Preghiera

ESERCIZI SPIRITUALI QUARESIMA 2015: IL CARISMA DELLO SCARTO


esercizi spirituali

seguici in twitter: @sorrisodiluce  #Quaresima2015

IL CARISMA DELLO SCARTO
ESERCIZI SPIRITUALI DI QUARESIMA
DELLA ASSOCIAZIONE AMICI DI SANTINA ZUCCHINELLI ONLUS
PARROCCHIA GESU’ DIVIN MAESTRO. ROMA

Cari Amici di Santina, in questo tempo santo di Quaresima sono a proporvi la pratica degli Esercizi Spirituali che terrò nella Parrocchia di Gesù Divin Maestro dal 23 al 25 Febbraio 2015 a Roma
Ecco il programma:

TEMA GENERALE: QUANDO SONO DEBOLE E’ ALLORA CHE SONO FORTE

LUNEDÌ’ 23 FEBBRAIO: Il Diavolo e le sue tentazioni
MARTEDi’ 24 FEBBRAIO: Imparare a distinguere superfluo da necessario
MERCOLEDÌ 25 FEBBRAIO: Il carisma dello scarto

Ogni giornata degli Esercizi Spirituali avrà questo orario:

ore 18,30 celebrazione santa messa
ore 19.00 Meditazione
ore 19,40 riflessione e silenzio
ore 20.00 conclusione
si tratta in totale di due ore e mezza ogni giorno, un po’ più del tempo che ogni sera dedichiamo alla televisione. Ti lascio con una domanda: Ma la tua fed vale di più della televisione? Pensaci In Africa, dove è scattata questa fotografia la televisione non esiste e vi è più spazio per i vlalori autentici, coloro che non scartiamo ancora ci insegnano…TI ASPETTO!

Esercizi Spirituali Quaresima 2015

 

PRIMA SERATA: IL VOLTO DEL DIAVOLO
I. LE RAFFINATE ASTUZIE DI SATANA

Tra Otto e Novecento Belzebù ha perso la sua carica simbolica e si è annidato nella psiche
L’occasione di un corso di Esercizi Spirituali nella Parrocchia di Gesù Divin Maestro a Roma, ci permette di approfondire come Associazione il cammino della Quaresima e di riflettere un momento sul volto del Demonio. Nel 1872 un russo divorato dalla febbre del gioco scrisse I demoni , un romanzo-affresco su una umanità posseduta, mossa da uno estremo istinto di distruzione creatrice. Nello stesso anno, un pittore (anche questo russo) dipinse una delle più singolari Tentazioni di Cristo: Gesù è solo, in mezzo al deserto, il demonio non è visibile, non ha le consuete sembianze caricaturali (come, per esempio, nelle Prove di Cristo di Botticelli). Perché il demonio è in Cristo , è nella sua espressione perduta, nelle sue mani strette dall’ansia, nelle pietre aride. Così Fëdor Dostoevskij e Ivan Kramskoi hanno dato vita a una nuova, rivoluzionaria visione di Satana. In Russia, e forse non a caso: nella terra degli Zar il nichilismo assunse una fisionomia originale, sospesa tra la filosofia e la denuncia sociale. L’eclisse di Satana, o, meglio, la sua trasfigurazione, prende piede anche qui. Un’eclisse che, nel periodo al centro dalla mostra «Il demone della modernità», tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, poco alla volta trasforma il demonio in qualcosa di interiore. Nevrosi, sensi di colpa, rimorsi, tormenti modernissimi, poi sigillati dalle sentenze di Freud (se non c’è Dio non può esserci il demonio, diceva in sintesi) e, in definitiva, c’è la conferma della geniale intuizione di Baudelaire: «Il miglior trucco del diavolo è nel convincerci che non esiste». Ma il percorso non è semplice: sin dalla metà dell’Ottocento Lucifero, spogliato di una teofania impoverita, si annida nelle idee, prende a nascondersi negli abissi insondabili dell’uomo descritti da Edgar Allan Poe. Nel Diavolo nel campanile (1840) Belzebù compare nei panni di un ometto insignificante e stravolge la normalità di un piccolo, sereno borgo. Nell’inno A Satana di Carducci c’è tutta l’energia di un pensiero libero, rivolto alle cose materiali — si è detto: da massone. In Breve storia del diavolo (Castelvecchi), Alberto Cousté annota: «Durante il secolo XIX il demonio si ritira per preparare una strategia incentrata sulla metamorfosi». Il demone della modernità si nasconde, si traveste, per poi ritornare e a volte torna in forma di caricatura: se ne I fratelli Karamazov (ancora Dostoevskij!) appare a Ivàn in abiti borghesi, nel Doktor Faust di Thomas Mann (1947) tornerà a sedersi in salotto, di fronte al musicista Adrian Leverkühn. Nella novella La Madonnina di Pirandello, se ne sta «in agguato dietro il seggiolone su cui il padre beneficiale Fioríca sedeva con Guiduccio sulle ginocchia». Il periodo a cavallo tra Otto e Novecento ha trasformato il demonio in una fiction. Un «personaggio letterario che non turba la vita degli uomini — scrive Cousté — anche se li istiga ad ampliare la coscienza e a ribellarsi». Lucifero è astuto: ha capito che, se dio è morto, adesso bisogna fare leva sulle nuove aspirazioni autarchiche dell’uomo. Lo ritroviamo nella vena necrofila di Gottfried Benn o nell’iconoclastia di Giovanni Papini,  il quale, nel 1953, pubblica Il diavolo , saggio nel quale auspica che se la misericordia di Dio è immensa, allora anche l’angelo caduto verrà perdonato. Non verrà perdonato lui, Papini, che si ritroverà il volume nell’Indice dei libri proibiti, ma ci penserà il cinema a esorcizzare satanasso, a cominciare dalle commedie brillanti come Harry a pezzi (1997) dove Woody Allen troverà un luciferino Billy Crystal ad aspettarlo all’inferno. Ci voleva la concretezza semplice di un Papa come Francesco a ricordarci che il demonio c’è eccome, che non è una leggenda. Forse è anche per questa recente consapevolezza collettiva risvegliata dal pragmatismo del Pontefice che oggi libri come Sottomissione di Michel Houellebecq, dove si ipotizza una Francia islamizzata, sono capaci di destare preoccupazioni, evidenziando (come con il luminol) quelle tracce demoniache ancora presenti nella realtà. Perché il diavolo non è nel nemico, come ci insegna la teologia. Il diavolo è nel nostro sguardo, più o meno consapevole. Il demone della modernità è più moderno che mai.

Chi volesse rivedere la prima meditazione clicchi qui:

II. L’ECLISSI DELLA VERITÀ FORAGGIA IL MALIGNO
Sono empi propizi al demonio, i cambi d’epoca. Si somigliano il demone moderno di allora e il demone postmoderno di oggi. Trovano alimento nello sconforto per un mondo al tramonto, nella paura per un nuovo mondo ostile. I demoni infiltrano la storia, la scienza, la tecnica; se ne impadroniscono. Di lì, sfidano gli angeli e gli dei. Sostituiscono l’inferno al paradiso, al nirvana, all’illuminazione. Mettono la religione in mano al potere e al denaro. Come nel Vangelo, il diavolo è ricco e potente. Lo scorso ottobre, il Papa ha chiamato alla battaglia contro «i principati e le potenze», contro Lucifero e i suoi. Ci hanno fatto credere che il diavolo fosse «un mito, una figura, un’idea», ha detto Francesco. Invece «il diavolo esiste»; ci spara contro «frecce infuocate». È il padre «dei bugiardi e della menzogna». Proprio nell’eclissi della verità trova linfa il demonio. Gli artisti lo percepiscono. Esplorano le ombre perché hanno fede nella luce. Sono blasfemi, ieri e oggi, perché si ribellano alla menzogna. Dando forma al Maligno ne denunciano la presenza; esplorando gli abissi del falso, spingono l’uomo verso il vero. Per questo l’artista è indispensabile nei cambi d’epoca. Per questo è perseguitato. Nel primo Novecento, toccò agli artisti degenerati invisi a nazisti e comunisti. Oggi è ucciso in nome di Allah chi profetizza un mondo in balìa dell’odio religioso. Come un secolo fa, l’artista sente la tragedia incombente. Vede angeli e demoni in lotta.

SECONDA SERATA : IL VOLTO DELLA REALTA’
Il comandamento della nostra civiltà è “consuma e produci” e la ricompensa che il sistema ha in serbo per chi lo rispetta è una miriade di beni non necessari. Per quanto possa essere meritata, questa ricompensa é sempre ottenuta da risorse rubate ad altre creature che le necessitano per la loro sopravvivenza. Eppure, nonostante questo altissimo costo, o forse proprio a causa di questo, i beni superflui non ci avvicinano di un solo centimetro alla felicità. Al contrario, la promessa di questa fasulla ricompensa é uno strumento per schiavizzarci e per renderci costantemente insoddisfatti. Al fine di pagarci beni superflui, siamo costretti a lavorare piú del necessario e a condurre un’esistenza sotto la costante pressione del successo.

Chi volesse rivedere la seconda  meditazione può cliccare qui:

 

– QUI SI PUO’ LEGGERE LA STORIA DI AR IR NELLA STRISCIA DI GAZA E DELLA TERRA IMPREGNATA DI SANGUE DI GUERRA

– QUI SI PUO’ LEGGERE LA STORIA DI NEKESA IN KENYA E DELLA MAGLIETTA LOGORA

I. BENI SUPERFLUI E INFELICITÁ
Il superfluo non è un male per sé. Il superfluo puó anche essere piacevole, se ottenuto spontaneamente e senza sforzo. Il superfluo é addirittura una parte integrante della Vita, perché la Vita non é fatta solo del necessario. Un esempio di ció é costituito dal “gioco”, una attivitá spesso non strettamente necessaria alla sopravvivenza, che é presente nel comportamento di molte creature. Il problema non quindi il superfluo in se,  ma il desiderio del superfluo. Cioé, quando i desideri arrivano ad essere sentiti come dei veri e propri bisogni, al punto che la distinzione fra superfluo e necessario si perde e allora si puó parlare di bisogni superflui. L’assuefazione a bisogni superflui, e in particolare a quei bisogni superflui che non possono essere soddisfatti autonomamente, sono dannosi perché impediscono di bastare a se stessi (e.g. grattarsi é un bisogno superfluo, ma siccome posso farlo quando voglio non crea problemi). Chi non basta a se stesso non puó essere libero. E chi non puó essere libero, non puó essere felice. Quando il numero dei bisogni percepiti come necessari aumenta, raggiungere la pace dell’anima diventa difficile. Quando poi i bisogni superflui dominano sui veri bisogni, ossia quelli necessari, come accade nella nostra civiltà, l’infelicità é una condizione umana molto comune. In molti casi però non ci si rende conto della propria infelicità per pura distrazione. Intatti accade molto frequentemente che la felicità é scambiata con la dimenticanza della propria infelicità, e molte persone sono felici senza neanche saperlo, o peggio illudendosi di essere felici. Le incessanti attività di produzione e di consumo, comunemente percepite come inseguimento del successo, rendono difficile lo sviluppo di qualsiasi forma di consapevolezza interiore.

Moltissime persone sono consumate dalla frustrazione che viene dall’insoddisfazione dei loro bisogni superflui e dallo stress che tale soddisfacimento comporta. La maggior parte della gente crede che avere un lavoro ben pagato è la soluzione a tutto ció. Ma in realtá ció, lungi dall’essere una soluzione, é solo  l inizio di altri problemi. Innanzitutto i soldi da soli possono anche fare piú danni che bene, perché le ricchezze solleticano nuovi desideri, la cui soddisfazione richiede altre risorse e altro stress e si é di nuovo punto e da capo. Diversamente dai bisogni veri, il soddisfacimento dei bisogni non necessari (o desideri) non danno mai la soddisfazione attesa. Se uno ha freddo o ha fame, calore e cibo possono eliminare completamente il dolore proveniente dall’insoddisfazione di un bisogno vitale. Eppure non vi é nulla che puó soddisfare un bisogno superfluo, perché il desiderio non é nei nostri corpi, quindi oggettivo, ma nelle nostre menti. Una mente che non prende abbastanza tempo per riflettere puó concludere che il soddisfacimento di un dato desiderio non porta felicitá attesa a causa della modestia dei mezzi con cui si vuole soddisfare un dato desiderio e delle mete raggiunte. Quello che sembra un pensiero innocente, e in alcuni casi non privo di un certo buon senso, non é altro che l inizio della trappola. Di conseguenza, una mente poco avveduta puó continuare il ragionamento concludendo che é necessario lavorare piú duramente per  raggiungere mete piú ambiziose, godere e consumare di piú, soddisfare i propri desideri e, eventualemente, essere felici. Allora bisogna anche garantirsi le risorse per questo successo e questo consumo smisurato, e il risultato di ció è un lavoro smisurato. Piú uno sente che i propri desideri sono insoddisfatti piú consumerá. E piú uno consumerá, piú dovrá produrre. E a questo punto la porta della cella é chiusa.

Nella nostra societá non vi è solo una abitudine al superfluo, ma vi è una vera e propria ingiunzione morale al superfluo. L’imperativo dell’ideologia dominante nella civiltá dei consumi è: “divertiti”, “godi”, ossia, “consuma” . Una vita è pienamente vissuta quando si risponde a questo “richiamo osceno” (in parole di Slavoj Zizek). La paura della morte, onnipresente in tutte le civiltá, con il suo conseguente bisogno di spiritualitá, sembra sia stata rimossa dalla nostra coscienza collettiva. Pare che la gente sia dimentica dell’appuntamento con la Morte, o incurante. Invece, ad una piú attenta analisi la paura della Morte ha solo cambiato immagine: non è la Morte in sé a far paura oggi. Ma la paura di non aver goduto abbastanza, quando la Morte arriverà  La Morte fa paura solo se arriva prima del godimento dei piaceri, solo se impedisce il consumo. Viceversa, se ci si diverte, i.e.consuma, allora non si ha ragione per temere la Morte, perché quando la Morte arriverá, la vita sarà già stata vissuta pienamente. Il divertimento, e quindi il consumo di beni superflui, sono diventati l’esperienza che conferisce senso alle nostre vite. Una specie di missione esistenziale. Se questa missione di piacere é compiuta, la Morte non é piú un pericolo: “la vita era una, ho comprato e mi sono divertito piú che ho potuto e ora posso riposare in pace“. Il consumo é arrivato ad avere una valenza trascendentale: il consumo é redentore dell’anima.

L’ingiunzione morale al consumo del superfluo è causa di una diffusa infelicitá nella nostra epoca. Questa ingiunzione condanna la gente ad uno stato di continua insoddisfazione. Si è infelici non perché si è sbagliato qualcosa, si crede comunemente, ma perché non si riesce a godere abbastanza, perché non si consuma abbastanza. Milioni di persone infelici si riversano psicologi con una prognosi giá auto-diagnosticata: “non riesco a godere la vita”. E se non riescono a divertirsi, ovviamente la vita non ha piú significato. Senza sospettare che il nocciolo del problema è la loro vulnerabilitá e sottomissione alla chiamata oscena che comanda di divertirsi.

II. INFELICITÁ PROGRAMMATA
Il nostro sistema economico è basato su una enorme capacitá produttiva di beni inutili. Per sopravvivere, questo sistema ha avuto bisogno di rimodellare l’individuo umano contemporaneo secondo la proprie necessitá. Per sopravvivere ha dovuto creare un nuovo consumatore che sia un tossico-dipendente del consumo. Una crescita economica indefinita puó persistere solo se vi è un consumo continuo. Una crescita economica indefinita puó essere conseguita solo seminando l insoddisfazione ovunque vi sia soddisfazione, perché chi é soddisfatto non compra.Una crescita economica indefinita deve creare scarsitá ovuqnue ci sia abbondanza, perché ció che é presente in grande abbondanza non puó essere venduto o non puó essere venduto bene come ció che é presente in quantitá limitatá. Ovunque non vi sia un bisogno o una scarsitá, vi è una riprovevole occasione perduta di ottenere un guadagno e contribuire alla crescita economica.

Un sistema basato sulla crescita economica perenne richiede un individuo che viva solo per consumare, che apprezzi al massimo grado piaceri che vengono da beni limitati (e.g. grattarsi non é incluso), e che contribuisca alla limitatezza dei beni. Ossia un individuo che esista solo per godere e per distruggere il pianeta. Pasolini definí pregnantemente l’ideologia che anima l’individuo contemporaneo “edonismo consumista”.

L’ edonismo consumista è il principio che permette al sistema economico basato sulla crescita indefinita di sopravvivere. La gente é tenuta costantemente infelice e la Natura sistematicamente distrutta, tutto sacrificato sull altare della crescita economica. L’infelicitá della gente non é un effetto collaterale della societá moderna, ma il pilastro su cui si regge il sistema economico. La felicitá non compra e non sente neanche il bisogno di produrre. Ma se le persone sono infelici, compreranno e lavoreranno, consumeranno e produrranno.

III. PERCHÉ ELIMINARE I BISOGNI SUPERFLUI
Per queste considerazioni, la scelta di rimuovere completamente i nostri bisogni superflui è innanzitutto una scelta spirituale, perché permette di sfuggire alla trappola dell’edonismo consumista e alla costante inquietudine che ne é alla base. Abbattendo l’ingiunzione al consumo, che ci è accuratamente inculcata sin da quando siamo bambini, è possibile riprenderci il nostro tempo, riscoprire un altro senso all’esistenza, una vita incredibilmente piú facile. Eliminando i bisogni superflui, disarmiamo l’infelicitá.

Inoltre vi è un’altra ragione per cui rinunciamo al superfluo, strettamente connessa alla felicitá. Il consumo crea dolore ad altri esseri, e non é immaginabile di poter costruire la propria felicitá sull’infelicitá altrui. Il consumo di beni superflui brucia risorse, e priva altri esseri viventi delle risorse che necessitano per soddisfare i propri bisogni vitali. Cosí creiamo loro dolore e li priviamo della libertá che spetta a tutti gli esseri del Creato. La luce del sole, il vento, la pioggia, gli alberi, i fiumi e i prati verdi furono fatti per tutti, e non solo per noi. Rubare tutte queste meraviglie ad altri esseri al fine di soddisfare i propri idioti bisogni superflui , e poi aspettarsi pure di essere felici, é davvero da sprovveduti.

A queste motivazioni, se ne aggiunge una di ordine pratico: l’eliminazione dei bisogni superflui rende un’esperienza di sussistenza piú realizzabile. Un problema molto diffuso fra comunitá intenzionali che praticano l’auto-sussistenza, e che spesso ne decreta la fine, è costituito dalle scarse disponibilitá economiche. Un minimo di attivitá produttive sono pur necessarie per pagare tasse e garantirsi qualche bene necessario che non puó essere autoprodotto o puó esserlo solo con grandi difficoltá (e.g. sale, metalli, utensili). Ma se i bisogni da coprire sono molti, crescono anche le dimensioni delle attivitá produttive esclusivamente finalizzate a valori di scambio (quelle che generano denaro) . Noi non vogliamo che queste attivitá abbiano un ruolo centrale nelle nostre vite. Quindi consumare di meno è il modo piú semplice per diventare ricchi.

Infine, come motivazione di secondaria importanza, l’eliminazione del bisogno del superfluo é la rivolta piú efficace contro il sistema e contro le elites finanziare che ne sono a capo. Infatti, solo apparentemente le banche, le corporates multinazionali e i grandi consorzi sono invulnerabili. Ad una attenta analisi, loro hanno bisogno di noi piú di quanto noi abbiamo bisogno di loro. Ci  sembrano impavidi, questi signori, ma in realtá non lo sono. Non hanno paura di chi dimostra contro di loro, perché sanno come ignorare. Non hanno paura di chi li sputtana perché sanno come zittire. Non hanno paura di chi usa la violenza, perché sanno di poter rispondere con violenza ancora maggiore. Non sono sono invulnerabili a qualsiasi protesta “democratica”, ma addirittura concedono la libertá di esercitare queste forme di protesta. In questo modo i sottomessi possono sentirsi liberi, essendo loro permesso di sfogare tutta la loro frustrazione causata dalla consacrazione delle loro esistenze al culto della crescita economica. I prigionieri possono urlare il loro dissenso, viene data loro l’illusione di avere il potere di cambiare il sistema alle prossime elezioni, eliminando i politici corrotti e promuovendo politici moralmente integri, e sono convinti che con il tempo la civilizzazione e il progresso continueranno a migliorare il benessere umano, proprio come é accaduto negli ultimi 3000 anni della nostra gloriosa civiltá. Quindi dopo aver espresso tutta la loro indignazione contro il sistema, il lunedì mattina i prigionieri andranno al lavoro con l’animo piú leggero, rincuorati dalle libertá concesse dal potere, e una nuova produttiva settimana puó iniziare. Dopo qualche settimana di lavoro massacrante, la rabbia e la frustrazione daranno dimenticate, e la mente si sará concentrata giá alla prossima visita con la famigliola al centro commerciale, dove nel frattempo sono usciti i saldi…

Noi non vogliamo nulla di tutto ció. Rifiutiamo qualsiasi libertá che é concessa, perché accettare una libertá concessa dall’alto significa accettare la propria sottomissione. La Libertá non puó essere data come un buono sconti al supermercato, non puó essere venduta o regalata come un prodotto preconfezionato pronto per l’uso, o come omaggio per aver scelto il nuovo partito politico. La libertá puó solo essere conquistata da soli,  a prezzo di pazienti sforzi intellettuali e tramite un percorso spirituale che dura una vita intera.

TERZA SERATA IL VOLTO DI DIO
Queste note che trovi qui riportate non sostituiscono la terza meditazione, ma ne costituiscono un valido complemento per inquadrale il Carisma dello Scarto di cui è permeata la nostra Associazione.

Chi volesse rivedere la meditazione può cliccare qui di seguito:

I. LA CULTURA DELLO SCARTO
“Le persone vengono scartate, come se fossero rifiuti” Ha detto il Papa Francesco il 5 maggio 2013 a Roma. “Questa “cultura dello scarto” tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti. La vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora – come il nascituro –, o non serve più – come l’anziano”. Queste parole che ci portano con forza nel mistero della difesa della vita: il bravo medico è colui che non interviene limitandosi a far sparire i sintomi, ma chi attacca il male alla radice: dareste ad un malato di tubercolosi uno sciroppo per la tosse o l’antibiotico che distrugge la malattia? Papa Francesco sta facendo proprio questo: ci mostra il reale nemico che prima ancora di essere questo o quel comportamento è la cultura che respiriamo, appestata da decenni e decenni di quello che Benedetto chiamava con riferimento filosofico “relativismo etico”, e lui, sottolineando l‘aspetto sociologico, “cultura dello scarto”.

II.  CULTURA DEL RIFIUTO
Non possiamo non notare che questa è la prima generazione che crea rifiuti; finora l’idea stessa di “rifiuto” non esisteva perché tutto veniva riciclato riusato, regalato, trasformato. Cinquant’anni fa non esisteva che si uscisse di casa carichi di sacchi di spazzatura; oggi è la norma, in una società che crea per distruggere, che non è affezionata a quello che produce, ma solo al rendimento, in barba al consumo e allo spreco.  Così è nata l’idea di rifiuto che ben presto è diventata un problema sociale sia per l’inquinamento che provoca sia per la perdita di materiale che viene buttato via spesso ancora efficiente. Ma la “società del rifiuto” che consuma e scarta, finisce per farlo con le stesse persone. E qualcuno, anzi molti, finiscono per essere esclusi, anzi per essere non-persone.  Ma ridurre gli individui ad una visione utilitaristica e considerarli solo come consumatori non è solo un problema morale, ma è un problema anche per la medicina, come spiega il «Journal of Intellectual Disabilities» (2012) parlando di un’illusoria utilità del mondo consumista per chi non è “normodotato” e dunque non “consuma” quello che la pubblicità indica e quello che la “crescita del PIL” richiede.

III. UN TERRENO FERTILE?
La cultura dello scarto (o del rifiuto) rende il mondo invivibile e di questo si rendono conto anche personaggi di estrazione culturale laica. Vediamo qualche esempio. Zygmunt Bauman, sociologo polacco, spiega che accanto a quelli urbani, la società consumistica produce “rifiuti umani”, entrambi assimilati da una presunta inutilità e alla fine anche l’uomo diventa un rifiuto, uno scarto così come disabili, bambini non voluti, poveri… l’uomo non perfetto diventa scarto della società. Ma guardiamo il mondo della cultura: viene da ricordare il film «Asini» (1999) in cui Italo (Claudio Bisio) è un quarantenne milanese che vive alla giornata, e verrà chiamato quasi per caso a fare da insegnante di ginnastica in un convento francescano che raccoglie asini (animali da lavoro sempre più indesiderati e inutilizzati) e che dà rifugio a ragazzi orfani e problematici («asini» anche loro, ma in un altro senso). A contatto con questa realtà insolita, Italo dovrà cercare di dare ai ragazzi un ruolo nella vita (insegnando loro a giocare a rugby), dando un senso anche alla propria: tre “periferie” dell’esistenza che diventano scarti: quella del protagonista, quella degli animali e quella dei bambini, ma che uno sguardo buono sa redimere. Un altro film si basa sull’avversione alla cultura del rifiuto: è «Si può fare» (2008). Ancora Bisio nei panni di Nello, un sindacalista che viene trasferito alla Cooperativa 180, una delle tante sorte per accogliere i pazienti dimessi dai manicomi. Dopo alcuni attriti iniziali con i pazienti, Nello decide di far capire loro il vero spirito di una cooperativa coinvolgendoli maggiormente e viene presa la decisione di abbandonare il lavoro assistenziale e di entrare nel mercato diventando posatori di parquet. Dopo il primo lavoro, fallito per inesperienza, riescono ad ottenere un appalto in un atelier d’alta moda, ma il giorno della scadenza della consegna finisce il legno, e Luca e Gigio (Giovanni Calcagno e Andrea Bosca) decidono così, vista anche la loro abilità artistica, di usare gli scarti per realizzare un pannello raffigurante una stella e coprire così l’intero pavimento. L’idea, oltre a venire molto apprezzata, si fa strada e la cooperativa ottiene sempre più appalti. In entrambi i film, si afferma il principio che nulla e nessuno è «un rifiuto»: né i bambini con disagio sociale o i quadrupedi del film «Asini», né i disabili mentali o i pezzi di legno scartati per il parquet di «Si può fare».
Infine, come non citare un libro che compie oggi proprio 50 anni e merita di essere riletto’? E’ “La giornata di uno scrutatore” di Italo Calvino. La storia narrata è semplice: è quella di un militante politico mandato a fare lo scrutatore elettorale in un seggio presso l’istituto del Cottolengo di Torino in cui si raccolgono casi di estrema gravità clinica, spesso inguaribili, rifiutati dalla società, seguiti solo dall’istituzione religiosa. “Nel crudele gergo popolare, quel nome era divenuto per traslato epiteto derisorio per dire deficiente, idiota, anche abbreviato secondo l’uso torinese, alle sue due prime sillabe: cutu.”. E lo scrutatore impatta nella realtà della malattia curata con dedizione e grazia tra le mura dell’antica istituzione, e quasi profeticamente lo scrutatore comincia a guardare i malati gravi che lo circondano in quell’improbabile situazione con occhi nuovi: “L’idiota e il cittadino cosciente erano uguali in faccia all’onniscienza e all’eterno, la storia era restituita nelle mani di Dio (…); porre la bellezza troppo in alto nella scala dei valori, non è già il primo passo verso una civiltà disumana che condanna i deformi ad essere gettati da una rupe?” I suoi pensieri si interrompono con una brusca telefonata della fidanzata Lia: è incinta. E da questo momento le domande su cosa è umano passano sulla creatura appena concepita, domande che abbracciano il concepito e il disabile fino a capire che nell’analisi fatta dalla sua ideologia mancava qualcosa:“E pensò: ecco, questo modo di essere è l’amore (…) gli sembrò di aver capito come nello stesso significato della parola amore potessero stare insieme una cosa del genere di quella sua con Lia e la muta visita domenicale al Cottolengo del contadino al figlio”. E in questa riflessione inizia a ribellarsi alla possibilità che Lia vada a Liverpool ad abortire. Anche qui le periferie esistenziali del feto appena concepito e dei disabili si intrecciano e il protagonista si ribella alla società dello scarto che vorrebbe occultare entrambe le situazioni.
IV . INCONTRARE SENZA CEDERE
Sono esempi di chi sente che i limiti dell’ideologia liberista sono angusti, ma spesso non sa trovare un’uscita. Papa Francesco parlando di cultura dello scarto, tende una mano a chi soffre questa asfissia in un mondo che divide le persone in “utili”  ed “inutili”; e proprio perché addita la cause, non cede sulla messa in guardia verso gli effetti infausti qualunque essi siano. E aspetta con pazienza e passione che chi soffre per una società che emargina, arrivi a lottare contro tutte le emarginazioni, dalla soppressione del concepito allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Mettendo in guardia anche noi dal non essere settoriali: la lotta per la vita deve essere anche per noi la lotta contro ogni emarginazione, non solo contro alcune. Ma individuato il nemico, la cultura dell’usa-e-getta, diventa più facile per tutti indirizzare gli sforzi per un’umanità migliore, più accogliente e meno egoista. Quanto distante è infatti la cultura dello scarto da quella che ha creato l’Europa e favorito il progresso culturale del mondo, ben riassunta nelle parole di San Paolo  che compendiano lo stupore e l’amore verso il creato: “Omnis creatura bona”: Ogni creatura è buona. Dio non sbaglia: per questo nulla e nessuno è un rifiuto.