Regala un Sorriso

REGALA UN SORRISO IN GAZA 2014: CAMPAGNA DI AIUTI MEDICI


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PER LA NOSTRA INIZIATIVA PUOI APPROFONDIRE CLICCANDO QUI: REGALA UN SORRISO A GAZA 2014

PROVACI: TI TROVERAI TRA I NOSTRI SEI FERITI… PER UN MOMENTO DI MEDITAZIONE!

I. INTRODUZIONE: UNA ESPERIENZA CHE DIVENTA TESTIMONIANZA, L’INCONTRO CON I FERITI

Mi ritorna in mente quanto vissuto in prima persona a Gerusalemme nel mese di settembre. Durante un pellegrinaggio in terra santa con don Gigi, abbiamo preso la decisione di andare a incontrare 6 feriti della guerra che ha coinvolto Gaza. Faccio una breve premessa, durante la mia attività a Niguarda a Milano, sono stato responsabile di diversi progetti di cooperazione internazionale tra l’ospedale e diverse realtà sanitarie in paesi meno fortunati (in Brasile a Belo Horizonte, in Africa ad Asmara in Eritrea e ad Porto Novo in Benin, in Medio Oriente a Beirut in Libano e ad Amman in Giordania, Est Europa a Sofia in Bulgaria). Il contatto con quelle realtà presentava sempre quadri complessi e toccanti, soprattutto per chi come me, da tecnico delle organizzazioni sanitarie, vede quanta  strada devono ancora percorrere per poter dare una risposta ad un bisogno di salute che non ha confini o nazionalità. Ma l’incontro con il disastro della guerra, qualunque ne sia l’origine, ci ha lasciato il segno. Ma andiamo con ordine: siamo a Gerusalemme in un pellegrinaggio in Terra Santa e Don Gigi mi propone l’idea di andare a visitare, con tutto il gruppo di 15 persone, alcuni feriti di Gaza ricoverati presso l’ospedale di Gerusalemme.

Opero in sanità da anni e sapevo bene che cosa ci aspettava;

per questo ci siamo chiesti, Don Gigi ed Io:

  • se era il caso,
  • se ne valeva la pena di coinvolgere 15 pellegrini venuti in Terra Santa per vedere ed incontrare i luoghi più significativi della nostra religione.
  • persone ancora piene dell’esperienza bella del pellegrinaggio, catapultate in un ospedale di Gerusalemme nella zona mussulmana per incontrare lo scempio della guerra.

La preoccupazione che ci frullava in testa era come riuscire a dare un senso alla sofferenza, perché vedere da vicino, in diretta, quasi toccando con mano persone che soffrono, o diventa un grande dono, oppure diventa inevitabilmente un peso insopportabile.Ma se ben pensiamo poi è così per ciascuno di noi di fronte al dolore e alla malattia di una persona cara nelle nostre ricche città o nei moderni ospedali.

 

Per cui Don Gigi ha deciso di sì, che valeva la pena andare tutti.

  • Bene, per tutti noi quell’esperienza è diventata testimonianza.
  • come testimonianza è quella che abbiamo davanti agli occhi ormai da settimane, quella dei nostri fratelli cristiani che si trovano a subire persecuzione, a soffrire e a correre il quotidiano rischio della vita per affermare la loro fede.

Molti di noi hanno avuto, in certi momenti eccezionali, un’esperienza che ci ha coinvolto se non travolto. Magari un’ esperienza vissuta o superata in cui non siamo stati eroi, ma che ci ha risvegliato. Credo proprio che noi in quell’ ospedale:

  • abbiamo vissuto un incontro capace di risvegliare l’io,
  • uomini e donne veri davanti ad un fatto accaduto, le ferite, le atrocità di qualsiasi guerra.
  • tutti abbiamo avuto un sussulto, il desiderio di fare qualcosa.

Il rischio è che passata l’emozione ci dimentichiamo, e tutto resti uguale:

  • come questo sussulto può diventare stabile, può resistere ai nostri impegni quotidiani, agli affanni, alla distrazione?
  • come poi non ritornare al tran tran e accontentarsi che tutto diventi di nuovo piatto, squallido, “ridotto”?

Giorgio Gaber descriveva così questo bivio:

Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.

Ci si sente come in due: da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo

Per questo ciascuno di noi deve vedere:

  • se è già nella condizione del “gabbiano , senza più neanche l’intenzione del volo”
  • o se  ritrova ancora in se stesso il desiderio di volare (perché il desiderio è il motore che muove tutto),
  • con la coscienza

che non soltanto non ha “perso la vita vivendo”, per dirla con Eliot,

che la fatica di vivere non gli ha tagliato le gambe, come dice Pavese,

ma che la sta guadagnando vivendo.

E’ questo il senso della vicenda di Gaza è l’accettare di fare un pezzo di strada con chi soffre che ci consente di fargli sentire il nostro sostegno e soprattutto di imparare il vero valore della vita.

E proprio per questo ci può aiutare come uomini a comprendere l’esperienza del dolore e, grazie alla testimonianza di Santina, a valutare la vita riportandola sempre e solo all’essenziale.

  • non stiamo in poltrona ad applaudire Papa Francesco quando ci spinge verso le periferie esistenziali. Alziamoci e attraversiamole queste periferie.
  • non serve partire, possiamo fare tanto anche qui, anche oggi.

carlo nicora

 

II. BRANDELLI DI CARNE INSANGUINATA

Volo Tel Aviv – Roma, Domenica 14 settembre 2014, ore 17,30

«È come se la guerra si appropriasse della nostra vita intima, la confiscasse, la nazionalizzasse. E quando ce la fa è come se gli esseri umani si accartocciassero su se stessi dalla paura, dall’odio, dal sospetto e cercassero di vivere al minimo, perché se per un momento ti concedi il lusso di provare un sentimento, sarai sopraffatto dalla violenza della realtà. Io invece voglio mostrare il potere e la forza della vita, come l’immaginazione possa cambiare la storia, come sia possibile non sentirsi sempre impotenti, dopotutto, ma riuscire anche a superare la paura della guerra, la paura costante di perdere i tuoi figli.»

David Grossman, 4 dicembre 2008

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Dal finestrino dell’ aereo osservo il tramonto del sole mentre stiamo volando sopra un tappeto di nuvole bianche sul Mar Mediterraneo. Sto ritornando a Roma da Israele dove mi sono recato in viaggio per cinque giorni. Il 12 settembre ho voluto incontrare i feriti della Guerra di Gaza ricoverati nell’ospedale San Giuseppe a Gerusalemme.

Vogliamo con la nostra Associazione ONLUS Amici di Santina Zucchinelli dare un aiuto a queste persone sofferenti. In verità desideravo un incontro, ma non pensavo fosse così impressionante! Sono stanco, gli occhi mi si chiudono, i piedi fanno male per il troppo cammino. Sono indolenzito, ma la volontà è quella di scrivere durante le ultime ore di questo meraviglioso viaggio gli istanti passati vicino a sei feriti della assurda guerra di Gaza. La guerra sappiamo tutti che provoca feriti, è scontato: la televisione ed i film c’è lo raccontano…. Ma un conto è guardare da lontano, seduti in una comoda poltrona davanti al televisore, un conto è invece coinvolgerti con il dolore e farlo gridare nel cuore. Questo ti mette i brividi, questo ti fa vomitare! Piedi amputati, mani maciullate, ventri squarciati e ricuciti. Ma soprattutto gli occhi, gli occhi del dolore, e gli occhi di una persona precisa che ha un nome e cognome e una età precisa. Mohammed, Yussef, Imam… Sono alcuni dei nomi dei ragazzi, bambini e giovani che abbiamo incontrato.

Mi ero preparato, mi ero predisposto, attendevo quel’ incontro, ma entrato nella prima camera, dove incontro un bambino di 13 anni di nome Mohammed, mi sono sentito totalmente inadeguato nel tentativo di leggere la sua vita. L’ infermiera araba con grande gentilezza mi fa entrare… La camera è divisa in due da una tenda. Vedo un bimbo magro, magro. L’ essere così magro mette in evidenza ancora di più dei grandi occhi neri completamente… vuoti!

Mi renderò conto solo dopo che la guerra provoca la più grande ferita nel cuore e nella testa prima che nel corpo.

Respira a fatica e guarda con paura attorno a lui. È un bambino musulmano, il primo bombardamento ha squarciato a Gaza la sua casa, il ragazzo fugge in un’ altra abitazione per non essere ucciso. È spaventato, il fragore della bomba, il crollo della casa è impressionante. Fugge il piccolo dalla morte e si rifugia nella casa accanto. Per alcuni brevi istanti si sente al sicuro, protetto da quelle solide pareti, senza ancora rendersi conto che la sua casa ora è solo un cumulo fumante di macerie. Sta per riprendere a respirare normalmente, il suo cuore si è calmato. Invoca Allah che lo protegga. Il silenzio di morte è ritornato, ma nei primi istanti regala una falsa quiete, dopo il fragore terrificante della bomba sganciata. Mohammed, si illude di essere in salvo, non è riuscito ancora a fare un preciso bilancio di quanto è avvenuto nella breve manciata di cinque veloci minuti fuggiti via regalando morte. La sua testa non è ancora sufficientemente lucida nel chiedersi: e la mia famiglia? I miei fratelli, genitori, parenti: dove sono? Questi pensieri forse sono giunti nella sua consapevolezza ora, mentre accarezzo delicatamente la sua mano nella quale è infilata una flebo. A Gaza, nella casa in cui è stato accolto, Mohammed si guarda attorno, il sorriso confortante dei vicini che lo hanno accolto regala a lui per alcuni istanti sicurezza. Si sente addirittura bene, sembra forse un brutto gioco appena finito, o un incubo da cui si è risvegliato. La martoriata strada della città è tutta un colabrodo surreale, le macerie delle case distrutte regalano visioni apocalittiche, Mohammed si affaccia e scorge volti sanguinanti o pieni di lacrime, urla di dolore lacerano il silenzio, ma il ragazzo non pensa minimamente che tra poco toccherà a lui! Quelle grida di dolore, quei volti insanguinati, e pieni di lacrime troncano come una cesoia dolorosa ogni sicurezza di Mohammed: gli occhi non riescono a sopportare quella vista, il bambino richiude come un fulmine la porta, quasi a sigillare fuori il dolore, ma più tenta di chiudere fuori da se il dolore e più l’angoscia entra nel cuore. Nell’aria si avverte quasi impercettibile un rumore che in brevi istanti diventa un frastuono assordante. “Sono tornati!” Grida qualcuno da fuori…. Il caccia israeliano sgancia una bomba, poi una ancora, le case vicine tremano e crollano, Mohammed apre la porta e si precipita nella dissestata strada di Gaza e coree, corre, corre: sembra impazzito, il ragazzo magro e leggero sembra una lince inseguita da un cacciatore. Improvvisamente un boato, una esplosione e il ragazzo si sente travolto da una violenta onda d’ urto piena di micidiali schegge dell’ordigno. Il ragazzo è scaraventato contro una lastra di cemento della strada e giace a terra in una pozza di sangue.

Nel primo ricovero all’ospedale di Gaza subito subisce tre interventi eseguiti sommariamente. Un primo intervento chirurgico asporta la gamba destra, un secondo intervento cerca di suturare un orrendo squarcio nella spalla, ed il terzo intervento tenta di ricomporre l’addome devastato E poi la corsa verso l’ospedale di Gerusalemme. L’autoambulanza su cui il piccolo Mohammed è caricato viene bloccata al valico di frontiera di Erez, verso Israele. Cinicamente i giovani militari smontano le medicazioni alla ricerca di qualche ipotetico esplosivo nascosto nelle bende, a nulla vale il grido del medico e degli infermieri. Gli ordini sono inesorabili. Mohammed è stordito da un dolore insopportabile e la sua testa è ipnotizzata dalle terribili immagini e le due cose insieme producono un effetto di inferno nel corpo e nella testa martoriata del piccolo musulmano.

 

Con delicatezza scopro il ragazzo, mentre l’ infermiera mi continua a tradurre il pazzesco racconto dello zio di Mohammed che è al capezzale del ragazzo. E io mi ritrovo in una situazione paradossale in cui il racconto e la vista delle orrende ferite mi provoca il capogiro: non so se sia più forte la storia che odo dalla testimonianza dello zio, oppure le ferite che i miei occhi vedono! Comunque quello che provo è un profondo disagio, una grande sconfinata profonda amarezza. Non è una visita piacevole, e in questo aereo che mi conduce in Europa cerco con scrupolo di ricordare a me stesso cosa ho provato. Lo scrivere mi aiuta, ma probabilmente devo ancora molto riflettere e sedimentare.

Guardo Mohammed e mi rendo conto che il ragazzo necessita non solo di cure mediche e chirurgiche ma anche di una lunga e radicale cura psichiatrica.Se in ospedale vedi un ragazzo di soli 13 anni al quale hanno amputato la gamba destra, con uno squarcio nella spalla nella quale il tuo pugno può entrare e nel ventre una ampio taglio che percorre l’addome; bene, se ti dicono che questo è per una caduta da una impalcatura o perché ha sofferto un incidente stradale stai male.. ma se ti dicono che a ridurlo così sono state delle bombe scagliate da un altro uomo allora quello che provi è sgomento e gridi con le lacrime agli occhi a te stesso perché questa assurdità.

L’ infermiera ha finito di tradurre il concitato racconto dall’ arabo all’inglese. Ma io sono assente, il mio pensiero per proteggersi è passato dall’ inglese all’ italiano. Con le mani accarezzo il bambino, ne ascolto attentamente il respiro affannato, che mi risuona nel cuore anche ora mentre scrivo in questo aereo. Con gli occhi guardo le ferite e la sua disabilità. Che infinito orrore, che incredibile nodo di perversità e sofferenza: un nodo demoniaco che imprigiona la vita innocente di un ragazzo che soffre senza sapere il perché. Ed il perché non lo trovo neppure io: non vedo luce, vedo solo buio, vedo solo disastro, vedo solo angoscia nel suo volto. Prendo delicatamente il braccio di Mohammed e lo accarezzo nel tentativo di far sentire vicino a lui una parvenza di affetto. Il ragazzo gira il suo viso scarno e dai suoi grandi occhi scende una grande lacrima che asciugo con le mie dita. Da qualche angolo del mio cervello appare un ombra che poi prende forma in una pensiero sempre più preciso e luminoso: la carne di Gesù: questa è la carne sacra di Gesù! Lui è presente proprio qui e mi interroga. Se non riesco a vedere il Crocifisso nel piccolo ragazzo musulmano, come lo posso vedere in chiesa nell’Eucaristia? Papa Francesco mi insegna a vedere Cristo proprio qui.

L’infermiera mi chiama dolcemente e mi scuote con il braccio: “Monsignore venga, gli altri cinque feriti che sono qui ricoverati la attendono…” Guardo Mohammed, lo accarezzo lentamente nel’ impossibile desiderio di portarlo via con me, di portare via i suoi grandi occhi. Non posso, ma chiedo una fotografia con lui. È proprio guardando questa fotografia che qui sull’aereo ha preso corpo questa prima stesura dell’incontro con i sei feriti di Gaza…

La tenda si apre ed è il turno di Yussef, un altro ferito di soli quattordici anni, ma mi voglio fermare ho scritto troppo in questa ora di aereo… Devo meditare, interiorizzare e soprattutto pregare prima di continuare a scrivere…

Devo decidere se fosse il caso di scrivere, o forse velare di rispettoso e sacro silenzio altre storie che chiedono dignità, che gridano, compassione e che invocano Misericordia e pretendono tanto, infinito amore…

 

L’ aereo sta sorvolando lo spazio aereo italiano, ma il cuore è rimasto in quell’ ospedale attaccato a quei brandelli di carne pieni di sangue e ferite che sono quei ragazzi che mostrano a me la carne piagata sofferente purulenta di Gesù oggi crocifisso.

Adoramus te Christe et benedicimus tibi, quia per sanctam crucem tua redemisti mundum!

 

 

 

III. IL NOSTRO PROGRAMMA DI INTERVENTO PER SPESE MEDICHE DI SEI FERITI A GAZA

Scarica il modulo di iscrizione al programma per spese mediche: modulo adesione al programma di intervento a Gaza

Abbiamo erogato in data 14 ottobre 2014 EURO 1800 per i sei feriti che abbiamo preso in cura, ecco la distinta di pagamento: Euro 1800 per sei feriti di Gaza 14-10-14

09 Bonifico all'ospedale S Giuseppe di Gerusalemme

ECCO LA LETTERA RICEVUTA E PUBBLICATA DA NOI IL 4 DICEMEBRE 29014

Thank you letter Don

Come abbiamo fatto per il Brasile ed il Kenya dove ci siamo presi cura di venti bambini, anche per i feriti di Gaza abbiamo voluto creare un programma di aiuto per i sei feriti che abbiamo incontrato. Il nostro referente per tale programma sarà l’ospedale di San Giuseppe di Gerusalemme a Sheikh Jarrah nella zona est di Gerusalemme, gestito dalle suore di san Giuseppe dell’Apparizione. I nostri due referenti saranno il Direttore Generale dell’Ospedale il Dottor Jamil Koussa e Suor Suor Gilberte Saliba, libanese, Presidente del medesimo ospedale. Proprio a loro invieremo il sussidio di Euro 300.

Questo intervento di sostegno non si protrarrà per tre anni, ma si tratta di un unico intervento complessivo con il quale vogliamo contribuire a pagare le spese mediche dei nostri sei feriti. Come per le adozioni a distanza, a coloro che decideranno di aiutare il ferito, verrà inviata alla propria casa una fotografia del malato e la storia di quanto successo.

«Le famiglie e i feriti sanno che siamo qui per aiutarli e prenderci cura di loro», mi spiega suor Muna Totah. «Non conta di che religione siano. Tutti ci chiamano angeli e percepiscono il nostro amore». Ed anche noi vogliamo cercare di imitare il loro esempio e contribuire sia economicamente, che con la preghiera a lenire la sofferenza di alcuni di questi feriti di Gaza. L’uscita di questi sei feriti dalla Striscia di Gaza è stata resa possibile da un coordinamento tra la Caritas di Gerusalemme, la Mezzaluna Rossa, il Comitato internazionale della Croce Rossa e le autorità israeliane. Ogni paziente accolto a Gerusalemme è accompagnato da un familiare. «Sono gli israeliani che decidono quali feriti possono uscire. Ma è difficile avere alcun coordinamento con i medici di Gaza e così i pazienti arrivano spesso privi di qualsiasi documentazione (o cartella clinica)» mi spiega il dott. Maher Deeb. Anche se l’ospedale fa il possibile per trovare nuovi spazzi per accogliere questi pazienti in condizioni di urgenza, rincalza Deeb «quel che possiamo fare non è nulla rispetto ai bisogni clinici che si registrano a Gaza. Non è nulla se paragonato a quanto stanno facendo le equipe mediche sul posto, in condizioni più che precarie, in carenza di tutto e nell’impossibilità di operare quando manca l’energia elettrica».

L’atmosfera di questa visita al Saint Joseph sarebbe stata tetra se i ragazzi feriti non reclamassero un sorriso. Gesti di tenerezza e sorrisi il personale ospedaliero li distribuisce di cuore, prime fra tutte le suore. Suor Gilberte, suor Muna, suor Pauline e suor Imama passano di camera in camera, ma davanti ad ogni paziente il tempo si sospende, per dare a ciascuno quello di cui ha bisogno. «Oltre a questo, possiamo soprattutto pregare», dicono. Certamente, e alla preghiera si può associare l’aiuto concreto.

Per poter adeguatamente scegliere vi proponiamo in questo paragrafo le altre cinque storie che abbiamo voluto aiutare. Si tratta in tutto di cinque musulmani e di un cristiano; anche Mohammed di cui abbiamo descritto la storia è appartenente all’islam.

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JERJIS è il cristiano di 35 anni che abbiamo voluto aiutare. Ecco la storia della sua famiglia. Lo scorso 27 luglio a Gaza  è morta   la prima donna cristiana dall’inizio del conflitto a causa di un bombardamento israeliano. Incontro George Ayyad, il marito di 75 anni, che con l’aiuto della Caritas è riuscito a uscire dalla Striscia e a trasferirsi a Gerusalemme, dove all’ospedale di San Giuseppe sta vicino al figlio Jerjis, che nell’attacco ha riportato ustioni sul 90 per cento del corpo e ha dovuto subire l’amputazione di entrambe le gambe e una frattura alla spalla. All’ospedale di San Giuseppe le suore che vi lavorano cercano di impedire che all’elenco delle vittime si aggiunga il nome di Jerjis. Suor Gilbert Saliba mi spiega che non si fa alcuna distinzione tra musulmani e cristiani nelle corsie. «C’è un momento quando guardi tutta questa sofferenza in cui ti chiedi: “Dov’è Dio?”. Ma dopo guardo alla croce e vedo Gesù Cristo che pende da quella croce, vedo quanto dolore ha sofferto e capisco che lui è ancora vivo in tutto questo dolore. E noi sappiamo che lui vuole usare i nostri cuori, i nostri occhi e le nostre mani per essere misericordioso verso questi esseri umani». La suora afferma anche che si prega molto in ospedale, per aiutare i feriti ad accettare questo dolore. George Ayyad, il padre di Jerjis mi racconta il momento dell’esplosione: «Un missile di avvertimento è caduto sul tetto», racconta  «Io stavo preparando da mangiare. Sono andato sul tetto a controllare ma non  mi sarei mai aspettato di vedere un altro missile cadere dentro casa». Quando è sceso dal tetto, continua l’uomo, «ho visto mia moglie e mio figlio sotto le macerie. ». George è sopravvissuto insieme al figlio di 28 anni, Anton: «Noi sappiamo che Dio non si dimenticherà mai di noi e si prenderà cura di noi. Sono grato perché mio figlio Anton sta bene e Jerjis si sta riprendendo». George ha anche parole di ringraziamento per i medici e le suore dell’ospedale: «Se anche cercassi in tutto il mondo, non potrei mai trovare un uomo migliore di Jamil Koussa», il Direttore Generale del San Giuseppe. Tutti gli abitanti di Gerusalemme fanno quel che possono per aiutare l’ospedale a prendersi cura dei feriti e a coprire i costi, offrendo cibo e donazioni in regalo.

IMAN è una ragazza di 19 anni, che è arrivata in ospedale con ferite molto brutte ed aperte dovute ad un bombardamento. Viene da un ospedale di Gaza ed ha perso dieci parenti. La mamma era ricoverata in Egitto in gravissime condizioni ed è morta. La ragazza ancora non sa del suo decesso. Ha subito due interventi di chirurgia plastica per chiudere le ferite ed ha perso completamente l’uso del braccio sinistro a motivo delle gravi lesioni ai nervi del braccio. Quando la abbiamo incontrata portava un tutore al braccio. Iman pur in gravi condizioni è sempre stata cosciente e ce la sta mettendo tutta. E’ accudita da una zia che sta vicino a lei. La ragazza necessita di una profonda cura psichica per il forte trauma subito. Questa dolce ragazza è stata adottata dal gruppo di 15 pellegrini che con me hanno visitato l’ospedale di San Giuseppe e quindi in verità rimangono solo cinque casi da seguire.

YUSSEF è un ragazzo di quattordici anni. Ha sull’addome una impressionante ferita provocata da una bomba sganciata dagli aerei israeliani, anche il suo corpo è pieno di ferite provocate da schegge dell’esplosione. Il ragazzo ha avuto gravi problemi di infezione perché il sommario intervento a Gaza non era stato ben fatto e anche nell’attuale decorso postoperatorio porta ancora il drenaggio. Si spera che in alcune settimane possa tornare a Gaza. In ospedale si trova con lo zio che, essendo venerdì, è andato a pregare alla moschea. Nei bombardamenti ha perso il padre. Ogni bombardamento a Gaza uccide molte persone a motivo dell’alta densità di popolazione che vede l’ammorsarsi di case. Nel ragazzo si nota che, per i gravi fatti subiti, ha bisogno anche di un recupero psichiatrico.

ACRAM ABU ADRA è un uomo di quaranta anni che si è visto maciullare le due gambe; dopo un primo intervento a Gaza, è stato portato a Gerusalemme, ma non si è ancora sicuri che le due gambe non debbano essere amputate. Il Direttore Sanitario il Dottor Maher Deeb. mentre mi parla mi dice che è molto difficile far cicatrizzare le ferite provocate da proiettili che sembrano avvelenati. Le ferite pur ben curate si infettano e quasi il 50% dei feriti muore, anche dopo essersi sottoposto a opportune cure. Acram ha perso il fratello durante il bombardamento ed è completamente assente, necessità di appropriata terapia psichiatrica.

MOHAMMED ALEFI è un bimbo di solo cinque anni che visitiamo in Terapia Intensiva con il Dottor Carlo Nicora, Direttore Generale dell’Ospedale S. Giovanni XIII di Bergamo. E’ il caso più penoso e commovente. Nel bombardamento il piccolino ha subito una frattura della famosa vertebra C2 (l’osso del collo come viene chiamata) e così il danno neurologico è stato praticamente inevitabile dato che si tratta di vertebre dalla conformazione particolare, che si trovano appena sotto il cranio, dove passa il tronco cerebrale, responsabile del centro del respiro e della regolazione delle funzioni basali. Il nostro piccolo amico Mohammed ha perso completamente la capacità di muoversi e di respirare da solo. Il bambino, se riuscirà a vivere, sarà per il resto della vita completamente paralizzato e attaccato ad un respiratore. Il Direttore Sanitario del San Giuseppe ci dice che forse esiste qualche possibilità che il bambino venga trasferito in Germania.

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IV. UN TRISTE PRIMO GIORNO DI SCUOLA

Triste primo giorno di scuola quello per i bambini della Striscia di Gaza domenica 14 settembre. Il suono della campanella avrebbe dovuto riportare in classe 241mila studenti in 252 scuole. Nei 50 giorni dell’operazione militare israeliana “Margine protettivo” le scuole danneggiate sono state più di 220 e tutt’ora almeno 26 edifici scolastici offrono riparo a famiglie rimaste senza abitazione. Per questo motivo sono stati programmati i doppi turni, con insegnanti e studenti che si alterneranno nelle scuole disponibili. Negli scontri tra Israele e Hamas hanno perso la vita, secondo l’Unicef, almeno 501 bambini e oltre 3.374 sono stati feriti.

«Numeri che feriscono», mi spiega al telefono padre Aktham Hijazin, responsabile delle scuole del Patriarcato latino di Gerusalemme che a Gaza gestisce direttamente due istituti con oltre mille studenti, il 90% è musulmano, con circa cento docenti. «Accogliendo i bambini musulmani insegniamo la tolleranza, la convivenza e il rispetto reciproco, costruendo ponti e non muri. Educhiamo, in poche parole, alla pace», racconta il sacerdote che crede che «questa è la strada giusta da seguire per contrastare il fondamentalismo crescente nella Striscia ed evitare altre guerre in futuro». Ma intanto bisogna fare i conti con il disastro provocato dalla guerra appena finita, sebbene si sia raggiunto “solo” un accordo di tregua e non di pace. «Non sarà facile – dice – fare l’appello. Il grande e concreto timore è che tanti banchi resteranno vuoti. Quanti bambini morti? Quanti quelli feriti e mutilati che non potranno, almeno all’inizio, frequentare le lezioni?». Domande che avranno presto una risposta. Intanto bisogna pensare a tutti quelli che riprenderanno le lezioni e per i quali la felicità del ritorno in classe è stata cancellata dal peso della violenza di questi giorni. «Tornare a scuola non sarà facile – ammette sconsolato don Hijazin – non possiamo chiedere ai nostri alunni di aprire subito i libri. Prima dei libri è necessario aprire i cuori, raccontarci ciò che abbiamo vissuto, ciò che di male abbiamo visto. Psicologicamente sono bambini e giovani distrutti». Per alleviare la loro sofferenza abbiamo voluto, di concerto con il nostro team di sostegno psicologico, dedicare la prima settimana di scuola al gioco, alla condivisione, a portare avanti attività utili a far uscire l’angoscia e la paura che si portano dentro. Con loro ci saranno anche i docenti, che nonostante abbiano anch’essi sofferto perdite e subìto danni, si prodigheranno per essere vicini ai bambini e ai ragazzi. Hanno bisogno di parlare di comunicare. Hanno vissuto per circa due mesi chiusi in casa, sotto le bombe, al buio, spesso senza cibo e acqua, hanno visto morire i loro cari ed ora sono traumatizzati». Nel frattempo proseguono i lavori di risistemazione delle scuole. In quelle del Patriarcato da molti giorni opera una squadra di operai specializzati per ripristinare bagni, impianti elettrici, finestre e infissi vari, tutti danneggiati dalle bombe o in qualche modo utilizzati dalle migliaia di sfollati interni assistiti dalla Caritas Jerusalem. «Bisogna rimettere a posto ogni cosa – afferma il sacerdote – e dare così alle scuole la loro originale funzionalità. È una corsa contro il tempo per rimettere a posto vetri alle finestre, tende, banchi, lavagne e sedie». Un lavoro da oltre 150mila dollari. E non importa se tante famiglie non potranno pagare la retta. «Come puoi chiedere ad un padre di famiglia che ha perso tutto, casa e lavoro, di pagare? Da parte nostra non chiederemo nulla, chi potrà e vorrà darà il suo contributo. Pagheremo i nostri docenti ugualmente. Non so quanto riusciremo a fare – dice speranzoso – importante sarà che al suono della campana la scuola non abbia visibili i segni della guerra e della violenza. È difficile perché fare entrare nella Striscia di Gaza i materiali necessari a ricostruire non è semplice. Ma questi bambini meritano qualcosa di bello e colorato».

Tuttavia corre l’obbligo di raccontarla e di rielaborala questa ennesima guerra, senza cadere nel vortice dell’odio e del risentimento che pure si fanno strada tra gli alunni di Gaza. Come pure nei testi di scuola. Ne è consapevole padre Hijazin che sa bene come i più piccoli tra gli alunni abbiano, ormai, sulle spalle già tre conflitti con tutto il loro carico di rancore mal celato. «Insegnare a Gaza oggi significa riedificare i cuori e le vite dei più giovani. Rialzare case, palazzi, scuole e strade non basta più. Il rischio concreto che abbiamo davanti è quello di altra violenza, di altre morti, di altra distruzione»

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