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Dove i cristiani muoiono Ed. San Paolo 2018


Dove i cristiani muoiono è un libro prossimamente edito da San Paolo e che narra della morte e della sofferenza dei cristiani in Iraq nella Piana di Ninive, ed in particolare a Mosul tormentata dalla guerra, in Kenya nel campo profughi più grande del mondo chiamato Dadaab ed a Garissa, per giungere alla Striscia di Gaza.

Il libro narra infatti di quattro diverse missioni compiute da don Luigi Ginami insieme ai suoi collaboratori: Kenya, a incontrare il vescovo di Garissa, vittima di un attacco dei fondamentalismi scampato miracolosamente alla morte. Kenya, a incontrare i cristiani ospiti del più grande campo profughi dell’ONU (almeno 360.000, in fuga da guerre tra Stati e da guerre tribali).

Iraq, a visitare le terre sconvolte dall’espansione dello “Stato Islamico” e a riportare aiuto e sostegno a migliaia di perseguitati, cristiani e non. Palestina, a incontrare le vittime del conflitto tra Israele e Autorità palestinese: il volto umano e dolente dell’umanità vittima della grande politica. Ebrei, musulmani e cristiani ugualmente colpiti da un odio assurdo. Con una figura di sacerdote (l’unico nella Striscia di Gaza) che non si può non ammirare e con le suore di Madre Teresa in prima linea… a favore di moltissimi bambini musulmani. Con una prefazione della giornalista Barbara Serra, Al Jazeera English che riportiamo in integrale

PREFAZIONE AL LIBRO
DI BARBARA SERRA, AL JAZEERA ENGLISH 
Vivere in un paese dove la maggioranza condivide la propria religione è un lusso, spesso dato così per scontato che è difficile da percepire. Esprimere la propria fede  apertamente con tutta la comunità, senza dover spiegare le proprie credenze e usanze rende sicuramente la vita più facile. E spesso, più sicura. Non temere che la nostra religione possa fare di noi un bersaglio è veramente un privilegio. Ma come tutti i privilegi, può renderci pigri, più propensi a ignorare che in molte parti del mondo dichiarare la propria religione è un atto di coraggio, che può portare alla morte. È tristemente ironico che una delle regioni più pericolose per le minoranze religiose sia proprio la culla delle tre grandi fedi monoteiste: il Medio Oriente. È in questo contesto che la religione più seguita al mondo, il cristianesimo, diventa la minoranza più diffusamente perseguitata. I numeri, anche se approssimativi, parlano chiaro: all’inizio del secolo scorso, i cristiani rappresentavano quasi il 20% della popolazione del Medio Oriente.

Nel 2010 contavano meno del 4%, e i numeri continuano a calare. Il rischio che i cristiani spariscano dalla Terra Santa non è mai stato cosi reale. Le minoranze cristiane hanno coesistito con la maggioranza musulmana in Medio Oriente per molti secoli. Nonostante varie fasi di diseguaglianza e marginalizzazione, i cristiani del mondo arabo sono riusciti comunque a prosperare e vivere in pace con i conterranei musulmani. La loro costante presenza come minoranza religiosa dopo un millennio e mezzo di convivenza ne è la prova. È stato l’ultimo secolo, e in particolare gli ultimi anni, ad essere particolarmente devastanti per i cristiani arabi. L’instabilità politica e l’ingiustizia sociale che hanno seguito il crollo dell’Impero Ottomano hanno aiutato l’espansione dell’islamismo estremo. Più recentemente, la guerra ha decimato le antiche comunità cristiane in due paesi: l’Iraq e la Siria. L’Iraq nel 2003, prima della invasione americana, aveva all’incirca un milione e mezzo di cristiani, che vivevano relativamente liberi da discriminazione. Il ministro degli esteri di Saddam Hussein, ad esempio, Tariq Aziz, era cristiano. Ora si pensa che i cristiani in Iraq non siano più di 258.000. L’espansione del cosiddetto “Stato Islamico” ha ovviamente inciso su questo esodo, ma i cristiani iracheni hanno cominciato ad essere presi di mira poco dopo la caduta di Saddam Hussein, dieci anni prima l’impennata di ISIS: uno dei primi segni che la società di quel paese stava iniziando a sgretolarsi, insieme all’escalation di violenza settaria fra musulmani sunniti e sciiti. In Siria i legami storici con il cristianesimo sono così forti che nella cittadina di Maaloula, a 50 chilometri da Damasco, si parla ancora aramaico, la lingua di Gesù. E infatti, quando la Siria fu creata nel 1920, un terzo della popolazione era cristiana. Ora si pensa ci siano meno di 900.000 cristiani per una popolazione di 18 milioni. Una fuga che continua. E chi di noi, dopo aver sentito storie di esecuzioni per mano dell’ISIS che gelano il sangue, potrebbe veramente biasimare i cristiani che scappano? Anche perché ISIS dava loro poca scelta: se non si convertivano all’Islam, o se ne andavano o venivano decapitati. L’organizzazione benefica Open Doors compila ogni anno la lista dei paesi dove la persecuzione dei cristiani è più estrema. In prima posizione c’e la Corea del Nord, dove possono ucciderti perché possiedi una Bibbia, anche se nella dittatura di Kim Jong Un possono ucciderti anche per meno. Fra gli altri primi dieci paesi della lista troviamo l’Eritrea, dove i cristiani sono perseguitati dal regime dittatoriale, e l’India, dove i cristiani soffrono del nazionalismo religioso induista. Ma questi Paesi sono eccezioni. Negli altri della lista, Afghanistan, Somalia, Sudan, Pakistan, Libia, Iraq, Yemen e Iran, Paesi di maggioranza islamica, la persecuzione dei cristiani viene dall’islamismo estremo.

ISIS e altri gruppi terroristici di matrice islamista estrema si vantano del loro trattamento disumano dei cristiani, anche perché ne capiscono il valore mediatico. Nel febbraio 2015 ISIS ha sgozzato ventuno cristiani copti egiziani su una spiaggia in Libia in uno dei suoi ignobili video di grottesca propaganda. Le ventuno vittime cristiane indossavano tute arancioni, come quelle usate a Guantanamo Bay. La spiaggia libica è il confine con l’Europa. I terroristi islamisti considerano i cristiani non solo degli infedeli, ma anche soci dell’Occidente. Il messaggio del video era chiaro: voi Occidentali imprigionate i nostril “alleati” a Guantanamo, noi uccidiamo i vostri alla porta dell’Europa. La minaccia verso i cristiani in Medio Oriente è seria e innegabile. Ma per capirla a fondo dobbiamo vederla nel contesto della regione. Le divisioni settarie, l’assenza di vera democrazia, di sicurezza, di diritti civili, di legalità: questi problemi toccano quasi tutti i cittadini di questa regione instabile, dove l’identità religiosa è inestricabile dalla identità politica. Essere sunnita, sciita, cristiano, alawita, druso o yazida  ha una importanza sociale, geografica ed economica oltre che spirituale. Che gli attacchi sui cristiani ci stiano più a cuore è naturale. Anche se arabi, li vediamo come “uno di noi”. Ma sbagliamo se non diamo uguale importanza a tutta la violenza settaria che ingolfa questa regione. Nel 2017, centoventotto copti sono stati uccisi in numerosi attacchi terroristici in Egitto, l’ultimo dei quali in una chiesa durante il periodo natalizio. Un mese prima, trecentocinque musulmani sufi, considerati eretici dagli estremisti, muoiono in un solo attacco in una moschea nella penisola del Sinai. In Iraq, l’attacco più devastante da parte di ISIS prese di mira la comunità sciita di Karrada, a Baghdad: un’enorme bomba uccise 323 persone e ne ferì centinaia nel luglio 2016, in un centro commerciale pieno di famiglie che celebravano il Ramadan. La crudeltà dello Stato Islamico prende particolarmente di mira cristiani e yazidi, ma non risparmia i fratelli e sorelle musulmani. Si parla molto di guerra fra civiltà. La domanda che ci poniamo spesso in Occidente è se la violenza e l’intolleranza che vediamo in molte parti del mondo islamico provengano dall’islam stesso. Sicuramente gruppi come ISIS storpiano frasi dal Corano per giustificare il loro odio violento. Vedono chiunque non condivida la loro interpretazione estrema dell’islam come un “infedele”, anche se si tratta di altri musulmani. Lascerò ai teologi l’interpretazione approfondita delle scritture coraniche. Io so solo che dopo dodici anni ad Al Jazeera e centinaia di ore dedicate ad analizzare la violenza in Medio Oriente in tutti i suoi aspetti, più del 90% delle interviste che ho condotto erano di natura politica e non religiosa. Disoccupazione, illegalità, disperazione, ingiustizia e sete di vendetta sono i veri reclutatori dei gruppi terroristici, non le frasi controverse del Corano. Più si sgretolano le istituzioni dello Stato e più crescono il settarismo, la paura e l’odio verso il diverso. Queste le parole di Gregorio III Laham, patriarca della Chiesa cattolica greco-melchita: “Il futuro dei cristiani in Siria non è minacciato dai musulmani, ma dal caos.”L’occidente deve pensare chiaramente che la sua lotta è contro il terrorismo e non contro l’Islam. La soluzione della persecuzione dei cristiani in Medio Oriente si troverà solo cercando di stabilizzare la situazione per tutti i gruppi etnici e religiosi, nella maniera più equa possibile. La vera chiave di un futuro stabile per il mondo arabo sono gli arabi stessi, qualsiasi sia la loro religione.