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Dal 2006, sono già 43 i sacerdoti assassinati. Nei
cinque anni dell’attuale amministrazione, è stato
ucciso un prete ogni due mesi. Segno eloquente
nel Paese con il più alto tasso di cattolici.
Attorno a questo interrogativo ruota il pre-
sente e il futuro del Messico. Valdés Castella-
nos – come buona parte degli analisti – punta il
dito sulla “fragilità delle istituzioni”. Dieci anni
fa, all’inizio del 2007, quando l’allora presidente
Felipe Calderón, del Partito di azione naziona-
le (Pan), schierò l’esercito contro le mafie del
narcotraffico – i cosiddetti cartelli –, sette poten-
ti organizzazioni si disputavano il corridoio di
passaggio della cocaina sudamericana verso il
Nord del mondo. Queste erano cresciute nei 71
anni ininterrotti (1929-2000) di potere del Parti-
to rivoluzionario istituzionale (Pri). La strategia
di Calderón – secondo molti motivata dall’ansia
di legittimare un’elezione sofferta – ha puntato
sulla decapitazione, “manu militari” dei vertici
criminali. Il fenomeno ha finito per accelerare la
frammentazione delle bande. L’amministrazione
successiva – che ha segnato il ritorno del Pri al
governo con Enrique Peña Nieto – ha avuto una
politica “cosmetica”. In pratica, si è limitata – e
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