e possono ritornare ai loro luoghi di origine. Molte non torneranno mai perché conoscono il loro destino dopo che sono state respinte dalle loro famiglie. Altre non hanno nemmeno un posto dove tornare”.
Interrompo Padre Walter, mentre con difficoltà prendo appunti sul mio tacuino. “ Ma le autorità non fanno nulla?” Chiedo a Padre Alain, ed egli lentamente mi risponde concludendo il nostro lungo dialogo a tre: “ Le organizzazioni che lottano contro la tratta delle donne chiedono che venga installato un ufficio e un distaccamento speciale di polizia a Mazuko perché la maggior parte dei casi di tratta nel Madre de Dios non sono denunciati e sono ancora meno quelli che vengono sanzionati. Dal 2005 esiste un registro nazionale dei casi di traffico di esseri umani sulla base delle informazioni della polizia peruviana. Da allora fino al 2009 sono state registrate solo 264 denunce, secondo la ONG Capital Umano y Social (CHS). La maggior parte delle denunce presentate alla polizia proviene dalla regione comprendente Cusco e Madre de Dios. Queste cifre sono minime perché la maggior parte dei casi si perdono per strada. La polizia non riesce a gestire il problema e molti casi sono perseguiti solo come sfruttamento della prostituzione perché non vengono presi in considerazione i concetti di rapimento, trasferimento e sfruttamento delle persone”.
Padre Walter ci interrompe per dirci di prepararci a sbarcare, ci attende l’incontro con la giungla. Olinda sorride con semplicità, anche Lei è felice di essere per la prima volta nella Regione Madre de Dios, ma nei suoi occhi intravedo la tristezza per quanto accade alla sua gente qui nella radicale miseria. Nel mio cuore mi chiedo con forza: “Perché tanta sofferenza in un mondo così bello? Il cuore dell’uomo è proprio un grande mistero… Con questo pensiero scendo dalla barca… I fogli di carta sono scritti male, stropicciati e sporchi, li piego e li custodisco gelosamente nella tasca dei jean. Padre Walter ci invita ora ad ammirare la parte sorprendentemente bella di Mazuko che è la sua foresta e la sua giungla.

II. IL PARADISO: LA NATURA E L’ANTICA MAGIA DEGLI INCA
Sono incantato da questi luoghi e salgo sulla parte scoperta del fuoristrada per vivere da più vicino l’incontro con la natura. Questa terra, come del resto la regione di Cusco e del Maciu Piciu, ha in se una antica magia, quella degli inca. Durante l’impero degli Incas la selva amazzonica occupata dal fiume conosciuto oggi come Madre de Dios veniva chiamata Antisuyo (da cui il nome Antis, Ande). Gli Incas vi ottenevano alcune mercanzie, come oro, coca, piante medicinali e frutta che venivano poi barattate in tutto l’impero. Secondo l’Inca Garcilaso de la Vega (Commentari Reali, 1609), l’imperatore Tupac Inca Yupanqui, figlio e successore del mitico Pachacutec, intraprese una spedizione nella selva dell’Antisuyo nel XV secolo. Secondo la leggenda, originatasi a partire dagli anni successivi alla conquista spagnola del Perù, un gruppo di sacerdoti incaici si sarebbe nascosto in queste foreste e, nell’intento di preservare la cultura tradizionale, avrebbe fondato una città chiamata Paititi (dal quechua Paikikin, uguale a, in relazione al Cusco), dove avrebbe nascosto, oltre ad antichissime conoscenze esoteriche, immani tesori.
Dal punto di vista geografico la conca del Madre de Dios appartenente al Perú, è estesa circa 85.000 chilometri quadrati (più di tre volte la Lombardia). Il Madre de Dios, i cui affluenti principali sono il Manu e il Rio de las Piedras, è lungo circa 1100 chilometri ed è tributario del Beni, che a sua volta, unendosi con il Mamorè, forma il Madeira, uno dei più possenti affluenti del Rio delle Amazzoni. Il territorio, nella parte occidentale è montuoso e accidentato, caratterizzato da vegetazione tropicale detta selva alta. Proseguendo verso est invece, si avanza nella foresta pluviale tropicale, con temperatura costantemente alta e forte umidità relativa.
Nella conca del Madre de Dios si trova il parco nazionale del Manu, grande più di 1.700.000 ettari (metà della Svizzera). E’ una delle aree protette meglio conservate del mondo. Questo santuario della biodiversità animale e vegetale si estende dai 4000 metri di altitudine sul livello del mare, nelle montagne chiamate Apu Kanahuay (vicino a Dio in lingua quechua), fino ai 200 metri d’altezza nella foresta pluviale tropicale, dove il Rio Manu si incontra con il Madre de Dios, presso il villaggio di Boca Manu. Nel Manu vi sono più di 1300 varietà di farfalle (441 nell’intera Europa), 1000 specie di uccelli, 100 differenti generi di pipistrelli, oltre a scimmie, rettili, pappagalli, felini (giaguaro) e naturalmente pesci come lo zungaro e il paiche (pirarucù) oltre a un numero imprecisato di differenti specie di insetti, alcuni ancora sconosciuti. Nel parco nazionale del Manu vi sono vari gruppi indigeni. Alcuni hanno scelto di vivere nell’interno della foresta primaria e di evitare qualsiasi contatto con i peruviani. I gruppi tribali si dividono per appartenenza linguistica. I Mascopiros parlano lingue appartenenti al Pano. Gli Huachipaery e gli Amarakaery si esprimono nell’idioma Arakmbut. La maggioranza di loro vivono nelle comunità di Queros, dove si trovano i petroglifi di Jinkiori, e Santa Rosa de Huacari. Il gruppo di nativi più numeroso è l’etnia Matsiguenkas la cui lingua appartiene al ceppo Arawak. I Matsiguenkas hanno mantenuto nel corso degli anni frequenti contatti con i popoli andini di lingua quechua specialmente nelle vicinanze di Kosnipata. La maggioranza di loro vivono nei villaggi di Palotoa-Teparo, Tayakoma, Yonubato e Santa Rosa de Huacaria. Coltivano riso, yuca, patate, frutta e alcuni di loro fanno uso della foglia di coca che masticano per attenuare la fatica e la fame. Spesso bruciano il tronco di un albero chiamato manakarako ottenendone del carbone le cui ceneri vengono mischiate con le foglie di coca per ottenere un effetto più efficace. Inoltre cacciano con frecce e pescano per variare la loro alimentazione. All’interno del parco nazionale vi sono poi i Kuga-Pacoris conosciuti per la loro aggressività. E’ difficile e pericoloso cercare di incontrarli perché preferiscono non avere contatti con altri popoli.

III. CONCLUSIONI
Come si vede il Madre de Dios è il luogo dei contrasti: parchi immensi e incontaminati a ovest, dove ancora vivono indigeni no contactados, e sfruttamento minerario incondizionato nel centro, dove non sono garantite le condizioni minime di lavoro, dove prospera la raffineria ed il traffico di droga e, come abbiamo visto, anche la tratta e lo sfruttamento di minori a fine di prostituzione. La mia grande speranza è quella che i governati locali sappiano, in un futuro non lontano, conciliare le esigenze di preservazione delle aree naturali protette con uno sviluppo economico equo, che possa beneficiare tutti gli strati della popolazione, indigeni inclusi, rispettando la loro cultura secolare.
Mentre parlo rifletto su questa speranza, guardo con tanta commozione e dolcezza i due sacerdoti che qui vivono in modo eroico. Io questa sera farò ritorno in Italia, loro invece rimarranno qui: nella miseria, nella povertà, provando la fame. Staranno qui per celebrare la Messa, per dare il conforto di Dio a questi disperati… Non posso lasciare questa terra senza un piccolo segno di vicinanza concreta. Guardo la scassatissima jeep del 1970 e chiedo al parroco: “Padre Michelangelo, in Kenya abbiamo regalato una motocicletta ai missionari di Lango Baya. Cosa ne dici di una nuova per muovervi nella giungla e nella foresta?” I due padri provano profonda emozione e mi dicono: “Grazie don gigi ci andrebbe proprio bene di questi tempi, prima che la macchina ci lascia a piedi…” “Scrivi una piccola lettera: la porterò in Italia: vedrai che faremo di tutto con la nostra Associazione per fare questo piccolo regalo alla missione!”
Nel primo pomeriggio salivo sul fuoristrada di Padre Walter per il lungo viaggio di ritorno verso Juliaca, nelle mani avevo una lettera preziosa, scritta da due sacerdoti meravigliosi… conteneva una piccola richiesta: si tratta solo di duemila dollari per una moto nuova.
Chi di voi che ha letto fino a qui, vuole darmi una mano? Coraggio: c’è posto per tutti!

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VII. VIAGGIARE IN PULMAN PER IL PERU’
Per conoscere questo Paese in modo più appropriato e approfondito è importante mischiarsi con la gente semplice e povera. Il normale mezzo di comunicazione nel Paese è il pullman: ci sono i piccoli pulmini che in Juliaca ti portano dalla città a Villa san Roman o ai diversi barrios, ci sono i moto-tauritos che sono dei piccolissimi taxi per due persone, colorati e guidati da un motociclista; in effetti sono delle piccole moto, ed infine ci sono i pullman che percorrono distanze piccole di 50 km come da Juliaca a Puno, oppure da Juliaca a Conima ed infine pullman per corse molto più lunghe, superiori alle 5-6 ore. Nei miei viaggi in Perù ho usato moltissimo questi pullman per viaggiare da Juliaca a Puno, da Puno a Desaguadero, al confine con la Bolivia, ed anche da Desaguadero a La Paz in Bolivia ed infine il pullman è stato il mezzo di trasporto per Cusco e di ritorno da Cusco.
Ho deciso di scrivere questo breve paragrafo perché viaggiare in corriera significa tratteggiare un affresco della vita colorata e popolare di ogni giorno. In questo paragrafo voglio parlare del nostro viaggio, compiuto con Hernan, Jofran ed Olinda di ritorno da Cusco a Juliaca per un totale di circa sei ore. Olinda ed Hernan mi avevano chiesto se volevo davvero prendere quel pullman per il mio ritorno ed io avevo loro risposto di sì, convinto proprio di conoscere meglio la vita dei contadini peruviani.
Il nome della compagnia dei pullman era power. Alla stazione centrale di Cusco ci viene indicato il nostro mezzo si tratta di un pullman di colore giallo, molto vecchio e sazio di chilometri. Davanti a noi vi è una piccola fila di passeggeri, vi è di tutto: gente con sacchi di patate, con frutta e altri sacchi che vengono sistemati nel vano dei bagagli. Ci fanno salire. Il pullman si divide in due parti un piccola parte è quella riservata al conducente ed al suo assistente. Verrò a sapere dopo che l’autista è un vero e proprio capo, che riscuote piccole tangenti per far lavorare la gente che nel pullman sale per vendere mercanzie. Non immagino minimamente a cosa vado incontro, cosa significa viaggiare in quel pullman!
Il mio sedile è il 26c ed ho scelto un finestrino per vedere meglio il panorama, ma mi accorgo subito che il vetro è così sporco e lercio da trasformarsi in un vetro protettivo dei terribili raggi solari che all’altezza di Juliaca (3850 m.) sono molto forti. Ma se il finestrino è sporco il sedile lo è di più: è totalmente lercio. Se accorge prima di me Olinda che prende un po’ di carta igienica e cerca di pulire  un po’ il sedile. “Don gigi aspetta che lo puliamo un po’, per quello che si può fare!” La ringrazio di cuore e mi siedo, vicino a me si siede Olinda e nell’altra fila, vicino al finestrino, si siede Jofran mentre Hernan vicino al corridoio. I passeggeri salgono. Vi è davvero di tutto. Sale l’anziano con il suo poncio, sale una campesina che sta allattando al seno il suo bambino e si siede dietro di me, salgono due signore che sembrano dedite al contrabbando che a Juliaca prolifera, sale una donna con il bambino grande che per non pagare il posto lo fa sistemare tra se ed il marito con il risultato che su due sedili si trovano tre persone… Mentre tutte queste persone si sistemano, noto che dalla stazione sale un signore anziano che tiene in mano una mazzetta di giornali. Sono incuriosito… è un buon servizio in un pullman così sgangherato, sarei quasi interessato all’acquisto; il venditore non sembra molto fortunato, nessuno sembra interessato a comperate i suoi giornali. Un signore seduto alcune file avanti le mie lo ferma e chiede di comperare il giornale. “Scusi mi può dare La Republica (uno dei più venduti giornali in Perù)?” Il vecchietto lo consegna in modo molto rapido. Che efficienza dico dentro di me! L’acquirente esamina velocemente la prima pagina e poi esclama: “Ma è di ieri!” Il giornalaio imbroglione tenta di rispondere a tono: “Va bene, ma cosa significa… lo puoi leggere lo stesso” “Ma lo vendi allo stesso prezzo?” Risponde il signore… “Tu quando mi vuoi dare?” Ecco la meravigliosa mentalità popolare latinoamericana. In Italia nessuno oserebbe vendere il giornale del giorno prima, ma soprattutto, scoperto l’inganno nessuno cercherebbe di trarre profitto dall’evidente inganno svelato. Qui è differente: scoperto l’inganno si gioca, e magari si tenta di ingannare l’altro. La scenetta continua per alcuni minuti e io devo dire mi diverto moltissimo a vedere l’abilità con la quale i due si sfidano. Alla fine il giornalaio… lascia; ha perso la sua battaglia e quel signore non ha dato neppure un soles. Inizia così il nostro viaggio. Non immaginavo di aver pagato il biglietto non solo per un viaggio, ma soprattutto per un teatro. Se si vuole viaggiare in questi pullman ci si deve adattare, altrimenti l’arrabbiatura è pronta ad ogni minuto. Si deve prendere il viaggio per il verso giusto. La prima cosa che mi colpisce è che un giovane ragazzo in testa al nostro pullman giallo power inizia a parlare. Penso che sia un incaricato dell’azienda di trasporti… ed invece, mi accorgo solo dopo diversi minuti: è un venditore che propone un prodotto a tutto la corriera, dopo essersi accordato, dietro a debito compenso con il nostro autista. Praticamente funziona in questo modo: durante il tragitto di sei ore, lungo le fermate, per far salire e scendere la gente, salgono questi ciarlatani che per 20-30 minuti cercano di convincere la gente ad acquistare prodotti miracolosi. Il loro aspetto è pulito ed ordinato: sono giovani, l’ultimo di questi teatranti non ha più di 17 anni, gli altri sono ragazzi e ragazzi dai 25 ai 35  anni. E’ un autentico supplizio per noi europei, mentre la gente del luogo sopporta pazientemente, talvolta segue in modo distratto, altre volte in modo appassionato ponendo domande sull’uso del prodotto magico che viene propinato con grandi parole e frasi sceme come vitamine per il cervello, ecc… castronerie mediche che in Italia farebbero rischiare il carcere se no grandi multe.
Sinceramente queste persone mi stufano, poi decido di studiarle, ed in questo modo di diverto. In sei ore ho contato cinque di questi venditori, uomini e donne che parlano per circa mezzora e poi passano posto per posto facendo piccoli regali e chiedendo insistentemente di comperare. Mi dico, ma pensa tu se tu quando predichi in chiesa potessi essere persuasivo come questa donna! La ciarlatana ha visto infatti che dietro di me vi è una povera donna che sta allattando al seno il suo piccolo. Si ferma: guarda verso di lei e dice: “ Che bel bambino, sei proprio una mamma fortunata! Vedo che stai allattando il tuo figlio, il  tuo seno è pieno di latte vero?” La donna imbarazzata risponde con la testa di sì. La ciarlatana continua: “ Vedi allattando il bambino il tuo corpo produce latte e per produrre latte hai bisogno di calcio… il prodotto che sto proponendo, fa proprio al caso tuo!” Ti regalo una bustina di questa confezione di 40, vedrai come ti sentirai forte. La donna si dirige verso la mamma e le regala una bustina che scioglie nell’acqua. La donna la beve di un fiato. …E la ciarlatana continua a parlare delle proprietà miracolose di quel prodotto che lei chiama medicina. Dopo 10 minuti la giovane donna termina il suo sermone. Iniziano le domande delle altre mamme che stanno allattando… “Ma davvero fa bene per chi allatta? Dammene una confezione, proviamo…” La ciarlatana vende una, due, tre, quattro confezioni ed alla fine anche la donna seduta dietro a me, stacca dal seno il bimbo che inizia ad urlare, si alza e chiama la donna e compera non una ma due scatole, suggestionata dal piccolo regalo e dal fatto che le altre donne hanno comperato; dunque vuol dire che sicuramente è buono quel prodotto magico.
Il potere della suggestione reciproca è formidabile in questo teatro viaggiante. La donna felice delle sue vendite scende, dopo aver pagato l’autista per la percentuale stabilita, ed al suo posto per un breve itinerario di 10-15 chilometri salgono una donna con due bambine che vendono: pane di Cusco, ali di pollo fritte e mandarini. Questi almeno sono alimenti: pane e mandarini buoni… sulle ali di pollo fritte ho qualche dubbio. Hernan compera un sacchetto di mandarini e Olinda una forma di pane di Cusco. Io mi diverto a vedere questi commerci. La corriera è un autentico caos viaggiante: sono saliti ora dei passeggeri che hanno comperato il biglietto per Juliaca, pur sapendo che il loro posto si libererà solo tre fermate dopo, il che significa un’ora circa in piedi. Il pullman si affolla, qualcuno ha in mano galline, altri hanno caricato nel vano bagagli enormi sacchi e scatole di cartone che sostituiscono i bagagli… Ma mentre descrivo questo festoso caos, mi sono dimenticato di descrivere un’altra signora del viaggio che si chiama puzza! Questa gente non fa la doccia tutti i giorni e neppure si cambia frequentemente e dunque il salire e scendere di queste persone si caratterizza per il tipo di cattivo odore che si avverte: c’è di tutto dal forte odore di aglio mischiato al sudore, fino a giungere al bimbo seduto due file davanti che fa i suoi bisogni creando nella corriera un tanfo incredibile… allora entrano in azioni i condizionatori di aria del pullman, tra imprecazioni e proteste tutti apriamo il finestrini nel tentativo di far cambiare l’aria. Io scoppio in una forte risata, che ha qualche cosa di nevrotico, per la tensione che si accumula nel viaggio.
Ora è la volta di un nuovo ciarlatano… questa volta sono presi di mira gli uomini. Il ragazzo inizia con il dire che lui ha una grande professione presso un laboratorio farmaceutico di Lima (quando si dice Lima a questa povera gente, subito il credito sale… si pensa subito che è uno che ha studiato). Il ragazzetto è audace e dice che solo per una decina di giorni si troverà a Juliaca, poi deve tornare a Lima perché importanti impegni lo attendono. Inizia il suo show dando a tutti n colorato dépliant verde e rosso dove campeggia il suo nome ed il suo cellulare magico si chiama: Alfonso e il suo cellulare è sempre acceso giorno e notte per ricevere chiamate e correre ad aiutare i pazienti che necessitano del suo prodotto.
Utilizza la stessa tattica della donna precedente, ma i campesinos lo ascoltano volentieri. Si interrompe, fissa un uomo dal volto buono attorno ai 50 anni e in modo diretto davanti a tutti dice: “Lei molto probabilmente ha problemi di prostata!” L’uomo arrossisce. Il gioco è semplice ad un uomo sui 50 anni il problema della prostata potrebbe essere reale… poi arricchisce il suo discorso dicendo: forse lei urina male, la sua urina è maleodorante ecc…  certo non posso parlare a lei davanti a tutti, verrò poi al suo posto e se vuole confidenzialmente mi racconterà il suo problema, ma per il momento le regalo una fiala di questa confezione di 10. E’ innocua se non ha problemi, ma è un autentico toccasana per problemi urinari”. Spezza la fiala è la porge al signore che la beve di un colpo… Il giovane continua per mezzora a parlare… e poi chissà come mai seguono 4 o 5 discorsi a bassa voce, in modo del tutto confidenziale tra il ciarlatano ed i poveri uomini, che in gran segreto raccontano allo sconosciuto i loro problemi medici…
Dopo sei ore la nostra corriera gialla giunge alla nostra amata Juliaca ed il viaggio in mezzo al popolo semplice peruviano finisce.
Mi chiedo ora che senso ha descrivere un viaggio in pullman sull’altipiano delle Ande peruviane? Non vuole essere assolutamente il ridicolizzare questo trasporto. L’analisi attenta di questo mondo a me sconosciuto provoca una seria riflessione su tale esperienza. Sicuramente riflette una cultura molto diversa da quella efficentista dell’Europa. Le persone che viaggiano in questo modo non hanno una struttura mentale per distinguere un medico da un ciarlatano. Il medico non li va a cercare su di una corriera, non si interessa a loro come fa questa gente esperta nel parlare durante il viaggio su di un pullman scassato.
Forse molta di questa gente non si può pagare neppure una visita medica e poi non vi è nessuna attenzione al prevenire una malattia, ma solo l’idea di curarla.  E’ un modo di vivere molto più semplice del nostro in cui però vi è forse più spazio per l’altro con le sue galline, con il pane ed i mandarini che mi vende, con il bimbo al collo che sta allattando… è una scuola di socialità molto forte dove almeno devo imparare a convivere con l’altro e le sue diversità. La gente in questo pullman, durante il viaggio diventa amica, si chiacchera, si scambia il cibo: un pezzo di pane per un mandarino, ci si aiuta se non per altruismo almeno per opportunità.
Ho imparato molto in quelle sei ore di viaggio, molto più che nel leggere un libro sul Perù. Ho potuto intuire, palpare il cuore dell’America Latina, un cuore con difetti e vizi, ma grande nella generosità. E’ stata una scuola di vita, per alcuni aspetti dura e talvolta insopportabile, nelle chiacchiere continue dei suoi ciarlatani, ma una esperienza che ricordo come un momento di incontro con il semplice popolo del Perù e le sue miserie e difficoltà, ma che amo con tutto il mio cuore perché mi insegna ad essere un uomo migliore.

VIII. MACHU PICCHU: IL MESSAGGIO AL TEMPIO DEL SOLE
Ho ancora il timbro di Machu Picchu sul passaporto. Sì, perché arrivare a Machu Picchu è già di per sé un viaggio e un’avventura. Tutto quello che sta prima di arrivare lì, in mezzo alle montagne della foresta amazzonica, è come una preparazione a ciò che si sarà ammessi a vedere con i propri occhi. Si percorre El Valle Sagrado degli incas, costeggiando quello stesso fiume Urubamba che poi mi sembrerà così impetuoso e minaccioso, una volta lassù.
Siamo arrivati a Cusco il 17 giugno sera da Juliaca, la città dei venti sull’altipiano andino a 3850, e, sorprendentemente, siamo scesi al Machu Picchu che sembra così alto ed invece è alto solo 2400m, dall’altipiano andino con la corriera scendiamo agli inizi di quella foresta tropicale che visiteremo la settimana seguente nella Regione di Madre de Dios. Da molti anni avevo nel cuore questo viaggio, avevo visto le fotografie, avevo studiato qualcosa sui banchi di scuola e poi Olinda da 7  anni me ne parlava, come del resto tutti gli amici. E’ vero il mio viaggio non è turistico, ma questa volta il salire al Machu Picchu significa incontrarmi profondamente con la cultura incaica nella quale vive il popolo peruviano ed inoltre fa parte di quel tempo da dedicare allo studio ed alla formazione di se che è importante per dedicare se stessi agli altri, con grande entusiasmo, ma anche competenza. Per capire il Perù e la Bolivia di oggi si deve capire la cultura degli Incas. Padre Dante così mi racconta la sera a cena in un buon ristorante di Cusco, dopo aver visitato la meravigliosa cattedrale. A Cusco siamo ospiti nel convento francescano de las Recoletas. Padre Dante è un vecchio amico, dai tempi in cui era Direttore del Collegio San Roman a Juliaca e ci accoglie con grande affetto e amicizia, seppur con poche parole. Il 19 giugno è anche il compleanno di Hernan, mentre per me è importante – ed ogni anno per me è una festa –  il 18 giugno in cui si ricorda di San Gregorio Barbarigo: due motivi di festa, ma una grande sorpresa mi attenderà durante la visita dello splendido complesso del Machu Picchu.
Jofran, Olinda ed Hernan sono così felici; nel mio cuore solo l’amarezza che non ci siano Cynthia Josmell. Ma penso che per Hernan sia stato uno dei compleanni più belli della sua vita. Olinda con Santina aveva passato dei bellissimi compleanni il 15 agosto; era giusto che anche Hernan festeggiasse bene un suo compleanno. …Ma torniamo alla’ incredibile visita del Machu Picchu.
Quando si arriva a Cuzco, si è ancora lontani da Machu Picchu. Il Perù se lo tiene stretto in mezzo al cuore. Bisogna ancora fare della strada, per arrivarci. E così si prende il treno. Una rotaia sola che si arrampica sempre più in alto, sulle Ande, poi all’improvviso scende come in picchiata e sembra quasi che i binari si confondano con il letto dell’Urubamba. E di nuovo su. Eccoci ad Aguas Calientes, nota anche come Machu Picchu Pueblo, un villaggio o poco più, annidato nella profonda e stretta valle sottostante le antiche rovine inca. Eppure a pochi passi si apre la foresta, con i suoi lussureggianti giardini tropicali.
Siamo arrivati a Machu Picchu? No, non ancora. Adesso bisogna prendere un pullman. Che sale. E sale ancora, lungo una strada stretta che, da una parte dà nel vuoto, dall’altra quasi sembra di strusciarsi contro la roccia e le piante, le liane. Ecco, adesso ci siamo. Un’ultima salita a zig zag a piedi, il timbro sul passaporto ed entriamo a Machu Picchu.
Machu Picchu è una di quelle meraviglie della terra che vanno viste almeno una volta nella vita. Il guaio è che poi non basta e, rientrati a casa, ti viene voglia – anche bisogno – di tornarci ancora. Di rivederlo, di viverlo ancora un poco.
Machu Picchu è affascinante fin dalla sua posizione. Archeologia fusa con la natura circostante, che la ingloba. Posto su una collina verde, domina sulla valle dell’Urubamba, che in questo punto si fa stretta, il fiume sembra essersi trasformato in un serpente marrone, di fango. Tutt’intorno le Ande che ero abituato a vedere in foto. A scoprire Machu Picchu fu l’ esploratore Hiram Bingham, nel 1911. In un primo momento, cercando la Città Perduta degli incas, credette di trovarla proprio in Machu Picchu. In seguito trovò quella città, sempre nelle Ande peruane, Vilcabamba, ma non la identificò in quanto tale. E’ talmente grande l’aspettativa e così forte l’emozione, che quando ci si trova davanti a tutto questo ci si commuove. La pelle d’oca è salita dalle caviglie fin lungo la schiena e sul collo. E qualche lacrima è scesa. Perché sembra la location di un film, finché lo vedi in una foto. Quando il Machu Picchu ce l’hai di fronte a te, è un impatto con la realtà formidabile e difficile da descrivere in poche righe in questo diario, anche se sapevi bene che te lo saresti trovato di fronte in tutta la sua meraviglia. Le nuvole basse mosse velocemente dal vento, il sole che fa capolino ogni tanto e quella pioggerella che sembra uscire dal prato, dalle rocce, dalle foglie, cambiano continuamente il paesaggio e sembra di trovarsi davanti una visuale nuova, sempre diversa: un mondo magico di fate e maghi. La nostra visita inizia dalla Capanna del Custode della Roccia Funeraria  e prosegue verso il Tempio del Sole, la Tomba Reale, la Piazza Sacra, il Tempio delle Tre Finestre, la Casa dell’Alto Sacerdote e l’Intihuatana che, in quechua, è il palo che cattura il sole. Hernan, Olinda e Jofran sono contenti e io godo di questa loro semplice felicità, dopo tanti anni di privazioni e sacrifici per la famiglia divisa ed ora riunita nella gioia legittima e forte dei grandi legami familiari.

La guida ha appena iniziato a spiegare il Tempio Del Sole: sono concentrato, non voglio perdermi l’importante spiegazione, anche gli amici sono in silenzio attenti alle parole della guida. Il luogo è magico è il centro della visita a Machu Picchu. Mentre Berto, la nostra guida, spiega il mio cellulare vibra: è un messaggio dall’Italia. In quel messaggio vi è tutta la mia gioia e la mia sorpresa; è un SMS di Luigi Pacini il tesoriere della nostra Fondazione Santina ecco cosa vi è scritto: “Caro Don gigi, non so se riuscirai a leggere questo messaggio. Oggi abbiamo ricevuto la raccomandata dalla Prefettura con l’iscrizione al n. 1087/2015 della Fondazione. Domani te la faccio mandare da Giampietro. Un forte abbraccio Luigi.”(Ore 18.30 italiane 11.30 peruviane).  Quel messaggio mi scuote profondamente. Ma guarda tu, mi dico che straordinaria notizia, in un posto così magico e meraviglioso, a mezzogiorno… e mentre visitiamo il Tempio del Sole! Non ci posso credere: tutto questo fa parte di quelle coincidenze così spettacolari della vita che ti tramortiscono. Mi raccolgo brevemente in preghiera, guardo il sole velato da leggere nuvole e dico “Signore, grazie perché oggi mi fai capire che la Fondazione Santina deve diventare il sole della mia vita: nella carità per gli altri il cristiano scopre il suo sole. Questo segno mi conforta e mi incoraggia e mi fa vedere che Santina è viva… eccome! Lei si fa sentire e vedere con queste straordinarie circostanze. L’approvazione della nostra Fondazione dalla Prefettura era determinante per noi, e tu Signore proprio qui nel Tempio del Sole ti riveli a me, con un semplice sms che indica la strada di una Carità che devo continuare a vivere e a testimoniare”. Gli occhi ora sono pieni di lacrime, ma non più per lo straordinario paesaggio, ma per lo straordinario brivido che ho provato in questa coincidenza che fa esplodere il cuore in un canto di gioia: ma allora non sto sbagliando, ma allora non sto percorrendo una strada sbagliata, ma allora questa opera è benedetta da Dio e incoraggiata da Santina. Mentre mi asciugo gli occhi, mi ricordo un’altra cosa: a dicembre, mentre con Padre Walter a Juliaca firmavo il contratto per costruire il pavimento della chiesa di Conima, ancora in Perù mi era giunto un altro sms meraviglioso: il deposito di 99.750 euro che permettevano la nascita della Fondazione Santina in Italia. Mamma, per caso, tu ne sai qualche cosa?”

PROGETTO PROGRAMMA VIAGGIO IN PERU’
14-25 giugno 2015

GIORNO MATTINA POMERIGGIO-SERA
DOMENICA
14 giugno
LAVORO Roma 18,25 -Madrid 21,05
Madrid 23,55 – Lima 5,10
LUNEDI’
15 giugno
Lima 9,55 – Juliaca 11,35
Trasferimento a Villa San Roman, pranzo
Santa Messa con parenti Olinda, acquisto magliette per ragazze di Puno, cena e riposo
MARTEDI’
16 giugno
PUNO
   –  Riposo per fuso orario e altezza-  Pranzo     –  Puno visita ragazze-  Dono magliette-  Messa-  Cena a Juliaca
MERCOLEDI’
17 giugno
JULIACA
    Juliaca: Collegio San Roman-  incontro con il Direttore Padre Joselo Gonzales-  celebrazione Messa-  incontro con alunni classe di Jofran-  dono della Madonnina benedetta dal Papa-  incontro con i docenti     –  Partenza per Sullistani-  Puno: festa con le ragazze e teatro-  Incontro con P Walter per preparazione Conima
GIOVEDI’
18 giugno
CUZCO
MACHU PICCHU
    Partenza per Cuzco-  incontro con p. Dante Montoia e comunità.     –  Visita cattedrale di Cuszco-  Messa nel convento ore 19.00-  Cena con P. Dante
VENERDI’
19 giugno
CUZCOMACHU PICCHU
Visita Cuszco e Machu Picchu     –  Visita Cuszco e Machu Picchu-  Messa nel convento ore 19.00
SABATO
20 giugno
VILLA S. ROMAN
    –  Ritorno a Juliaca Incontro con autorità del Bario Villa San Roman e Messa e visita alle famiglie con benedizione
DOMENICA
21 giugno
CONIMA
    –  Partenza per Conima-  Inaugurazione del pavimento della chiesa di Conima (scopre la targa parroco P. Walter e Olinda)-  Santa Messa di ringraziamento Dono della statua della Madonna di Loreto regalata dal Card. Comastri-  Pranzo     –  In serata rientro a Villa San Roman-  Cena con P. Joselo e P. Walter
LUNEDI’
22 giugno
JULIACAJULI
Visita Università Andina: incontro autorità accademiche  e santa Messa con il corpo docente, pranzo a Julica     –  Partenza per Mazuko-  Foresta di Madre de Dios
MARTEDI’
23 giugno
PUNO
    –  Mazuko: visita alla foresta, navigazione sul fiume Inambari, pranzo nella giungla. Ospiti della parrocchia della Virgen del Carmen     –  Rientro a Juliaca-  Ore 19,30 Messa-  Partenza da Villa san Roman-  Juliaca 21,30- Lima 23,15
MERCOLEDI’
24 giugno
Lima 10,25 Viaggio
GIOVEDI
25 giugno
Madrid 5, 25Madrid 7,05 – Roma 9,30 LAVORO