QUANDO SONO DEBOLE
E’ ALLORA CHE SONO FORTE
TESTI PER IL NUOVO MUSICAL
DI CARLO TEDESCHI
Debutto Assisi, 3 Settembre 2011
Dopo la presentazione del libro avvenuta nella sala della Conciliziazione del Comune di Assisi (Cfr. Invito qui sopra riportato) , la Compagnia Teatrale di carlo Tedeschi il giorno 3 Settembre 2011 proporrà una riduzione teatrale del libro. Ecco i brani a cui si ispira il musical
PRESENTAZIONE
LA STORIA DI UN SASSOLINO BIANCO
All’inizio di questo musical voglio proporre un racconto molto bello che ha il pregio di trasformare una situazione di disperazione in un formidabile successo, con uno stratagemma inatteso perché siamo sicuri che Dio apre sempre una via dove pensi non ci sia. L’ascolto di questa novella vi preparerà bene alla rappresentazione. Molti anni fa, ai tempi in cui un debitore insolvente poteva essere gettato in prigione, un mercante di Londra si trovò, per sua sfortuna, ad avere un grosso debito con un usuraio. L’usuraio, che era vecchio e brutto, si invaghì della bella e giovanissima figlia del mercante, e propose un affare. Disse che avrebbe condonato il debito se avesse avuto in cambio la ragazza. Il mercante e sua figlia rimasero inorriditi dalla proposta. Perciò l’astuto usuraio propose di lasciar decidere alla Provvidenza. Disse che avrebbe messo in una borsa vuota due sassolini, uno bianco e uno nero, e che poi la fanciulla avrebbe dovuto estrarne uno. Se fosse uscito il sassolino nero, sarebbe diventata sua moglie e il debito di suo padre sarebbe stato condonato. Se la fanciulla invece avesse estratto quello bianco, sarebbe rimasta con suo padre e anche in tal caso il debito sarebbe stato rimesso. Ma se si fosse rifiutata di procedere all’estrazione, suo padre sarebbe stato gettato in prigione e lei sarebbe morta di stenti. Il mercante, benché con riluttanza, finì con l’acconsentire. In quel momento si trovavano su un vialetto di ghiaia del giardino del mercante e l’usuraio si chinò a raccogliere i due sassolini. Mentre egli li sceglieva, gli occhi della fanciulla, resi ancor più acuti dal terrore, notarono che egli prendeva e metteva nella borsa due sassolini neri. Poi l’usuraio invitò la fanciulla a estrarre il sassolino che doveva decidere la sua sorte e quella di suo padre. Che fare? Rifiutarsi di estrarre il sassolino? Mostrare che la borsa conteneva due sassolini neri e smascherare l’usuraio imbroglione? Estrarre uno dei sassolini neri e sacrificarsi per salvare il padre dalla prigione? Sono queste le soluzioni possibili? All’apparenza sì. La storia continua narrando che la ragazza, però, scelse un’altra soluzione: introdusse la mano nella borsa ed estrasse un sassolino, ma senza neppure guardarlo se lo lasciò sfuggire di mano facendolo cadere sugli altri sassolini del vialetto, fra i quali si confuse. “Oh, che sbadata! – esclamò – ma non vi preoccupate: se guardate nella borsa potrete immediatamente dedurre, dal colore del sassolino rimasto, il colore dell’altro!”. Naturalmente, poiché quello rimasto era nero, si dovette presumere che ella avesse estratto il sassolino bianco, dato che l’usuraio non osò ammettere la propria disonestà. In tal modo, la ragazza riuscì a risolvere assai vantaggiosamente per sé una situazione che sembrava senza scampo. La ragazza, in realtà, si salvò in un modo molto più brillante di quanto non le sarebbe riuscito se l’usuraio fosse stato onesto e avesse messo nella borsa un sassolino bianco e uno nero, perché in tal caso avrebbe avuto solo il cinquanta per cento delle probabilità in suo favore. Il trucco che escogitò le offrì invece la sicurezza di rimanere col padre e di ottenergli la remissione del debito. Quando si affronta un problema, è prassi comune delimitarlo entro una determinata inquadratura e cercarne la soluzione all’interno di essa. Si accetta come un dato dimostrato che una certa linea rappresenti i confini del problema, ed è entro questi confini che ricerchiamo la soluzione. Molto spesso però questi confini non esistono nella realtà e la soluzione può trovarsi al di fuori di essi. Sono sei anni che tentiamo di comportarci come si è comportata la ragazza del nostro racconto, di cercare soluzioni e senso di vita fuori dal comune modo di interpretare e vivere la disabilità, la malattia, la vecchiaia. Santina è una testimone formidabile di come la debolezza dell’uomo sia la forza di Dio. Un noto scrittore israeliano mi ha aiutato molto con alcune sue intuizioni profonde. Scrive David Grossman nel romanzo A un cerbiatto somiglia il mio amore dedicato al figlio morto nella guerra in Libano del 2006: Ricordati soltanto che a volte una cattiva notizia non è che una buona notizia che è stata fraintesa, e ricordati anche che quella che era una cattiva notizia può tramutarsi in buona col tempo, forse migliore con te. Possiamo dire che questo è avvenuto per mia Madre ed il libro ne è una concreta prova. Questa Rappresentazione, prende il titolo Quando sono debole è allora che sono forte (2Cor 12,10) da un’espressione di San Paolo nella Seconda Lettera ai Corinzi, nella quale l’Apostolo fa riferimento a una sua esperienza concreta, esistenziale. Evoca una situazione di debolezza fisica o psicologica, quale un’infermità o uno stato d’animo provato. Egli non si vergogna di ricordare ai Corinzi la situazione di debolezza, umanamente parlando sfavorevole, che ha caratterizzato la sua opera di evangelizzazione in mezzo a loro. Ma riflettendo su tale situazione egli vi coglie qualcosa di sorprendente: l’energia del Risorto. L’Apostolo ritiene di essere “forte” nella sua debolezza in quanto coinvolto nella dinamica vittoriosa del Crocifisso risorto. Proprio questa dinamica è misteriosamente presente anche nella vicenda di Santina Zucchinelli e questo musical intende mostrarlo. Proprio questa dinamica è uno dei più grandi insegnamenti di mia madre per la mia esistenza sacerdotale che vivo da venticinque anni. In questa rappresentazione emerge il volto spirituale di Santina, dopo l’anno 2005, l’anno dell’intervento al cuore e della sua lunga permanenza di nove mesi in ospedale. La rappresentazione mostra altresì come la vita di Santina abbia un senso e un significato seppur nella sua disabilità e nella sua sofferenza. È una donna che viaggia Santina, che percorre una volta e mezza il giro del mondo per raccontare la sua disabilità e la sua infinita debolezza, per mostrare in tutto questo la forza di Dio. La sua vita diventa così come per Paolo una sorta di predicazione missionaria e nelle decine di migliaia di chilometri percorsi, Mamma lascia la sua forte testimonianza cristiana. Il dolore e la disabilità di mia Madre non sono stati vani, ma hanno prodotto frutto e questo frutto deve essere raccontato e fatto conoscere. È una storia semplice e umile, ma che potrà far bene anche a te che stai leggendo. Concludo con le parole di Benedetto XVI: I singoli eventi della giornata sono cenni che Dio ci rivolge, segni dell’attenzione che ha per ognuno di noi. Tenere, per così dire, un “diario interiore” di questo amore sarebbe un compito bello e salutare per la nostra vita! Queste pagine sono proprio il diario interiore della vita di Santina Zucchinelli dopo l’anno 2005 e speriamo che si riveli bello e salutare per la vostra vita come lo è stato per la nostra.
PRIMA SCENA
I. SORRISO E SILENZIO
Con Santina ci siamo recati in Pellegrinaggio a Lourdes dal 6 al 13 febbraio 2011, in occasione della Festa della Beata Vergine di Lourdes e nella ricorrenza della Diciannovesima Giornata del Malato, entrambe celebrate l’11 Febbraio. Nell’occasione del Viaggio abbiamo scoperto una meravigliosa omelia di Papa Benedetto XVI, pronunciata proprio a Lourdes sul Sagrato della Basilica Notre-Dame du Rosaire, il lunedì 15 settembre 2008. In essa abbiamo trovato profonde riflessioni sulla figura di Maria e sul suo incantevole sorriso. Questi pensieri sembrano spiegare e dare significato anche all’umile ma ostinato sorriso di Santina, che unitamente alla sua preghiera, al suo silenzio ed alla sua sofferenza costituisce una delle caratteristiche fondamentali di questi anni di profonda debolezza e disabilità, riflesso dell’autentica forza di Dio. In questi anni in cui Mamma è disabile e malata, una caratteristica che più volte appare di questa sua nuova esistenza è il suo sorriso. Vorrei qui tratteggiare brevemente la storia di questo sorriso. Con sicurezza possiamo dire che tale meraviglioso sguardo di Santina appare dopo l’arresto cardiaco il 22 luglio 2005, Festa di Santa Maria Maddalena. Sembra che ci sia un’intima connessione tra quel terribile momento e il suo nuovo incantevole sorriso. Santina sorride in modo voluto, decidendo di sorridere, è consapevole di sorridere e decide Lei in totale autonomia di sorridere. Le caratteristiche del sorriso di Santina sono fondamentalmente due e riguardano i due organi del sorriso: luce negli occhi e silenzio sulle labbra. Ho studiato e meditato a fondo queste due componenti del sorriso di Mamma e le ho anche ordinate. Chi si avvicina a Santina viene impressionato dal suo bel sorriso, in seguito la persona avverte la luce negli occhi; Papa Benedetto XVI esclamò: Che occhi! (Secondo incontro, 5 novembre 2008). E come Lui tanti altri. Dopo aver visto i suoi occhi chi può fermarsi qualche istante con Lei domanda: Ma questa Signora può parlare? Solo alla fine si avverte il silenzio, nel conoscere il sorriso di Santina. Occhi e labbra, luce e silenzio, sembrano parole di una bella poesia, ed in effetti il sorriso di Santina è un poema, un inno alla Vita ed alla Fede. Ma questo sorriso è frutto di una grande disciplina di vita, di forte dolore e di una fede così grande che raccoglie Mamma in Dio. Santina per me ha messo un piede in Paradiso e dopo aver visto la meraviglia di quel mondo, torna a noi trasfigurata, con un raggio di quella luce sul suo volto, come i discepoli scendendo dal Tabor, o come Mosè alla discesa dal Monte Sinai. Il suo visino è trasfigurato in Dio, ed offre a ciascuno di noi un’infinita tenerezza: in questo si riassume principalmente l’incontro di molte persone con Santina. Lasciando Mamma tutti non possono fare a meno di dare a Lei un bacio o una furtiva carezza e portano via nel cuore la sua immagine indelebile. La notte dell’arresto cardiaco Santina ha incontrato il Suo Dio ed è tornata a dirci che la vita vera è in Paradiso. Mi piace qui paragonare il sorriso di Santina al sorriso delle grandi donne del Vangelo, al sorriso della Vedova di Nain quando Gesù risuscitò il figlioletto; al sorriso della profetessa Anna quando prese tra le braccia il piccolo Bambino Gesù; al sorriso della Samaritana quando andò ad annunciare che aveva incontrato Gesù; al sorriso dell’adultera perdonata; al sorriso di Marta e Maria nell’accoglierlo in casa; al sorriso della donna che viene guarita perché ha toccato il mantello di Gesù; al sorriso della cananea quando la sua ostinata fede ottenne da Gesù la guarigione della figlia, fino a giungere a due sorrisi meravigliosi che sono particolarmente vicini alla storia del sorriso di Santina: il sorriso della Maddalena nel contemplare per prima il Risorto ed il sorriso più bello dell’umanità che è quello di Maria, la Mamma di Gesù. Dovevamo andare a Lourdes per imbatterci nel sorriso di Maria, perché Maria alla Grotta rimane silenziosa e sorride. Ma leggiamo una bella pagina di Papa Benedetto XVI sul sorriso di Maria: Maria ama ciascuno dei suoi figli, concentrando in particolare la sua attenzione su coloro che, come il Figlio suo nell’ora della Passione, sono in preda alla sofferenza; li ama semplicemente perché sono suoi figli, secondo la volontà di Cristo sulla Croce. Il Salmista, intravedendo da lontano questo legame materno che unisce la Madre di Cristo e il popolo credente, profetizza a riguardo della Vergine Maria: “I più ricchi del popolo cercheranno il tuo sorriso” (Sal 44,13). Così, sollecitati dalla Parola ispirata della Scrittura, i cristiani da sempre hanno cercato il sorriso di Nostra Signora, quel sorriso che gli artisti, nel Medioevo, hanno saputo così prodigiosamente rappresentare e valorizzare. Questo sorriso di Maria è per tutti: esso tuttavia si indirizza in modo speciale verso coloro che soffrono, affinché in esso possano trovare conforto e sollievo. Cercare il sorriso di Maria non è questione di sentimentalismo devoto o antiquato; è piuttosto la giusta espressione della relazione viva e profondamente umana che ci lega a Colei che Cristo ci ha donato come Madre. Desiderare di contemplare questo sorriso della Vergine non è affatto un lasciarsi dominare da una immaginazione incontrollata. La Scrittura stessa ci svela tale sorriso sulle labbra di Maria quando ella canta il Magnificat: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore” (Lc 1,46-47). Quando la Vergine Maria rende grazie al Signore, ci prende a suoi testimoni. Maria condivide, come per anticipazione, con i futuri figli che siamo noi la gioia che abita nel suo cuore, affinché tale gioia diventi anche nostra. Ogni proclamazione del Magnificat fa di noi dei testimoni del suo sorriso. Qui a Lourdes, nel corso dell’apparizione del 3 marzo 1858, Bernadette contemplò in maniera del tutto speciale questo sorriso di Maria. Fu questa la prima risposta che la Bella Signora diede alla giovane veggente che voleva conoscere la sua identità. Prima di presentarsi a lei, qualche giorno dopo, come “l’Immacolata Concezione”, Maria le fece conoscere innanzitutto il suo sorriso, quasi fosse questa la porta d’accesso più appropriata alla rivelazione del suo mistero. Nel sorriso della più eminente fra tutte le creature, a noi rivolta, si riflette la nostra dignità di figli di Dio, una dignità che non abbandona mai chi è malato. Quel sorriso, vero riflesso della tenerezza di Dio, è la sorgente di una speranza invincibile. La vita di Santina in questi cinque anni sembra voler imitare ed impersonificare in modo umile, semplice ed inerme il bel sorriso della Madonna. Che questo sia vero lo dimostra il fatto che la vita di Santina trasuda oltre che di dolore, preghiera e Fede anche di una formidabile Speranza, quella Speranza che non delude. La Regola di Vita di mia Madre in questi ultimi anni sembra essere quella del sorriso, sorridere soprattutto nel momento delle prova e della sofferenza! Tutto questo per me è sublime, è davvero un segno della tenerezza di Dio, è un impegno di vita che non posso disattendere e che devo rendere ogni giorno sempre di più mio. Una piccola filastrocca diverte molto Mamma: Il sorriso di Santina è una medicina ogni sera ed ogni mattina. È proprio vero il sorriso di mia Madre è una potente medicina che riduce tutto all’essenziale. Come può Santina rimanere nella serenità nella sua terribile disabilità? Chi ha la fortuna di avvicinare Mamma beve questa medicina che si chiama serenità e sorriso e lascia Santina con un grande conforto nel cuore e senso di ammirazione e rispetto.
SECONDA SCENA
II. GIOVEDÌ SANTO
Se per Mamma la giornata più importante del Triduo Santo vissuto con Papa Benedetto XVI è stata quella del Venerdì Santo, scrutando profondamente il mio animo posso dire che per me la giornata dal più alto valore spirituale è stata quella del Giovedì Santo. Per noi sacerdoti questo giorno fonda la nostra vita, a questo giorno dobbiamo tornare per capire il nostro ministero ed il nostro servizio. Sicuramente tra i Giovedì Santi vissuti con Santina dopo la sua malattia, questo è stato il più bello. Una grande grazia di questo 2009 è quella che Santina, dopo la lunga malattia, per la prima volta partecipa a tutte le maggiori celebrazioni della Settimana Santa e questo è un altro grande dono di Dio. Rivivere la Passione di Cristo tenendo per mano Mamma ed il suo esempio. Questi ricordi per il futuro le dovrò con cura ricordare e da questi importanti momenti prendere forza e coraggio per vivere bene il mio sacerdozio ministeriale. Giungiamo alla Basilica di San Giovanni in Laterano e prendiamo posto nel luogo a noi riservato vicino al Corpo diplomatico. Questa Chiesa è carica di ricordi per me: qui ho ricevuto il ministero del Lettorato e dell’Accolitato, qui sono stato ordinato diacono il 25 ottobre 1985. Sono passati 24 anni e mi ritrovo qui con Mamma e la sua carrozzina, con Santina e la sua totale dipendenza che dice la forza di Dio. Ho il cuore colmo di emozione e ripercorro in questa Chiesa tutte le fasi che al Seminario Romano ho vissuto per preparami ad essere sacerdote! L’emozione del mio cuore richiama la crescente emozione provata negli anni di formazione con l’avvicinarsi della meta sacerdotale. Durante l’antico rito il Santo Padre lava simbolicamente i piedi a dodici sacerdoti. Io mi troverò alcune settimane dopo al cenacolo di Gerusalemme a baciare i piedi di Mamma. Il Papa con quel gesto richiama con prepotenza al servizio. Quel servizio che Mamma ha sempre svolto nella sua umiltà nei miei confronti. Quel servizio che Olinda con molta umiltà svolge nei confronti di Mamma. Sono proprio i poveri e gli ultimi che mostrano la strada dell’incontro con Dio nel servizio. In questi anni la dolorosa vicenda di Santina sicuramente oltre alla preghiera mi ha insegnato il servizio e l’attenzione al dolore degli altri nel volto di Mamma Santina. Guardo il Santo Padre lavare i piedi ai dodici sacerdoti e guardo Mamma, la vedo concentrata con nelle mani il libretto predisposto per la celebrazione. Guardo la sua vita e guardo alla vita del Pontefice, quanto sono distanti l’una dall’altra: Mamma nel completo abbattimento della sua condizione, il Papa sempre sotto la luce dei riflettori, sempre seguito ed acclamato; Mamma acclamata da nessuno e nella sua semplice condizione. Ma tutti e due anziani, tutti e due al servizio. Questi due vecchi questa sera mi insegnano la difficile arte di vivere con il servizio nel cuore. È proprio in questa cornice che Gesù nell’Ultima Cena pronuncia le frasi del mistero, le frasi che inchiodano l’eterno nelle mani del sacerdote: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo; prendete e bevete, questo è il mio corpo!”. La mia vita è tutta legata a questa frase. Ho scelto di vivere in questo modo nella castità e nell’obbedienza e sobrietà di vita semplicemente per sempre! Uno dei più grandi punti della mia conversazione con Mamma in questi anni duri e difficili, ma grandi ed entusiasmanti è proprio la mia identità sacerdotale: centinaia di volte chiedo a Mamma: “Mamma sarò sempre sacerdote?”. La mia domanda è tenace, ma la sua risposta è davvero testarda: “Sì lo sarai sempre, certo, guai!”. Mamma non mi parla molto, non ha in testa molte idee, solo semplici e granitiche cose, proprie della donna che è addivenuta ad una profonda sintesi di vita. Tra queste cose vi è senza dubbio la sua tenace sicurezza del mio sacerdozio per sempre: e se lo dice lei che ha pregato perché fossi concepito prete, se lo dice lei che con tutta la sua intensità ha pregato perché un giorno fossi ordinato sacerdote, posso davvero stare tranquillo. Riguardo al mio sacerdozio Mamma ha un’altra granitica convinzione: per essere una Santo sacerdote devo pregare ed obbedire! Quanti forti e chiari insegnamenti in questo meraviglioso Giovedì Santo con Mamma a Roma nella Basilica di San Giovanni! Prometto con tutto il mio cuore Castità, Obbedienza e Sobrietà di vita. Riceviamo tutti e tre dignitosamente la Comunione. Il Santo Padre continua il rito solenne del Giovedì Santo; noi seguiamo tutto con molta concentrazione ed attenzione. Alla fine la processione eucaristica ci passa molto vicino e con commozione adoriamo il Santissimo tra le mani di Papa Benedetto XVI. È una serata densa d’incanto, le auto blu del corpo diplomatico riempiono la piazza. Tra ambasciatori dall’abito impeccabile, Santina, Olinda e Don Gigi si fanno strada per giungere alla macchina. Anche questo contrasto mi porta a riflettere molto. Una povera donna anziana e una signora peruviana trovano posto tra il corpo diplomatico dove gli ambasciatori sfoggiano le loro scure ed eleganti giacche; io vivo il mio servizio pastorale in Segreteria di Stato e devo stare qui, come Mamma ed Olinda sono state capaci di stare in quei posti quella sera, ricordandomi che non sono un ambasciatore, ma semplicemente un povero prete che non deve adeguare il suo stile di vita a quello della carriera e del successo, ma a quello del servizio e del nascondimento… come Santina… e come Olinda.
TERZA SCENA
III. STARE CON IL SIGNORE
Da una vita impostata in questo modo ne deriva in modo molto semplice lo stare con Gesù. Questo è il segreto della serena solitudine vissuta da Santina in questa sua lunga vita. Mamma non ha cercato la compagnia dei figli, dei parenti o di amici, ma ha cercato con tutte le sue forze la compagnia di Gesù e chiede anche a me di fare altrettanto. Molte volte ho chiesto a mia Madre se sarò sempre un bravo sacerdote e la sua risposta è sempre stata un convinto sì! Questo mi rincuora e mi incoraggia interiormente. Non ho chiesto a mia Madre altre cose: se farò carriera o avrò successo e probabilmente questo neppure mi interessa, ma essere sempre sacerdote quello sì è il mio vero interesse, ed i “sì” pronunciati da mia Madre, con la sua profezia di vita, mi mettono al sicuro: la sua sofferenza, la sua preghiera ed obbedienza sono per la mia esistenza una forte medicina. Per vivere bene la mia esistenza sacerdotale Santina mi raccomanda sempre di Stare con il Signore. Mi trovo a casa a Gerusalemme e chiamo per telefono Santina ed ecco il suo consiglio: “Per essere un bravo sacerdote stai con Gesù”. Un’altra volta mia Madre mi commuove svelando il suo segreto: “Mamma perché sei sempre felice?”. “Perché sto con il Signore”. Oppure Santina mi rivela come vive il momento dell’incontro con Gesù: “Il momento più importante della vita è stare con Gesù nella Comunione”. In occasione della Festa della Trinità, nell’anno 2008, la interrogo su quale sia la persona più importante della sua umile vita. Ecco il nostro breve dialogo: “Mamma, qual è la persona più importante nella tua vita?”. “Il Signore!” Stare con il Signore è, per Santina, divenuto un’abitudine: Mamma vive con il suo cuore presso Dio, lo ha consacrato a Lui il 21 maggio 2005, quando si è fatta oblata del Monastero di San Benedetto e alcuni giorni dopo il Signore, nella festa del Sacro Cuore ha rubato a Lei il cuore: il 4 Giugno 2005, giorno in cui Mamma ha subito un infarto e da lì è partita la nostra avventura di sofferenza, di preghiera, ma anche di profonda gioia nel Signore. In questo anno 2011 compio 25 anni di sacerdozio e come giaculatoria per questo anno ho scelto una frase del Vangelo suggeritami dal Vescovo Beschi lo scorso anno: “E ne scelse dodici, perché stessero con Lui” (Mc 3,14), ed ecco il commento del Vescovo di Bergamo nel mio Nuovo Testamento in greco: Stare con Gesù per essere suoi apostoli (+ Francesco, 28 maggio 2010). La stessa frase mi era stata commentata dal Custode della Terra Santa Padre Pierbattista Pizzaballa: Perché continui a stare sempre con Lui. Stare con il Signore non è un’intuizione solo cristiana, anche le altre grandi religioni intuiscono la bellezza di vivere alla presenza di Dio e così nel Corano troviamo: Siate dunque fedeli nella preghiera, pagate le decime e tenetevi stretti a Dio (Corano, Sura 22,78: Il Pellegrinaggio). L’appartamento di Gerusalemme, che abbiamo inaugurato il 9 ottobre 2007, ha una lapide di marmo in ricordo. Essa è stata affissa nel salone di casa, proprio dal lato che guarda il Santo Sepolcro e su questa lapide è scritto: Ubbidisci, prega e stai con il Signore, affinché Dio sia la roccia del tuo cuore. Mamma Santina. In onore di Santina Zucchinelli da Mons. Luigi Ginami. Gerusalemme, 9 ottobre 2007. Penso che le parole incise in quella pietra costituiscano per la mia vita una tavola della legge, simile a quelle tavole della legge che Mosè prese sul Sinai. Quelle parole rimarranno nella lapide anche dopo la mia vita e conserveranno, per tutti coloro che guarderanno a quella tavola di pietra, la sintesi dell’umile insegnamento che Santina ci ha regalato in questi anni.
http://www.youtube.com/watch?v=Vjr55HP1sfo
CONCLUSIONI
RITENNI INFATTI DI NON SAPERE ALTRO IN MEZZO A VOI SE NON GESÙ CRISTO, E QUESTI CROCIFISSO (1COR 2,2)
Dapprima impariamo, poi insegniamo, poi ci ritiriamo e impariamo a tacere. E nella quarta fase, l’uomo impara a mendicare (Proverbio indiano). Dopo i lunghi e dolorosi mesi passati in Terapia Intensiva e in Ospedale navigando in un mare di disperazione, l’Esistenza di Santina giunse al porto di una nuova esistenza di speranza. Se il sorriso e la pace sono le caratteristiche che immediatamente colpiscono di questa anziana Signora, vi sono qualità nascoste che il proverbio indiano ci mostra nell’esistenza di Santina. Rileggiamolo con calma: “Dapprima impariamo, poi insegniamo, poi ci ritiriamo e impariamo a tacere. E nella quarta fase, l’uomo impara a mendicare”. È il percorso della vita umana. Bambino, adulto, anziano e anziano malato sono le tappe della vita nelle quali assumiamo diversi atteggiamenti, il fanciullo quello dell’imparare, l’adulto quello di insegnare, l’anziano quello del ritiro e del silenzio, e nell’ultima fase l’anziano malato è costretto a mendicare. In questo saggio proverbio l’efficienza ci insegna a vedere come la parte migliore dell’esistenza quella nella quale si insegna. La categoria dell’insegnante e dell’insegnamento racchiude in sé quella della forza intellettuale con la quale aiutiamo gli altri a crescere. Questa concezione porta a centrare l’esistenza sull’età adulta ed a mettere in ombra le altre età importanti della vita; addirittura i giovani hanno la soglia dei 18 anni per poter manifestare la loro forza civile, vediamo ad esempio la possibilità di voto nella società. L’età adulta porta con se il mito dell’efficienza, della produttività, della capacità di pensare e progettare un presente ed un futuro: l’anziano ed il bambino non sembrano avere queste possibilità. In questa direzione si muove la società ed il mondo civile laico: meno male che Dio non si muove così… e nel Vangelo troviamo che “se non tornerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli”. E le pagine della Sacra Scrittura destinano all’anziano pagine di grande valore e rispetto, basta ricordare l’espressione del Salmo 92(91) che parlando delle persone anziane dice: “Nella vecchiaia daranno ancora frutti”; lo stesso comandamento del Decalogo dice di “onorare il padre e la madre” nella loro vecchiaia. Dunque il Vangelo predilige vecchi e bambini che vengono invece messi in secondo ordine dal mondo. Quindi la Bibbia ama l’atteggiamento di colui che vuole imparare, di coloro che vivono nel nascondimento e sono costretti a mendicare, a dipendere. Bene, Santina in questi giorni ed in questi anni per me ha incarnato questi atteggiamenti biblici e me li ripropone con il suo esempio. Sono ormai sei anni che viviamo con mia Madre questa avventura di credere che in questa età della vita si può nascondere anche nella malattia, nella dipendenza e nella fragilità, l’incredibile forza di Dio, perché proprio “quando sono debole è allora che sono forte”, ci dice Paolo! La proposta di Gesù in croce ha sempre scandalizzato il mondo: come posso pensare che la vicenda di croce di Santina non scandalizzi anche oggi. Ma lo scandalo è la prova che vi è una croce vera che forse spaventa ed il sorriso con cui Santina brandisce la sua croce forse, se da un lato crea in moltissimi venerazione e amore, in altri crea terrore; e allora si dice, la Santina non capisce, non è più quella di prima, ha perso il cervello… In questi giorni sto leggendo un libro di un autore brasiliano, che in una pagina scrive una frase che ha illuminato molto la mia esperienza: parlando di un protagonista Coelho dice così: Venne attaccato e criticato, ma lui sapeva che stava procedendo nella giusta direzione che è sempre quella contraria (Paulo Coelho, Il vincitore è solo, Bompiani 2009, p. 184).Noi ci sentiamo sicuri dietro il sorriso buono di Mamma, dietro il suo silenzio, dietro il suo mendicare vita: questa è la strada che il Signore ci ha indicato per il Paradiso ed io e mia sorella vogliamo con Santina percorrerla tutta senza paure o ripensamenti, ma con grande slancio e serenità. Ed abbiamo anche la presunzione di pensare che Dio stesso ci protegga, perché non cerchiamo niente di quello che il mondo propone: successo, potere, carriera e denaro. La nostra forza è che proponiamo una Debolezza e che non abbiamo nulla da perdere; la nostra forza è che promuoviamo con gesti di carità una catechesi sul dolore. Ed il dolore è un omaggio alla vita, come dice lo scrittore peruviano Alonso Cueto in un suo bel romanzo dal titolo L’ora azzurra. Un romanzo straordinario che descrive con lucidità e fantasia le conseguenze di dieci anni di guerra civile e terrorismo in Perù. La gente semplice ha sempre a che vedere con il dolore e la sofferenza, più della gente ricca e piena di comodità. E allora nel romanzo peruviano la gente danza, “Perché la danza è il modo per guardare il dolore negli occhi. Tutte le danze sono una sfida al dolore. È la sconfitta del dolore. […] Il dolore è omaggio alla vita (Alonso Cueto, L’ora azzurra, Bookever Editori Riuniti 2006, p. 170). Con Santina, essendo anche noi poveri, vogliamo continuare a danzare questa danza che affronta e guarda negli occhi il dolore e che propone Cristo come interprete di questo dolore. Avviandoci alla conclusione di questo musical nel quale abbiamo cercato di mostrare come nell’esistenza cristiana, e in quella di Santina, la debolezza mostri la forza di Dio, dobbiamo ritornare alla fede nel Crocifisso l’unica ci conduce alla luce della Risurrezione pasquale. Dall’anno 2005 la vita di mia Madre si è trasformata in dolore e debolezza, un dolore e una debolezza che esige un senso e questo senso, voglio ribadire, lo offre solo la fede e la fede nel Crocifisso. Questi importanti anni della nostra vita sembrano essere stati preparati dallo Spirito Santo con una sorta di piccole profezie che disseminano l’esistenza di Santina e precedono la terribile prova del 2005 e degli anni seguenti. Voglio raccontare questo simpatico episodio. Esso risale al 6 dicembre 1992 alle ore 19:10. Mamma ha una cultura e un’istruzione molto semplice ed elementare: ha fatto solo la terza elementare; vuol dire che più o meno la sua vita di istruzione scolastica era terminata alla tenera età di 8 anni con l’impegno di aiutare la numerosa famiglia contadina nei campi. Mamma non conosce quindi la lingua greca del Nuovo Testamento, ma il 16 ottobre 1982, quando avevo 21 anni in una sua venuta a Roma – dove veniva a trovare me giovane studente di teologia alla Gregoriana – mi regalò il Nuovo Testamento in Greco, sul quale ha scritto numerose frasi ed esortazioni. Ma torniamo alla sera del 6 dicembre 1992. Siamo in cucina nella nostra casa in Città Alta e prima di cena prendo la Bibbia e dico a Santina: “Mamma mi fai un regalo?”. “Cosa vuoi Luigi?”. “Ascolta, apri a caso la Bibbia che mi hai regalato e a caso scegli una frase, vorrei avere uno spunto di meditazione!”. “Ma io non capisco niente di greco, cosa vuoi che ti scelga io, una povera contadina che ha fatto solo la terza elementare tanti anni fa?”. “Non fa nulla Mamma, prova. Ti prego”. Santina un po’ impacciata più per compiacermi che per altro, prende la Bibbia, apre e poi pone il suo dito sulla pagina di destra, proprio al centro. Quale frase avrà scelto Santina? Mi domando… con molta curiosità inizio a leggere: ou gar ekrina… Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso (1Cor 2,2). E l’intero brano è ancora più intrigante: Fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla; parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Sta scritto infatti: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano”. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito (1Cor 2, 1-10). Ma che scherzo incredibile dello Spirito Santo! Pensai quella sera, quando non conoscevo ancora l’autentico valore di quel testo e della profezia di Santina che mi si sarebbe rivelato nel 2005. Lo Spirito Santo utilizza mia Mamma che non possiede sublimità di parola o di sapienza, che non ha alcuna cultura per indicarmi proprio questo brano, tra i tanti che a caso poteva scegliere… Mamma quella sera veniva a me nella sua ignoranza e anche nella sua perplessità, ma proprio Lei mi indicava un brano che riguarda proprio la sapienza di Dio, tanto lontana dalla sapienza degli uomini e… vicina invece alla semplice fede di Santina. Rimasi molto ammirato da questa folgorazione. Mamma mi chiese: “Mi dici che cosa c’è scritto?”. “Certo: Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso”. “Mi sembra di non aver scelto male, vero?”. Presi una penna ed annotai La pagina 581: 1Cor 2,2 me lo ha indicato la Mamma il 6 dicembre 1992 alle ore 19:10. Scrissi con una penna blu per non dimenticare quella sua citazione. Il risvolto simpatico avviene circa un anno dopo, siamo al 26 ottobre 1993 a Collevalenza in un’Assemblea Generale della CEI. Sono a tavola con il Card. Martini e stiamo parlando della mia Bibbia in greco e dell’utilità di imparare a memoria alcuni brani. Chiedo al Cardinale, esperto biblista, di commentarmi un versetto. Martini a conclusione della cena, mi dice: “Prendo la tua Bibbia e te la riporto domani a colazione”. Passata la notte il giorno dopo ci troviamo per la colazione. Il Cardinale giunge con il Nuovo Testamento sotto braccio e mi dice: “Ho scelto la stessa frase di tua Madre!”. Non ricordo ormai più il fatto dell’anno precedente e dentro di me dico, come è possibile, mia Madre non conosce il greco! Mi avvicino a Martini e Lui prosegue: “Non immaginavo che tua Madre conoscesse il greco” ed apre la Bibbia… Solo allora ricordo. Divento tutto rosso e dico: “Eminenza in effetti mia Madre non conosce il greco, e non è per nulla istruita, ma penso che sia stato lo Spirito Santo con la Sua sapienza a guidare la mano di Santina nel scegliere un brano che riguarda l’autentica sapienza e l’evanescenza della sublimità di parola e della sapienza del mondo. Il Cardinale mi guarda con un misto di curiosità e di stupore: “Vuoi dire che ha scelto quello che non conosceva?”. “Esattamente Eminenza!”. “Ti ho scritto un commento Fidarsi davvero della potenza di Dio e vivere nascosti in Lui (cfr Mt 6,4.6.18). In quello straordinario brano l’uomo erudito e colto e la vedova semplice ed ignorante si sono incontrati producendo una delle più potenti esegesi del brano per la mia vita e costruendo insieme un’autentica profezia che si sarebbe realizzata per Mamma anni dopo, nel 2005, quando Santina e il Padre Martini si sarebbero incontrati nuovamente in un anno per entrambi singolare e nel quale avrebbero realizzato la loro profezia: Martini entrando in conclave non con la sapienza del mondo con l’unica certezza di non conoscere altro se non Gesù Cristo e questi crocifisso e di vivere quell’appuntamento così importante della sua vita Fidandosi davvero della potenza di Dio e vivendo nascosto in Lui. E Santina invece entrando in sala operatoria ed iniziando un calvario nel quale con la vita oggi insegna a tutti “di non sapere altro in mezzo a noi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso” (1Cor 2,2). Che potente profezia è contenuta nella mia usata Bibbia: è un sole dal quale oggi continuo a ricevere una forte e calda luce con la quale vedere e giudicare questi anni, che pur nel dolore sono i più profondi e densi di significato di tutta la mia vita.





